Cueva Sima Humboldt ubicada en el parque nacional Jaua-Sarisariñama  del estado Bolívar, Vzla.

Nessun filosofo è mai riuscito a dare una risposta soddisfacente alla domanda: «Perché deve esistere qualcosa piuttosto che il nulla?». A prima vista sembrerebbe una domanda legittima, ma in fondo qualcuno di noi trova inspiegabile, addirittura illogico, che si arrivi a porla. Il quesito è un chiaro sintomo del nostro disagio nei riguardi del Qualcosa. Al contrario, nel Nulla non c’è niente di preoccupante, perché non siamo in grado di prenderlo in esame. Il Qualcosa ammette o rende necessaria l’esperienza del perturbamento. Che sia il risultato di un’evoluzione della natura o sia fabbricato dalle dita e dal pollice opponibile dell’umanità, che si tratti di qualcosa di animato o inanimato, questo Qualcosa può diventare per noi perturbante, una contravvenzione ai nostri convincimenti riguardo a ciò che deve o non deve essere.
Allo stesso modo in cui ha un’idea di massima su ciò che è moralmente giusto o sbagliato, la maggior parte di noi ha un’idea di massima su ciò che è giusto o sbagliato nel mondo e in noi stessi: possiede un’autorità interna che giudica se entità ed eventi rientrano nei limiti della realtà o ne esorbitano. Il perturbante genera una sensazione di erroneità. Traspira una violazione che allarma l’autorità interiore riguardo a come una certa cosa dovrebbe accadere, esistere o comportarsi. È inflitto un oltraggio all’idea che abbiamo del mondo o di noi stessi. Naturalmente può darsi che la nostra autorità interiore sia essa stessa nel torto, in quanto prodotto della coscienza basato su un corpus di leggi scritte soltanto dentro di noi, anziché strumento rilevatore di ciò che è oggettivamente giusto o sbagliato, dal momento che nulla è oggettivamente giusto o sbagliato. E, dunque, che potremmo errare nel giudicare sbagliato qualcosa solo in quanto ritenuto tale dalla nostra autorità interiore, che a quel punto segnalerebbe questa erroneità con un segnale di perturbamento, il quale a sua volta tornerebbe indietro dando origine a un altro giro di allerta basato sul principio che tutto ciò che essa apprende è errato, che è come dire che Qualcosa è sempre errato. Per il bene del nostro funzionamento, tuttavia, ad assicurarci contro gli effetti negativi del ciclo interminabile di segnali di erroneità perturbante vi è la nostra incapacità di riconoscerla, a dispetto della sua potenziale onnipresenza che peraltro giustifica l’inquietudine che proviamo riguardo al Qualcosa. Possiamo continuare però a percepire il fatto che altri fenomeni stiano dalla parte errata del confine tra giusto e sbagliato: che sembrano non accadere, esistere o comportarsi come sentiamo che dovrebbero.
Questo processo coinvolge anche i dettagli più banali dell’esistenza quotidiana. Capita che in un lampo1. Figlio del troiano Laomedonte, eponimo di Lamponeia in Troade (Hom. Il. 15, 526; 20, 238). 2. Uno dei cavalli della quadriga di Ettore, con Eto, Podargo 1 e Xanto 2, nutriti amorevolmente da Andromaca con abbondante frumento e vino (Hom. Il. 8, 185-190).... Leggi cessino di apparirci come siamo abituati a vederli e mostrino un aspetto diverso, magari di qualcosa che non siamo in grado di nominare. Questa precarietà di qualità e significato in una cosa – in una marionetta, per esempio – respinge un’ispezione troppo prolungata, perché più essa dura più ci perdiamo nella sensazione paradossale di conoscere e non conoscere ciò che un tempo era noto Figlio di Astreo e di Eos. Dio dell'omonimo vento del sud, apportatore di tempeste e di oscurità per cui rendeva insicura la navigazione. Come tutti i venti era governato da Eolo. Di questo vento Zeus si servì per annientare col Diluvio il genere umano.... Leggi e familiare. Ed è lì che la domanda: «Perché deve esistere qualcosa piuttosto che il nulla?» rischia di perdersi nell’inspiegabile, persino irragionevole, ambizione di risolverla senza impazzire a causa del perturbante.
Gli oggetti più comuni evocano il perturbante con insolita facilità, perché li vediamo nei contesti più comuni e «sappiamo» come dovrebbero e non dovrebbero essere. Un giorno le scarpe sul fondo dell’armadio attraggono la tua attenzione come mai prima. In qualche maniera si sono separate dal mondo, sono apparizioni a cui non sai dare un posto, brandelli di materia senza qualità e significato stabili. Ti senti confuso mentre stai lì a fissarle. Che cosa sono? Qual è la loro natura? Perché deve esistere qualcosa piuttosto che il nulla? Ma prima che la coscienza possa fare altre domande viene azzerata in modo che le calzature tornino a essere, nella loro esistenza, familiari e non più straordinarie. Quello stesso giorno scegli le scarpe da indossare e ti siedi per infilarle. È lì che noti il paio di calze che indossi e pensi ai piedi che nascondono… e al resto del corpo al quale sono uniti quei piedi nascosti… e all’universo in cui quel corpo vagabonda senza meta insieme ad altre forme straordinarie. «E adesso?» sembra dire una voce dall’altro lato dell’essere. E pensa se guardassi te stesso, l’oggetto più comune che ci sia, e non sapessi più legare una qualità e un significato a ciò che è visto o ciò che lo sta vedendo. Eh, sì: e adesso?

Crediti
 • Thomas Ligotti •
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