Fuoriuscite!

La libertà che dapprima è un fatto fisico e di movimento, diventa poi un fatto mentale: sentirsi liberi è esserlo, nonostante tutto.

Questa mania di assegnare un nome a “cose” che ne farebbero anche a meno, poiché muovono comunque indisturbate, fino a quando appunto, non si chiamano per nome. Presente dunque! nominata e pronta a servir pur per qualcosa, per divenir causa degli effetti, e lasciar così, imbrigliare il corpo dallo stesso pensiero condizionato, che a questo punto, certi effetti non può che darli, poco conta quali siano, purché ci si accordi e soprattutto si convinca, tanto andranno a confluire precisi precisi in quel nome lì. Si etichetta ogni cosa, persino l’aria che si respira, e non tanto per dire come si crede, anche se indirettamente, per quel tutto collegato, lo si fa eccome, sia mai che qualcosa di naturale, possa esser libero e non gestito. E si mira così, al flusso del sangue, ai suoi giri, ai suoi necessari smaltimenti, dovuti a un naturale movimento fisiologico.. ma sì, assegniamogli un nome, che poi diventerà la causa di ogni male o la scusa per ogni dove. Le chiamano “mestruazioni”, anche se da qualche parte, si dice molto più appropriatamente, “le mie cose”, e, infatti, questo sono, ed è proprio affibbiandogli un nome che diventa altro da sé, e cose di tutte e per tutte: lo stesso scorrere in un corpo espropriato. E allora, a ogni respiro, fluiscono sangue e pensiero come vuole il “guru“ del momento, sulla scia delle religioni di un tempo, i cui sedimenti, questi sì, non sono stati ancora smaltiti, dalle etichette attribuite al sangue mestruale: Sacro. Puro. Impuro. Sporco. Etichette per giunta contraddittorie. Estremi che, toccandosi, si annullano per l’appunto, lasciando al suo movimento naturale un corpo, che impuro sarebbe, se non smaltisse le sue cose e, in fin dei conti, non è certo il nome che una certa cosa ha che importa, ma il suo funzionamento ecco, questo sì, ma dalla parte del corpo e non del nome. Perché poi, certamente le cose cambiano, e questo è un bene, ma con loro il nome, e questo fuor di cose potrebbe essere un gran male, poiché, continuando a girare queste e noi con loro, sembra che qualcosa si fermi – anche se, a ben vedere, oltre che passare per nomi e cartelli segnaletici non è che ci sia stato tutto questo gran movimento – ci siamo, ci tocca, è la cosiddetta “menopausa”. E non può mica passar così, come se niente fosse, sia mai sia da un nome non scaturisca effetti e scintille, e in qualche modo non si giustifichi, e per essere un qualche cosa attraversando chi è già, ma ha smesso di essere da un bel po’, qualche fastidio lo deve pur creare. Il nome certo, non è mai la cosa in sé, se non relativamente, si da, per indicare e convogliare flussi e corpi, lasciando quell’impronta che è l’impressione che un dato nome deve provocare. Eh già, provocare voi provocanti donne, e lo stesso nome che vi ha messo in funzione, appena cambia vi mette in sordina, in senso letterale ma anche figurativo ci sta. Sensazione di stasi? Ma certo che no! solo a livello procreativo, in realtà, tutto ciò che deve circolare, circola comunque, se il nome non vi ha preso al laccio, tendenza questa di una vita, seduzione involontaria ricorrente. E, a lasciar fluire il sangue tra le righe, ci si accorge, che quella pausa è preceduta dal meno, per cui il suggerimento latente, che fa paura e unire le parole, suggerisce un più di movimento: certo, di altro e ogni tipo, tirando via quello del chiodo fisso.
Merve Özaslan

Crediti
Anna Maria Tocchetto

PinterestMerve Özaslan
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