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Come lo si pesa, come lo si pensa, se esso sfugge come tale a una presa di coscienza che possa dirsi certa e definitiva?
In senso analogo, cosa si può dire di sensato riguardo alla morte, riguardo alla propria morte?
Cos’è, se esiste, “la propria morte”?
Come si può farne esperienza soggettiva se dove essa comincia, proprio lì finisce l’io?
Se dove “c’è” morte non c’è quella coscienza che permette in prima istanza di dire che qualcosa “c’è” o “non c’è”?
Questo paradosso è ciò che Heidegger chiama «die Möglichkeit der Unmöglichkeit», la possibilità dell’impossibilità.
Derrida, partendo da ciò per muovere oltre, ricava l’idea di una più generale esperienza dell’impossibile: l’idea di un evento che ci attende e riguarda tutti in prima persona ma che, proprio come la morte, non può essere di fatto “esperito”. La stessa decostruzione, afferma Derrida, è esperienza dell’impossibile, esperienza di un pensare che eccede le possibilità del conoscere, esperienza di un pensiero iper-fenomenologico che trasgredisce i confini di ogni possibile gnoseologia, lavorando proprio su quelle figure attraverso cui l’impossibile si annuncia, attraverso un movimento spettrale che si sottrae alla conoscenza ma si offre al pensiero. Nondimeno, come ammette Derrida, ‘pensare’ non è forse la parola più giusta per significare questo scarto dalla conoscenza in quanto tale […]. Nonostante l’indicazione, tuttavia, Derrida si attiene quasi rigorosamente alla parola ‘pensare’: qui, al contrario, non faremo che insistere sulla sua strutturale inadeguatezza, proprio nel tentativo di metterla in crisi e problematizzarla radicalmente. Il titolo Pensare il dono si “presenta” in tal senso come un’ulteriore figura (dell’esperienza) dell’impossibile, giacché dono e pensiero vi si oppongono come i termini estremi di una sincope, come due concetti che non possono comunicare: come la morte, come il tempo, così anche il dono non può essere pesato, misurato, pensato, poiché ciò significherebbe poterlo riassorbire nelle strutture dell’economia, significherebbe poterne annullare la specificità di dono. D’altro canto, mettendo fra parentesi, con Derrida, l’inadeguatezza della parola “pensare”, sembra anche di poter affermare che, pur essendo il dono inconoscibile come tale, tuttavia esso si dà e non può che darsi a pensare.

Crediti
 • Paolo Mulè •
 • Pensare il dono •
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