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Hegel, insediato dall’alto, dalle forze al potere, fu un ciarlatano di mente ottusa, insipido, nauseabondo, illetterato che raggiunse il colmo dell’audacia scarabocchiando e scodellando i più pazzi e mistificanti non-sensi. Questi non-sensi sono stati chiassosamente celebrati come sapienza immortale da seguaci mercenari e prontamente accettati per tali da tutti gli stolti, che così si unirono a intonare un coro di ammirazione tanto perfetto quanto non si era mai udito prima. L’immenso campo di influenza spirituale che è stato messo a disposizione di Hegel da coloro che erano al potere gli ha consentito di perpetrare la corruzione intellettuale di una intera generazione.

Arthur Schopenhauer nasce a Danzica nel 1788 da una ricca famiglia di origine tedesca. Suo padre era commerciante, sua madre scrittrice di romanzetti. Nel 1805 si iscrive all’Università di Gottinga, dove è discepolo di Schulze (critico di Kant) che lo indirizza allo studio di Platone e di Kant. A Berlino è disgustato dalle lezioni di Fichte. Dopo la laurea ad Iena si trasferisce a Dresda, dove scrive Il mondo come volontà e rappresentazione, opera che non ebbe affatto successo e che andò al macero. (la madre, con cui Arthur non aveva un buon rapporto, era una donna di mondo e scrittrice di romanzetti che avevano un grande successo). A Weimar è in contatto con Frederich Mayer, studioso di sapienza orientale, che lo avvia allo studio della tradizione filosofico-religiosa dell’India. Nel 1829 ottiene la libera docenza e in quell’occasione si scontra con Hegel (esaminatore) col quale resterà sempre in ostilità, al punto da tenere le sue lezioni nel medesimo orario (con scarsi uditori).
Nel 1831 si trasferisce a Francoforte dove scrive Parerga e paralipomena (cosa occasionali e trascurate) e vive in solitudine gli ultimi anni della sua vita, accompagnati peraltro da un certo successo.

La triplice ispirazione di Schopenhauer
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a) Kant. Schopenhauer si dichiarò sempre kantiano e desideroso di recuperare Kant al di là dell’interpretazione dei “tre ciarlatani“, al di là del superamento idealistico della “cosa in sé“. “Io sono partito da dove Kant è rimasto“: egli ritiene come punto fondamentale della sua filosofia proprio quella distinzione fra fenomeno e noumeno che gli idealisti avevano rifiutato. Tuttavia la domanda fondamentale che muove la filosofia di Kant non è una domanda gnoseologica: attraverso i termini kantiani Schopenhauer esprime la sua visione tragica della vita.
b) Platone. Lo attrae la teoria delle “idee“, intese come forme eterne sottratte alla realtà dolorosa, la contrapposizione fra le idee e le cose, fra realtà e apparenza, l’idea della vita terrena come dominata dall’apparenza.
c) Filosofia orientale. Accolta con la consapevolezza di un radicale rifiuto della tradizione occidentale. Induismo e buddismo sono accolti come via di fuga dalla filosofia che era sfociata nell’hegelismo. “Torna l’indiana sapienza a fluire verso l’Europa, e produrrà una fondamentale mutazione del nostro sapere e pensare“.

Buddha, l’illuminato, è colui che ha scoperto la verità e l’ha trasmessa agli uomini. Rampollo di famiglia principesca, giovane, bello, ricco, sposato con un figlio, un giorno uscendo da palazzo incontrò tre personaggi: Malattia, Vecchiaia, Morte. Fu la scoperta del dolore, da cui rimase talmente sconvolto che decise di abbandonare tutto per cercare la verità e la salvezza. Al termine di una vita di penitenza giunse alla saggezza. “Questa, asceti, è la verità circa il dolore: nascita è dolore, morte è dolore: dolore è l’unione con ciò che dispiace, dolore è la separazione da ciò che piace, dolore ogni desiderio deluso…“. Buddha è colui che ha svelato la realtà togliendo il velo di Maya, cioè il velo che copre la realtà di illusioni, e ha rivelato come non sia altro che dolore, che la vera realtà è il dolore.

