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Quando si ama, si ama tutta la persona così com’è, e non come si vuole che sia. Lev Nikolàevič Tolstòj,

La Demande è al centro di tutta la storia della filosofia e rimane al centro della ricerca della psicoanalisi lacaniana.  Se la filosofia è amore (curiosità, feeling) per il sapere, che porta “stupore”, la Domanda è anche sempre desiderio.

 ⋯ Lacan scriverà sempre Demande con la maiuscola e désir con la minuscola, intendendo con questo termine, non il desiderio degli oggetti nella vita quotidiana, ai quali ci rivolgiamo per soddisfare un bisogno, un desiderio manifesto dunque – che per Freud si manifesta anche nel sogno, il sogno stesso diventa l’appagamento di un desiderio (wunscherfüllung letteralmente un desiderio riempitivo) –  ma il desiderio “nel suo movimento”, cioè il moto inconscio che lo sottende.

Il perno attorno al quale ruota il suo pensiero e il suo originale contributo alla psicanalisi, la radice di questo suo approdo credo sia proprio da ricercare nella filosofia di Spinoza.

 ⋯ Nel trattato sull’etica, le passioni  sotto il controllo della ragione, diventano un fattore di liberazione dell’uomo, vengono così rivalutate, dalla secolare condanna a cui furono sottoposte dalla filosofia antica (intese come a-logos) e stoica in particolare (anti-logos) dove erano percepite come fattore perturbativo dello stato d’animo che annebbia il logos, perdita del lume della ragione, “accecati dalla passione” “la passione come cancro della ragione” Kant. Il riconoscimento più esplicito del potere delle passioni sulla ragione verrà fatto dalla filosofia empirista di Hume: “sono le passioni che fanno danzare la ragione”, il pensiero moderno non porrà più in contrapposizione passione e ragione, anzi finiranno per colorare e riscaldare la “fredda ragione” la rivoluzione francese ne sarà emblema.

Per Lacan inconsciamente il desiderio non è mai soltanto  desiderio di avere, ma è sempre desiderio di essere, e non potrà mai venire placato con il godimento tramite il possesso della cosa, anche di quella perduta, se ce ne riappropriassimo non placherebbe il rimpianto o lo struggimento nostalgico, perché è sempre desiderio d’altro, desiderio dell’Altro “che mi dia la vita e che finalmente mi faccia essere”.

Il canto nostalgico per l’oggetto perduto (l’amata/o, il paradiso) però è indice dell’impossibile separazione tra il desiderio d’amore e il desiderio d’essere: il desiderio di essere è sempre infinito e il godimento è appagabile con il possesso dell’oggetto, questi si mescolano, si gode nell’atto stesso del desiderare, il desiderio va al di là del principio di piacere e diventa sovversivo, fino al desiderio di perdersi,  fino alla pulsione di morte. Lacan vede simboleggiato questo percorso nel dipinto “la colonna dei ciechi” del fiammingo Bruegel, guidati da un cieco bendato essi sbandano vagando senza meta.

 ⋯ Da cosa trae origine il désir? Il désir scaturisce dalla mancanza di essere. È il fondo abissale dell’essere umano descritto da Lucrezio come un vaso poroso, è “l’io cavo” di Montaigne, costitutivamente insaziabile chiede di essere continuamente riempito, tramite il ripetersi del godimento dell’oggetto, in altre parole è la descrizione “dell’ uomo come Dio mancato” fatta da Sartre in “L’essere e il nulla”, dove questo non è semplice soggetto già costituito e desiderante, ma semmai è “désir d’être” desiderio d’essere; agito, padroneggiato, spossessato poi, dallo stesso desiderio,  che istituisce il soggetto. La forza del desiderio finisce per assoggettare lo stesso soggetto desiderante, l’essere dell’uomo viene agito dal desiderio, aspirato, in un processo di continua disintegrazione, una pulsione a perdersi, “si perde in quanto uomo perché Dio nasca” per Sartre è l’inverso della passione di Cristo.

Il desiderio si rivela come passione inutile, opposta alla logica utilitarista, così si configura anche la passione dell’alpinismo, uno sforzo intenso e pericoloso, in fondo assurdo perché non approda mai a nulla di definitivo; raggiunta la vetta si scende per compiere un’altra ascensione, gesto destinato a ripetersi nella sua inutilità infinite volte, proprio come lo sforzo di Sisifo nel portare nuovamente il macigno in cima alla montagna. Albert Camus, definisce Sisifo l’eroe assurdo, sconfitto, condannato all’eterno supplizio perché tentò con ogni mezzo di sfuggire alla mortale condizione umana. Questo continuo e inutile tentativo di sfuggire alla finitudine dell’esistenza costituisce la radice dell’esistenza di Dio, “non è Dio che crea l’uomo è l’uomo che crea Dio” è il fondamento del “ens causa sui” che le religioni chiamano Dio e che l’individuo moderno, nel momento in cui il desiderio assume la forma patologica della volontà delirante, pensa se stesso come ens causa sui e non come una com-possibilità della vita nell’universo e dotato di potenza divina.                                        
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Crediti
 • Elvio Balboni •
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