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Narciso era scuro e magro, Boccadoro era radioso e florido. Se Narciso sembrava un pensatore e un analizzatore, Boccadoro sembrava un sognatore e un’anima di fanciullo. Ma c’era al di sopra dei contrasti qualcosa che li accomunava: entrambi erano nature superiori, entrambi si distinguevano dagli altri per doti e caratteristiche palesi, entrambi avevano ricevuto un monito particolare dal destino. […]

Strana amicizia

Strana amicizia fu quella che s’iniziò fra Narciso e Boccadoro; piaceva a pochi, e talvolta pareva dispiacesse a loro stessi.

Narciso, il pensatore, ebbe da principio la parte più difficile. Per lui tutto era spirito, anche l’amore; non gli era dato abbandonarsi spensieratamente ad un’attrazione. In quell’amicizia egli era lo spirito reggente, e per molto tempo fu il solo a riconoscerne con chiarezza il destino, la portata e il significato. Per molto tempo, in pieno affetto egli rimase solitario; sapeva che non sarebbe riuscito a possedere davvero l’amico se non dopo averlo condotto alla conoscenza. Fervido e ardente, Boccadoro s’abbandonava alla nuova vita come per gioco, senza rendersi conto di nulla; cosciente e responsabile Narciso accettava l’alto destino. […]

Poiché se Boccadoro si sentiva destinato a diventar monaco ed asceta e a tendere per tutta la vita verso la santità, Narciso era veramente destinato a quella vita.

A lui era permesso d’amare in una forma sola, nella più elevata. Del resto alla vocazione di Boccadoro per la vita ascetica Narciso non credeva. Egli aveva una singolare capacità di leggere nell’animo degli uomini e in questo caso, amando, leggeva con tanta maggior chiarezza. Vedeva la natura di Boccadoro e, malgrado fosse l’opposto della sua, la comprendeva a fondo, perché ne era l’altra metà, la metà perduta. Vedeva questa natura racchiusa entro una dura corazza d’immaginazioni, di errori d’educazione, di parole paterne, e da tempo intuiva tutto il segreto, non complicato di quella giovane vita. Il suo compito gli era chiaro: svelare questo segreto a colui che lo portava in sé, liberarlo dalla sua corazza, restituirgli la sua vera natura. Sarebbe stato difficile, e la cosa più penosa era che ciò gli sarebbe forse costato la perdita dell’amico.[…]

Ma non era rimasto vano l’affetto che lo legava all’amico, non vana la consuetudine dello star molto insieme. Nonostante la profonda differenza delle loro nature, avevano imparato molto l’uno dall’altro; a poco a poco era nato fra loro, accanto al linguaggio della ragione, un linguaggio d’anime e di cenni, così come fra due residenze può correre una strada maestra per le vetture e per i cavalieri, ma accanto si formano tante altre piccole vie laterali: viottoli per i bimbi che giocano, sentieri nascosti per innamorati, stradelline appena visibili di cani e di gatti. A poco a poco l’animata fantasia di Boccadoro s’era insinuata per magiche vie nei pensieri dell’amico e nel loro linguaggio; e questi dal canto suo aveva imparato a comprendere ed a sentire, senza parole, molta parte della natura di Boccadoro. Maturavano lentamente, nella luce dell’amore, nuovi vincoli fra anima ed anima; le parole vennero dopo. Così un giorno – era vacanza e i due amici stavano insieme nella biblioteca – s’intavolò fra loro, inatteso da entrambi, un discorso che li portò a un tratto nel cuore della loro amicizia e la illuminò di nuove luci.

Avevano parlato dell’astrologia, che nel convento non si studiava, anzi era proibita, e Narciso aveva detto che essa era un tentativo di mettere ordine e sistema nelle molte e diverse specie di uomini, di destini, di vocazioni. Boccadoro interruppe: «Tu parli sempre delle diversità.., a poco a poco mi sono convinto che questa è la tua dote speciale. Quando parli della grande differenza che esiste ad esempio fra te e me, mi par sempre ch’essa non consista in altro che nella tua singolare mania di trovar differenze!»

Narciso: «Certo, tu cogli proprio nel segno. E così! Per te le differenze non hanno molta importanza, a me invece sembrano l’unica cosa importante. Io sono per natura un erudito, la mia vocazione è la scienza. E scienza altro appunto non è, per citare le tue parole, che la mania di trovar differenze. Non si potrebbe designare meglio la sua essenza. Per noi uomini di scienza nulla è importante se non lo stabilire delle diversità: scienza significa arte di distinguere. Trovare ad esempio in ogni uomo le caratteristiche che lo distinguono dagli altri significa conoscerlo».

Boccadoro: «Va bene. Uno ha delle scarpe da contadino ed è un contadino, un altro ha una corona in capo ed è un re. Certo sono differenze. Ma le vedono anche i bambini pur senza tutta la vostra scienza».

Narciso: «Ma se tanto il contadino quanto il re indossano vesti d’oro, il bambino non li distingue più».

Boccadoro: «Neppur la scienza».

Narciso: «Forse sì. Essa non è certo più intelligente del bambino, te lo concedo, ma è più paziente; non rileva soltanto le caratteristiche più grossolane».

Boccadoro: «Anche un bambino intelligente riconoscerà il re dallo sguardo o dal portamento. Insomma voi eruditi siete orgogliosi e ci giudicate sempre più stupidi di voi; si può essere molto intelligenti anche senza tutta la vostra scienza».