Il mondo come rappresentazione
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Noi non conosciamo la vera realtà, ogni cosa conosciuta è relativa al soggetto. “Tutto ciò che esiste per la conoscenza, cioè questo mondo intero, è solamente oggetto in rapporto al soggetto, intuizione di chi intuisce, in una parola rappresentazione“: ogni nostra conoscenza consiste nella rappresentazione soggettiva di un oggetto. Il mondo come rappresentazione è dunque fenomeno: noi non conosciamo mai la realtà in sé ma solo la realtà quale si manifesta nelle forme dell’intelletto. Le forme mediante le quali l’intelletto raccoglie in unità ed elabora i dati sensibili sono lo spazio, il tempo e la causalità (a quest’ultima vengono ridotte tutte le categorie). Per Kant il fenomeno è il mondo conosciuto, spazio per l’attività conoscitiva dell’uomo e limite insuperabile di tale attività. Per Schopenhauer il fenomeno è illusione e apparenza, è il Velo di Maya che copre il volto delle cose, è l’illusione che vela la realtà delle cose nella loro essenza primigenia ed autentica. Il fenomeno è parvenza, illusione, sogno. In Schopenhauer il principio soggettivistico della “rivoluzione copernicana” viene invocato come riprova del carattere meramente illusorio della conoscenza. Tra il sogno e la veglia non c’è nessuna differenza e la vita è sogno, sogno di nessun sognatore.
Con questo Schopenhauer si inserisce in tutta una tradizione letteraria sul tema del sogno:
Pindaro scriveva che “l’uomo è il sogno di un’ombra“, Shakespeare che “noi siamo della stessa materia di cui sono fatti i sogni, e la nostra breve vita è circondata da un sonno. Calderon de la Barca scrive “La vida es sueño“. E Schopenhauer:

La vita e i sogni son pagine dello stesso libro. La lettura di seguito è la vita reale. Ma quando l’ora abituale della lettura (il giorno) è trascorsa, ed arriva il momento del riposo, noi continuiamo spesso a sfogliare oziosamente il libro, aprendo a caso questa pagina o quella senz’ordine e senza seguito, imbattendosi ora in una pagina già letta, ora in una nuova; ma il libro che leggiamo è sempre il medesimo.

Il mondo della rappresentazione è il mondo del “principium individuationis“, in cui ogni cosa è distinta e separata dalle altre e conoscibile come individuo.

Il mondo come volontà
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Ma sotto il fenomeno c’è l’essenza della realtà, il noumeno, a cui Schopenhauer da il nome di VOLONTÀ' (Wille), che sta oltre il velo di Maya, sotto a cui si trova il volto vero della realtà. Occorre perciò oltrepassare le apparenze per risalire alla realtà, passare dal sonno alla veglia, dall’ombra alla luce.
La via che conduce all’essenza della realtà è una sorta di passaggio sotterraneo che, a tradimento, porta proprio all’interno di quella fortezza che pareva inespugnabile. Questo tunnel è rappresentato dalla corporeità. L’uomo non è solo attività conoscitiva, “alata testa di angelo senza corpo” (come tende a vederlo la filosofia razionalistica moderna), ma è istinto vitale, volontà di vivere, istinto di conservazione. Attraverso il nostro corpo noi cogliamo l’intima essenza della realtà, che è volontà. Siamo così portati a squarciare il velo di Maya e a comprendere che, al di sotto del principium individuationis, siamo parti di un’unica volontà che pervade tutte le cose. La cosa in sé , la realtà al di là di tutte le apparenze, il fondamento metafisico di tutto è la Volontà, forza cosmica, universale e anonima, di cui la volontà individuale non è altro che un’espressione particolare.

