Egon Schiele ⋯


La comprensione, che va distinta dal possesso di informazioni corrette e dalla conoscenza scientifica, è un processo complesso che non produce mai risultati inequivocabili: è un’attività senza fine, con cui, una situazione di mutamento e trasformazione costante, veniamo a patti e ci riconciliamo con la realtà, cerchiamo cioè di sentirci a casa nel mondo.

Hanna Arendt

La lettura è anch’essa un modo per sentirci a casa: un libro si apre e ci accoglie, e una volta sintonizzati sulla stessa onda che muove in spazio aperto, è anche un’occasione per riflettere e comprendere, quelle difficoltà che ci abitano e ci impediscono, non di vivere il o nel mondo, questo bene o male si fa, ma di sentirci veramente a casa ovunque, in ogni angolo della terra. Mai più apolidi dunque, ma accettati come quello stesso libro che si apre a noi e noi a esso. Ed è ciò che accade in questo saggio di filosofia, coinvolgente come un romanzo, e almeno per me, già a iniziare dal titolo: “A casa nel mondo. Pensare il proprio tempo”; la cui autrice, Nadia Beber, filosofa, ci invita appunto, a pensare il nostro tempo, e a non farci pensare da questo, e lo fa magistralmente sulla scia di un’altra grande pensatrice e filosofa: Hannah Arendt.


Ho voluto dar vita a questo libro con l’intento di pensare insieme ad Arendet ma andando oltre Arendet. Per cogliere le sfide che oggi il mondo in parte diverso dal suo, ci sta ponendo.

“Sfida”, parola questa che, di fatto, attiva il pensiero, portando con sé le sensazioni, come quella che si ha, man mano che ci si addentra nella lettura, di trovarsi in piena coscienza, o meglio, essere questa coscienza, laddove ogni capitolo, è una via che si dirama in tempi e luoghi, incontri di pensiero sull’ assenza di pensiero altrui, e di conseguenza il dolore, di chi vi sfugge e di chi se ne fa carico. Eh sì, perché quel male così radicale e che sempre si dilegua, poiché noi continuiamo a sfuggirlo, la filosofa di origine ebraica, non solo lo ha vissuto in tutta la sua portata e enormità, ma lo ha anche guardato dritto negli occhi, accorgendosi, non senza sconvolgersi e sconvolgere ogni interiorità più dello stesso orrido genocidio, della sua banalità. Per questo, c’è bisogno di un pensiero più responsabile e di un giudizio critico, e ogni pensatore che si definisca tale, ha sempre il suo Virgilio che lo accompagna in questo percorso. Nel nostro caso, è la stessa autrice che si e ci fa strada, accompagnata a sua volta dalla Arendet, non senza incrociare inevitabilmente, anche il pensiero di altri filosofi e scrittori, nonché protagonisti di quegli anni bui.

E, iniziando da quelle che sono le problematiche odierne, passando poi, da una breve introduzione del pensiero della filosofa di Linden, va ad approfondire quei temi che hanno scosso il Novecento: il Totalitarismo, la Shoah, e la banalità del male. Andando poi a considerare, che tutti noi muoviamo sulle tracce di chi ci ha preceduti, e anche sui dissesti e su quanto è rimasto in sospeso, trovare i nessi, fra quello che è il nostro presente e ciò che può sembrare un passato, ma che poi per certi versi, tanto passato non è.


La mancanza di pensiero, l’incurante superficialità o l’irrimediabile confusione o la ripetizione compiacente di “verità” banali e vuote, mi sembra tra le più salienti caratteristiche del nostro tempo.

Potrebbero essere queste, parole di Nadia Beber, poiché il suo saggio è attuale, ma sono di Hanna Arendet, e questo scuote quella stessa coscienza, e noi con o in essa, poiché nonostante la crepa apportata nella nostra cultura, da quell’ evento senza precedenti che è stato Auschwitz, lo stesso orrore potrebbe ripetersi, se solo le cose volgessero a un tratto come allora. E qui, c’è davvero bisogno di riflessione, poiché sono molte le similitudini in cui ci s’imbatte, anche perché, se pur vero che le cose cambiano, l’asse su cui però queste girano, è lo stesso: lo stesso uomo che a quanto pare, la Storia segna ma non insegna.

Ecco, coinvolgente dicevo, e toccante, proprio per quel filo che ci lega e conduce, a quella che è la fragilità umana, nel disgregarsi di un’interiorità, che allo stesso tempo cerca di recuperare, recuperarsi, attraverso il pensiero. Fragilità che unisce altresì, tempi e luoghi, per ritrovarci puntuali nella stessa coscienza, dove chi fa il male e lo subisce, è lo stesso essere che smarritosi, non sa che si può essere anche insieme, continuando nel tempo, a puntare il dito fuori, laddove si crede ancora e nonostante tutto… ci sia altro da sé.

Concludo con un grazie dal più profondo a chi ha fatto in modo che non sia così, e in tal senso si è speso. A tutti quei filosofi dunque, che si sono annullati per farsi solo pensiero, filosofia in movimento, e giungere così, fino a noi. E, a Nadia Beber, che sulla stessa scia ha proseguito, rendendo così bene, così vicino e palpabile un pensiero di questa portata, tanto da farlo sentire nostro, e quello che doveva essere un libro è diventato come per incanto… un viaggio indelebile. E infine, anche se dello stesso ringraziamento si tratta, a tutti quelli che come me, si sentono apolidi, perché o cittadini del mondo o niente.

Crediti
 • Anna Maria Tocchetto •
  • Albert Einstein - Sigmund Freud Due menti oltre la guerra
Adriano Siesser Città di legno Branau, novembre 1915
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