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Un segno incomincia a ripetersi dal momento in cui sorge. Se non fosse così, non sarebbe segno, non sarebbe quello che è, cioè quella non-identità a sé che rinvia regolarmente allo stesso. Vale a dire a un altro segno che a sua volta nascerà suddividendosi. Il grafema, così ripetendosi, non ha quindi luogo o centro naturali. Ma li ha mai perduti? La sua eccentricità è un decentramento? Non si può affermare l’irreferenza al centro invece di piangere l’assenza del centro? Perché portare il lutto per il centro? Il centro, l’assenza di gioco e di differenza, non è un altro nome della morte? Quella che rassicura, placa, ma che dalla sua tana tormenta anche, e pone in gioco?

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