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Eccolo qua, Antonio Ligabue. Ed ecco la sua arte. Un’arte che nasce dall’impossibilità: l’impossibilità di vivere un’infanzia felice, l’impossibilità di comunicare, l’impossibilità di amare. La sua è la storia di un uomo considerato folle, uno di quelli che vivono ai margini, uno dei tanti destinati all’oblio. È una storia che sembra già scritta ma che poi va a finire diversamente. Sembra una storia a lieto fine, quella di un artista che con il suo estro creativo riesce a superare i limiti imposti da un’infanzia difficile; eppure c’è un dettaglio che forse racconta un finale diverso. Questo dettaglio è nascosto in una frase: “Dam un bes (Dammi un bacio)”, che Antonio Ligabue ripeteva con insistenza alle donne che incontrava. Una frase che cela un bisogno di amore Per i Greci Eros, per i Romani Cupido, era rappresentato come un giovanetto nudo di grandissima bellezza armato di un arco col quale scagliava le infallibili frecce dalla cui ferita nasceva il mal d'amore. Era la personificazione della forza irresistibile che spinge gli esseri... Leggi genuino che neanche il successo, i soldi e il talento sono riusciti a conquistare. Antonio, artista outsider, pittore naïf, genio tormentato. O semplicemente “El matt”. Così lo chiamavano a Gualtieri, paese d’origine del padre adottivo: per la gente, era semplicemente “Il matto”. Nato a Zurigo nel 1899 da una ragazza madre italiana, fu riconosciuto nel 1901 da Bonfiglio Laccabue, l’uomo che la prese in sposa. Presto venne però affidato a Johannes Valentin Göbel ed Elise Hanselmann, coppia indigente, costretta a spostarsi di continuo in cerca di lavoro. Iniziò così, per lui, la lunga odissea di nomadismi, sradicamenti, violenze, abbandoni. Un carattere difficile e l’insorgere di un chiaro disagio psicologico furono il suo marchio, fin da ragazzino; povertà e ignoranza fecero il resto: il primo ingresso in manicomio nel 1917, dopo una grave crisi di nervi. Da allora fu tutto un susseguirsi di ricoveri, fughe, denunce, vagabondaggi, autolesionismi, tentativi di recupero. I suoi problemi mentali e fisici, furono causati probabilmente dalla carenza di nutrimento nei primi anni di vita. Ciò fermò irrimediabilmente il suo sviluppo, causandogli malattie come rachitismo e gozzo. A venti anni fu espulso dalla Svizzera e andò a vivere a Gualtieri, paese in provincia di Reggio Emilia, patria del padre adottivo. Non era molto loquace, si esprimeva con difficoltà in un misto di italiano e tedesco, ma aveva un talento naturale per il disegno. Si guadagnava da vivere facendo il manovale sul Po, talvolta eseguiva disegni su cartelloni per piccole compagnie circensi. Probabilmente sarebbe rimasto uno dei tanti potenziali artisti di provincia, definito “eccentrico” dai compaesani, se non avesse incontrato nel 1927 lo scultore e pittore Renato Marino Mazzacurati, che immediatamente intuì il suo talento e gli insegnò le tecniche della pittura. Oltre che pittore, Antonio Ligabue è stato anche un bravissimo scultore. Creava le sue opere con l’argilla del Po, che masticava per renderla malleabile. Le prime opere purtroppo sono andate perdute, perché l’artista non era solito sottoporle al processo di cottura che le avrebbe rese più resistenti. Oggi, da molte delle sue opere sono state ottenute fusioni in bronzo, per preservarle dal tempo. È il 1961 l’anno del successo, con una grande personale alla Galleria La Barcaccia di Roma che conquistò critici, artisti e giornalisti e lo resero noto Dio dell'omonimo vento del sud, apportatore di tempeste e di oscurità per cui rendeva insicura la navigazione. Era chiamato anche col nome di Austro.... Leggi al pubblico internazionale. L’anno dopo fu colpito da paresi, ma ciò non gli impedirà di dipingere fino alla sua morte, avvenuta nel 1965. La sua arte era istintiva, selvaggia, folle. Antonio Ligabue era capace di trasportare i suoi demoni sulla tela, creando opere potenti, dall’immediato impatto visivo. Spesso sono animali nell’attimo prima di lanciarsi sulla preda, a volte sono in lotta tra loro. Altro tema frequente è quello dell’autoritratto, che colpisce per la profondità dello sguardo con cui l’artista rappresentava se stesso. Partoriva paesaggi feroci ed incantati, piante accese di colori e scene di fiaba. Più brillanti erano le sue tele, più era misera la sua condizione di naufrago, rannicchiato ai margini dell’esistenza. Eccola, quindi, la follia di Antonio Ligabue, nella fragilità che lo esponeva all’emarginazione. Non avere un posto nel mondo, non conoscere il senso dell’affetto, non possedere una direzione. Ed eccola, la sua pittura: storie di piante, animali, predatori, contadini, storie di un mondo semplice e rurale.Storie intrise di una bellezza antica, di una follia che fa quasi tenerezza. Qualcosa a cui appartenere, qualcosa in cui trovarsi e ritrovarsi. Una tela.

Crediti
 • Vittoria D'Alena •
 • Antonio Ligabue •
 • egon pin •  •  •  •
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