È l’intimo essere, il nocciolo di ogni singolo e così pure del tutto; essa si manifesta in ogni cieca forza naturale: non scaturisce dalla conoscenza, come pretendeva sinora la filosofia, e non è della conoscenza una semplice modificazione, una cosa secondaria, dunque derivata, determinata dal cervello come la conoscenza; la volontà è il PRIUS della conoscenza, il nucleo del nostro essere, è quella forza originaria che crea e conserva il corpo.

La Volontà dunque è unica, irrazionale, cieca, senza scopo, insaziabile ed eterna. La volontà è la sostanza intima, il nocciolo di ogni cosa particolare e del tutto; è quella che appare nella forza naturale cieca, è quella che si manifesta nella condotta ragionata dell’uomo; l’enorme differenza che separa i due casi non concerne se non il grado della manifestazione; l’essenza di ciò che si manifesta ne rimane assolutamente intatta.
Da questa concezione della volontà deriva la concezione tragica del vivere, deriva il radicale pessimismo di Schopenhauer e la sua critica ad ogni forma di ottimismo. La volontà è tensione continua, quindi tormento, ed ogni aspetto della vita non è che una manifestazione di questo tormento. Ogni soddisfazione è solo momentanea, e da essa nasce un nuovo tendere, un nuovo desiderio, dunque un nuovo dolore. Ogni piacere non è altro che un momentaneo intervallo fra due dolori, è l’esito di una tensione tormentosa, che riprende immediatamente dopo col sorgere di nuovi desideri. La vita oscilla come un pendolo fra il dolore e la noia (di sette giorni sei sono di dolore e uno di noia).

A rendere più tragica la condizione umana si aggiunge la ferocia dell’uomo, “l’unico animale che faccia soffrire gli altri per il solo scopo di far soffrire“: la storia umana è storia di guerre e di sopraffazioni, e non procede verso alcuna meta, non v’è in essa alcun progresso o razionalità, come pretende Hegel, ma soltanto cieco caso.

La vita di ogni singolo, se la si guarda nel suo complesso, rilevandone solo i tratti significativi, è sempre invero una tragedia, ma esaminata nei particolari ha il carattere della commedia. I desideri sempre inappagati, il vano aspirare, le speranze calpestate senza pietà dal destino, i funesti errori di tutta la vita, con accrescimento di dolore e con morte alla fine, costituiscono ognora una tragedia. Così, quasi il destino avesse voluto aggiungere lo scherno al travaglio della nostra esistenza, deve la vita nostra contenere tutti i mali della tragedia, mentre noi non riusciamo a conservare la gravità dei personaggi tragici, e siamo inevitabilmente, nei molti casi particolari della vita, goffi tipi da commedia.

L’umanità considerata dal punto di vista estetico è un album di caricature, dal punto di vista intellettuale un manicomio, dal punto di vista morale un’orda di briganti.
Anche la concezione della storia è radicalmente pessimista: essa non è che continua ripetizione: eadem sed aliter. Quando uno ha letto Erodoto consoce già tutta la storia dell’umanità.
Poiché la Volontà di vivere è presente in ogni manifestazione della natura, il dolore non riguarda solo l’uomo ma è un dolore cosmico: tutto soffre, poiché per vivere ogni creatura necessita della sofferenza delle altre e la Volontà prosegue nella sua insaziabile vita cosmica servendosi degli individui come strumenti per la propria propagazione.
In questa propagazione l’amore non è altro che un’illusione, strumento della Volontà per la sopravvivenza della specie. Abbiamo qui la critica radicale del mito romantico dell’amore. Ogni innamoramento, per quanto etereo voglia apparire, affonda sempre le sue radici nell’istinto sessuale.

