Ryugyong Hotel ⋯ Pyongyang, North Korea
Quella sera, a Pyongyang, il tempo era grigio, pioveva, eravamo a metà giugno ed iniziava la stagione delle piogge.
Potevamo dirci fortunati di aver trascorso in Corea del nord anche i giorni precedenti e di aver così potuto osservare la vita di questo popolo col sole, nel lavoro, nei padiglioni degli altiforni, nelle risaie, nelle feste, nel riposo, lungo i viali ampi e alberati di Pyongyang e di Wonsan, oppure nei parchi a ridosso del fiume Dongan.
Fu appunto in una di queste nostre passeggiate a sera tarda, con l’interprete con cui si aveva ormai fraternizzato, che il discorso venne a cadere sulla famiglia.
Eravamo a metà della nostra permanenza: camminando, quella sera, avevamo visto le piccole guardie rosse cantare sui camion, l’esercito marciare per le strade, fiumi di bambini con fazzoletto rosso al collo passeggiare a salutare (col tipico gesto «Sempre pronti!») giovani e anziani al lavoro volontario per la ricostruzione del museo della rivoluzione.
Insomma, avevamo incontrato gente che lavorava, che aveva il tempo riempito di cose da fare e di compiti da assolvere; ci domandavamo allora se, oltre a lavorare, oltre a faticare nella produzione e nella difesa nazionale, questo popolo di gente giovane vivesse.
Ci sarebbe dispiaciuto trovare soltanto un popolo aridamente militante, capace di lottare e costruire ma incapace di amare, di divertirsi, di sperare, di soffrire.
Una rivoluzione che avesse eliminato tali bisogni reali dell’uomo non ci sarebbe parsa tale o, almeno, ci avrebbe indotti a dubitare gravemente della sua autenticità.
Fu per questo che, quella sera, passeggiando con l’interprete lungo il parco che costeggia il fiume Dongan, uno di noi gettò la domanda: «Qui, un giovane, come si trova la ragazza?»
Il volto dell’interprete ci dovette aver resi consapevoli che la domanda, così posta, non era stata compresa; perciò la correggemmo: «Come avviene il matrimonio? come si fa una famiglia? come ci si sposa?»
Non fu certo, la risposta, un trattato sui caratteri della famiglia nel socialismo, ma una descrizione, un racconto esplicativo del ruolo della famiglia nella rivoluzione nordcoreana.
Il nostro interprete ci riportò, con convinzione, all’insegnamento di Kim Il Sung, spiegandoci come: «La famiglia è la cellula della società, perché in essa sono riunite e vivono in comune le persone più vicine tra loro per rapporti; è il luogo dei padri, delle madri, dei fratelli e delle sorelle… In Occidente non è così. Infatti, in una società capitalista, è impossibile che famiglia e società non siano in contraddizione».
Era un tipo giovanile, anche di spirito, questo nostro interprete, funzionario dell’Accademia delle Scienze.
Ogni volta in cui ci spiegava la struttura nordcoreana faceva paragoni con l’Occidente; conosceva almeno cinque lingue e aveva viaggiato molto anche in Europa.
Gli chiedemmo, per aiutarlo nella spiegazione, come avesse fatto, lui, a metter su famiglia: e ci parlò, prima di giungere al dunque, di tutta l’importanza, per una vera società a misura d’uomo, del recupero della tradizione.
«Il matrimonio, per esempio, è un fatto che tiene conto di tutta la nostra storia».
E ancora: «Quando un uomo e la sua donna decidono di sposarsi, l’uomo va a casa, dai genitori di lei; lì si svolge una semplice cerimonia. Poi i due escono e vanno alla loro nuova casa, assegnata ad essi dallo Stato; in seguito si recheranno all’ufficio pubblico a denunciare la costituzione della propria famiglia, la loro unione».
Essendo i mezzi di produzione socializzati e la produzione pianificata su scala nazionale, lo Stato si responsabilizza per la vita di tutto il popolo e ciò rende la famiglia un luogo stabile, sicuro, di una sicurezza che si nota ovunque, soprattutto nei giovani e nei fanciulli. La nuova società è, per i giovani, che sono tutti figli di lavoratori, una comunità umana che dà ad essi una notevole sicurezza.
«Per educare le persone all’amore del proprio paese si deve iniziare a far loro amare ogni albero piantato lungo la strada, ogni sedia e ogni cattedra della scuola. Nell’educazione della giovane generazione, dobbiamo iniziare dai problemi che essa può mettere in pratica e che riguardano la sua vita; poi, poco a poco, occorrerà portarla a difendere coscientemente gli interessi del paese e del popolo».
Così Kim Il Sung tracciava, nel 1961, in sintesi, un’immagine della continuità fra il periodo educativo e scolastico dei giovani e il periodo del loro impegno nella vita sociale degli adulti: questa continuità è la base della certezza che tutto il popolo ha nel proprio futuro. […] Il primo passo per l’educazione, soprattutto per quella di tipo ideologico, è costituito, in Corea, dalla famiglia.
Parafrasando Kim Il Sung, potremmo affermare che, poiché un uomo, in Corea, è in generale educato prima in famiglia, poi a scuola e infine nella vita sociale, allora la famiglia è la base fondamentale, previa, per ogni educazione scolastica e sociale. Quindi la sua importanza, nell’educazione, è primaria.
Ricordiamo l’accademico: «Nella formazione della nuova generazione, bisogna fare bene la famiglia».
Non è un’affermazione di poco conto, soprattutto se si pensa all’immagine catastrofica che la società capitalista dà della famiglia e dell’educazione dei figli nelle società di transizione.
Di ritorno dalla Corea, mi sono sentito chiedere spesso (in conferenze pubbliche o in colloqui privati) quale fosse la situazione della famiglia ed ho sempre visto l’uditorio o l’interlocutore sbalordirsi alla mia descrizione; persino, purtroppo, non pochi compagni desiderosi di un’autentica liberazione ma completamente schiavi dell’ideologia capitalista che essi bramano distruggere.

Crediti
 • Giovanni Riva •
 • Andare a scuola in Corea •
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