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Scrivere meditai, deve essere un atto privo di volontà. La parola, come una corrente profonda dell’oceano, deve emergere alla superficie per un proprio impulso.

Non molti mesi fa avevo terminato il mio primo libro nello studio di Ulric …il libro sui dodici messaggeri. Ero stato solito lavorare nella camera di suo fratello, dove, qualche tempo prima, il direttore di una rivista, dopo aver letto alcune pagine di un racconto incompiuto, mi aveva fatto sapere a sangue freddo che non possedevo un grammo di talento, che non conoscevo nemmeno i primi elementi dell’arte di scrivere… in breve che ero nel modo più assoluto un fallito, e la migliore cosa da farsi, ragazzo mio, consiste nel dimenticare, nel cercare di guadagnarsi onestamente da vivere. Un altro imbecille, autore di un libro vendutissimo su Gesù-il-falegname, mi aveva detto la stessa cosa. E se le lettere di rifiuto significavano qualcosa, v’era in esse una chiara convalida delle critiche di queste menti perspicaci.
«Ma chi sono questi stronzi?» solevo dire a Ulric.
«Su che cosa si basano per dirmi certe cose? Che cosa hanno combinato, tranne dimostrare che sanno far soldi?»
Bene, stavo parlando di Joey e di Tony, i miei piccoli amici. Giacevo nell’oscurità, un ramoscello galleggiante sulla corrente giapponese. Stavo tornando al semplice abracadabra, alla paglia che forma i mattoni, al rozzo schizzo, al tempio che deve riempirsi di carne e di sangue e rendersi manifesto a tutto il mondo. Mi alzai e accesi una lampada smorzata. Mi sentivo calmo e lucido come un fiore di loto che si dischiude. Nessun violento andirivieni, nessuno strapparsi i capelli alla radice. Affondai adagio su una sedia accanto al tavolo e, con una matita, cominciai a scrivere. Descrissi con parole semplici quel che avevo provato prendendo per mano mia madre e passeggiando sui campi accesi dal sole, quel che avevo provato vedendo Joey e Tony correre verso di me a braccia aperte, con le faccette radiose di felicità. Misi un mattone sull’altro come un onesto muratore. Qualcosa di natura verticale stava accadendo… non steli d’erba che spuntavano, ma qualcosa di strutturale, qualcosa di pianificato. Non mi sforzai di terminare; smisi quando ebbi detto tutto quel che potevo. Rilessi placidamente quanto avevo scritto. Ero tanto commosso che mi vennero le lacrime agli occhi. Non si trattava di mostrare qualcosa a un direttore di rivista: era qualcosa da riporre in un cassetto, da conservare come momento di processi naturali, come una promessa di adempimento.
Ogni giorno massacriamo i nostri impulsi più belli. Ecco perché ci sentiamo stringere il cuore quando leggiamo quelle righe scritte dalla mano di un maestro e le riconosciamo nostre, riconosciamo i teneri germogli che soffocammo perché ci mancava la fede per credere nelle nostre capacità, nel nostro criterio di verità e bellezza. Ogni uomo, quando si acquieta, quando diventa disperatamente sincero con se stesso, è capace di verità profonde. Veniamo tutti dalla stessa fonte; non v’è alcun mistero sull’origine delle cose. Facciamo parte tutti quanti della creazione, tutti i re, tutti i poeti, tutti i musicisti; dobbiamo soltanto aprirci, dobbiamo soltanto scoprire quanto già esiste. Quel che accadde a me nello scrivere di Joey e di Tony equivalse a una rivelazione. Mi venne rivelato che potevo dire quel che volevo esprimere… purché non avessi pensato a null’altro, purché mi fossi concentrato esclusivamente su quello… e purché fossi stato disposto a sopportare le conseguenze che sempre implica un atto puro.

La libertà conduce all'infinità e l'infinità è terrificante

Crediti
 • Henry Miller •
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