La soteriologia
La salvezza dell’uomo può avvenire solo tramite la negazione della volontà di vivere. Il suicidio non è una soluzione: chi si uccide infatti non nega la vita in generale, ma solo quella particolare condizione in cui la vita si trova in un certo momento. Il suicida estingue solo la propria individualità, non già l’indistruttibile volontà di vivere, che celebra in tal modo anche nel suicidio il suo trionfo.
L’uomo deve cercare in altro modo di pervenire alla salvezza: ci si può liberare dalla catena che di desiderio in desiderio conduce alla noia e al dolore “solo col cessare di volere“, solo nella NOLUNTAS.
Questo avviene innanzitutto nell’ARTE. Nell’attività estetica l’individuo si stacca dalle catene della volontà, si allontana dai suoi desideri, annulla i suoi bisogni, cessando di guardare gli oggetti per quel che possono essergli utili o nocivi. L’uomo si annulla come volontà e dimentica se stesso e il suo dolore. “Il piacere estetico consiste in gran parte nel fatto che, immergendoci nello stato di contemplazione pura, noi ci liberiamo per un istante da ogni desiderio e preoccupazione; ci spogliamo in un certo qual modo di noi stessi, non siamo più l’individuo che pone l’intelligenza al servizio del volere“. Nell’intuizione estetica l’intelletto infrange la sua servitù alla volontà, non è più lo strumento che le procura i mezzi per soddisfarla. L’arte superiore a tutte, l’arte per eccellenza è la musica e con essa l’uomo entra in rapporto immediato con l’essenza intima del mondo. Dispersa in essa la propria individualità l’uomo trova finalmente la pace.
Tuttavia l’arte concede all’uomo solo istanti rari e brevi di felicità che fanno capire “quanto debba essere felice la vita di un uomo la cui volontà non sia acquietata per un solo momento, come nell’estasi estetica, ma colmata per sempre, anzi ridotta completamente al nulla“. Questo avviene nell’ASCESI.
La liberazione dell’uomo dal fatale alternarsi del dolore e della noia deve avvenire sottraendosi radicalmente alla volontà di vivere e sopprimendo così la radice del male, che si esprime nel perenne flusso della individuazione. L’ascesi è un cammino che conduce ad allontanare da noi stessi ogni desiderio servo della volontà di vivere, che porta a contrapporre alla mia individualità quella degli altri. Il primo passo verso questa liberazione si ha nella realizzazione della giustizia, cioè riconoscendo gli altri uguali a noi. Ma la giustizia da sola non basta, occorre la compassione, cioè il sentire l’altrui dolore come il proprio. Solo nella compassione risiede la fonte dell’agire morale. Non già nell’amore, poiché l’amore è anch’esso egoismo e brama di possesso. Non amore al bene dell’altro bensì partecipazione al suo dolore. È partecipazione al dolore del mondo, di modo che ciascuno possa riconoscersi in ogni essere dell’universo. L’ascesi conduce allora alla castità perfetta, alla povertà volontaria, alla rassegnazione, al sacrificio, tramite i quali si raggiunge la noluntas.

Tale rinnegamento della volontà di vivere attraverso l’ascesi si configura come attingimento di uno spazio eterno di pace, di quiete e di silenzio. Molte pagine di Schopenhauer giungono ad intuire la presenza di una luce che la filosofia non riesce a cogliere ma può solo indicare negativamente. La filosofia parla di ciò che deve essere negato e superato, ma quel che con questo superamento si guadagna si rivela soltanto nell’esperienza mistica, con esperienza di una positività originaria nei cui confronti tutto ciò che è contenuto in questo nostro mondo svanisce. “Ma io credo che quando la morte avrà chiuso i nostri occhi, noi ci troveremo in una luce al cui confronto la nostra luce solare non è che ombra“.
C’è in questo, evidentemente, una contraddizione: se ogni azione umana è determinata dalla Volontà trascendente, come può l’uomo negare la Volontà? Poi, la stessa volontà assume ben 5 presto un significato positivo a fianco di quello negativo. Schopenhauer ritrova nel Nulla il Tutto. L’ultima pagina del “Mondo” è tutta piena della fiducia che il Nulla sia in realtà il Tutto. Il mondo della negazione è il nulla solo finché il mondo della rappresentazione è per noi il vero mondo. C’è perciò una profonda vena di religiosità e, in fondo, un esito mistico.

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