Narciso: «Mi fa piacere che tu cominci a comprendere questo. Fra poco comprenderai allora altresì che io non penso all’intelligenza, quando parlo della differenza fra te e me. Non dico: tu sei più intelligente o più stupido, migliore o peggiore. Dico soltanto: sei diverso».

Boccadoro: «Questo si capisce. Ma tu non parli solo di differenze di caratteristiche, parli anche spesso di differenze di destino, di vocazione. Perché ad esempio tu dovresti avere una vocazione diversa dalla mia? Sei un cristiano come me, sei deciso come me a scegliere la vita monastica, sei figlio come me del buon Padre che sta in cielo. La nostra mèta è la stessa: la beatitudine eterna. La nostra destinazione è la stessa: il ritorno a Dio».

Narciso: «Benissimo. Nel trattato della dogmatica certo un uomo è esattamente uguale all’altro, ma nella vita no. A me pare: il discepolo prediletto del Redentore, sul petto del quale egli riposava, e quell’altro discepolo che lo tradì… quei due non avevano forse la stessa vocazione?».

Boccadoro: «Sei un sofista, Narciso! Per questa via non ci avviciniamo».

Narciso: «Per nessuna via ci avviciniamo».

Boccadoro: «Non dir così!».

Narciso: «Parlo sul serio. Non è il nostro compito quello d’avvicinarci, così come non s’avvicinano fra loro il sole e la luna, o il mare e la terra. Noi due, caro amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra. La nostra mèta non è di trasformarci l’uno nell’altro, ma di conoscerci l’un l’altro e d’imparar a vedere ed a rispettare nell’altro ciò ch’egli è: il nostro opposto e il nostro complemento. […]

Io ti prendo sul serio quando sei Boccadoro. Ma tu non sei sempre Boccadoro. Io non mi auguro altro se non che tu divenga Boccadoro in tutto e per tutto. Tu non sei un erudito, tu non sei un monaco… per far un erudito ed un monaco basta una stoffa meno preziosa della tua. Tu credi che ti giudichi troppo poco erudito, troppo poco logico, o troppo poco pio. No, per me sei troppo poco te stesso»

Boccadoro s’era ritirato da quel colloquio stupito e persino offeso, ma pochi giorni dopo mostrò egli stesso il desiderio di continuarlo. Questa volta Narciso riuscì a dargli, della differenza fra le loro nature, un’immagine ch’egli poté comprendere meglio.

Narciso aveva parlato con calore, sentiva l’amico più aperto, quel giorno, e più pronto ad accogliere le sue parole: sentiva di far presa su di lui. E si lasciò indurre dal successo a dire più di quel che fosse nelle sue intenzioni, si lasciò trasportare dalle sue stesse parole.

«Vedi», disse, «c’è un punto solo in cui ti sono superiore: io sono sveglio, mentre tu lo sei soltanto a mezzo, anzi a volte dormi del tutto. Per me, sveglio è chi conosce con l’intelletto e con la coscienza se stesso, le proprie forze intime e jrrazionali, i propri istinti e le proprie debolezze, e sa tenerne conto. Questo tu devi imparare: ecco il senso che può esserci per te nell’avermi incontrato. In te, Boccadoro, lo spirito e la natura, la coscienza e il mondo dei sogni sono lontanissimi fra loro. Hai dimenticato la tua infanzia, e dalle profondità della tua anima essa ti cerca. Ti farà soffrire finché non le avrai dato ascolto… Basta! Nell’essere sveglio, ripeto, sono più forte di te, in questo ti sono superiore e ti posso aiutare; in tutto il resto, caro, sei tu superiore a me… o meglio lo sarai non appena avrai trovato te stesso».

Boccadoro aveva ascoltato con stupore, ma alle parole “hai dimenticato la tua infanzia” aveva sussultato come colpito da una freccia. Narciso, che per abitudine, mentre parlava, spesso teneva a lungo chiusi gli occhi e li fissava innanzi a sé, come se in tal modo trovasse meglio le parole, non s’era accorto di nulla. Non aveva veduto il volto dell’amico contrarsi improvvisamente e come avvizzirsi.

«Superiore… io a te! » balbettò Boccadoro tanto per dir qualcosa; era come irrigidito.

«Certo», continuò Narciso. «Le nature come la tua, dotate di sensi forti e delicati, gli ispirati, i sognatori, i poeti, gli amanti sono quasi sempre superiori a noi uomini di pensiero. La vostra origine è materna. Voi vivete nella pienezza, a voi è data la forza dell’amore e della esperienza viva. Noi spirituali, che pur sembriamo spesso guidarvi e dirigervi, non viviamo nella pienezza, viviamo nell’aridità. A voi appartiene la ricchezza della vita, a voi il succo dei frutti, a voi il giardino dell’amore, il bel paese dell’arte. La vostra patria è la terra, la nostra è l’idea. Il vostro pericolo è di affogare nel mondo dei sensi, il nostro è di asfissiare nel vuoto. Tu sei un artista, io un pensatore. Tu dormi sul petto della madre, io veglio nel deserto. A me splende il sole, a te la luna e le stelle, i tuoi sogni sono di fanciulle, i miei di ragazzi…»


Crediti
 • Hermann Hesse •
 • Narciso e Boccadoro •
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