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L’interesse dell’uomo per lo studio del cervello ha radici molto antiche. Un papiro egiziano che risale al diciassettesimo secolo, a.c. contiene, in geroglifici, la parola “cervello” in numerose ricorrenze; si sa, infatti, che gli antichi egizi operavano sull’encefalo e avevano quindi una notevole conoscenza della sua struttura. Studiare il cervello però, è un’avventura particolarmente complessa; come un circolo, al proprio interno, l’uomo applica la propria intelligenza allo studio dell’organo che gli permette di pensare, per questo, sono trascorsi oltre tre millenni dalle prime scoperte alla nascita di discipline scientifiche evolute.

La sola grande emozione della mia vita è stata la paura  —    —  T Hobbes

Un passo importante è stato fatto, con la teoria del neurone promossa dallo spagnolo Santiago Ramón y Cajal, che per i suoi studi sull’anatomia del sistema nervoso ha vinto nel 1906 il premio Nobel insieme all’italiano Camillo Golgi. La scoperta del neurone per opera dei due scienziati ha dato l’avvio nel novecento a conoscenze sempre più approfondite sul funzionamento del nostro cervello. La parola “neuroscienze” è introdotta nel 1972 da uno scienziato americano, Francis Schmitt, secondo il quale per studiare il sistema nervoso bisognava associare scienziati con diversa formazione: fisiologi, biochimici, matematici, fisici, chimici, microscopisti, neurologi, psichiatri. Dopo Schimitt, il concetto di neuroscienze si è allargato, arrivando a comprendere anche la psicologia cognitiva, la scienza della comunicazione, la teoria dei sistemi, la sociologia e persino la filosofia. Lo studio dell’attività cerebrale stravolge, infatti, i capisaldi del pensiero occidentale come il dualismo di mente e corpo e l’idea stessa dell’uomo come essere razionale. Le ricadute delle neuroscienze coinvolgono così problemi millenari come l’intelletto e le emozioni, l’origine e il funzionamento della coscienza, la possibilità del libero arbitrio e dell’agire morale.

L’unica cosa di cui si è certi a proposito della natura umana, è che essa cambia  —    —  O. Wilde

I neuroni e gli impulsi nervosi
Gli esseri umani, come tutti gli animali, ricevono continuamente messaggi di vario tipo dall’ambiente in cui vivono, infatti, sono dotati di organi di senso che ospitano particolari cellule chiamate recettori. Queste cellule convertono lo stimolo in un impulso di tipo elettrico e lo trasmette al sistema nervoso. Il sistema nervoso ha il compito di interpretare lo stimolo e di rispondere, e lo fa, attraverso un’azione che si articola in tre fasi. Innanzi tutto acquisisce lo stimolo sensoriale e lo trasmette ai centri d’elaborazione. In secondo luogo, riunisce, interpreta, ed elabora le informazioni nel sistema nervoso centrale, che ha sede nell’encefalo e nel midollo spinale. Formula quindi una risposta allo stimolo ricevuto. Infine, trasmette un impulso motorio alle cellule muscolari che eseguono i movimenti. A questi tre tipi d’operazioni sovrintendono tre categorie di neuroni, ovvero di cellule nervose. Ci sono i neuroni sensoriali che acquisiscono lo stimolo dai recettori, per esempio, dai fotorecettori degli occhi, nel caso della vista, e lo trasportano al sistema nervoso centrale; i neuroni d’associazione, che si trovano all’interno del sistema nervoso centrale, si occupano poi, di integrare ed elaborare le informazioni; infine, i neuroni motori, trasmettono la risposta elaborata alle cellule interessate. L’impulso nervoso si trasferisce attraverso le sinapsi, che sono i punti di contatto tra due neuroni o tra un neurone e una cellula muscolare; esistono sinapsi elettriche e sinapsi chimiche che funzionano attraverso sostanze dette neurotrasmettitori. Attraverso questo processo composito, il sistema nervoso svolge un’azione costante, che permette di passare dalla semplice sensazione, in pratica, dalla registrazione dello stimolo sensoriale, alla percezione, fino ad arrivare, all’interpretazione del messaggio ricevuto, da cui conseguono le molteplici e ricercate risposte di cui è capace l’essere umano.

Dove vien meno l’interesse, vien meno anche la memoria  —    —  J. W. Goethe

La recherche di Proust
A la recherche du temp perdu è un’opera in sette volumi pubblicata da Marcel Proust, tra il 1913 e il 1927. L’episodio della madeleine è contenuto nel primo libro, intitolato “Dalla parte di Swann”. Le parole con cui Proust descrive l’affiorare improvviso di un ricordo sepolto, sono tra le più celebri della storia della letteratura mondiale:

Nel momento stesso che quel sorso
misto a briciole di biscotto toccò
il mio palato, trasalii, attento a quanto
avveniva in me di straordinario.
Un piacere delizioso mi aveva invaso,
isolato, senza nozione della sua causa.
M’aveva rese indifferenti le
vicissitudini della vita, le sue calamità
inoffensive la sua brevità illusoria,
nel modo stesso che agisce l’amore,
colmandomi di un’essenza preziosa:
o meglio, quest’essenza non era in me,
era me stesso.

L’intera opera di Proust è imperniata sulla ricerca del tempo perduto: un passato dimenticato che è legato attraverso innumerevoli fili al presente e che è compito della memoria riportare in vita. Proust distingue però due forme di recupero del passato. Una, è la memoria volontaria, che ricompone logicamente un ricordo, ma non è in grado di restituire a pieno, emozioni e sentimenti; l’altra è la memoria involontaria, più spontanea, che viene sollecitata da una sensazione, che ci fa immergere tutt’a un tratto nel tempo perduto facendocelo per un istante rivivere a pieno. La memoria volontaria, dice Proust, non ci dona del passato che facce prive di verità ma, quando un odore, un sapore ritrovati in circostanze diversissime, risvegliano in noi, nostro malgrado, un qualcosa già accaduto, noi sentiamo, quanto questo sia diverso, da come credevamo di ricordarlo. Solo i ricordi involontari sono autentici perché contengono un dosaggio esatto di memoria e d’oblio. Recuperarli attraverso quella che chiama intermittenza del cuore è, per Proust, il compito dell’artista, perché è un ricordare e ricreare ed è quindi una vittoria sul tempo e sulla morte.

L’esperienza del sogno si presenta come un fatto estraneo, inserito fra due periodi di vita che sono perfettamente contigui e si prolungano l’uno nell’altro  —    —  S. Freud

La storia dei neuroni specchio
Si racconta che la scoperta, tutta italiana, dei neuroni specchio sia in parte dovuta al caso. All’inizio degli anni novanta, Giaccomo Rizzolatti e il suo gruppo di ricerca di Parma, stavano conducendo degli esperimenti sui macachi per studiare i neuroni specializzati nel movimento. Un giorno, durante un esperimento, quando un ricercatore fece il gesto di prendere delle noccioline, i neuroni premotori di una scimmia reagirono, nonostante fosse immobile e stesse solo osservando la scena. Come poteva essere accaduto se la scimmia non si era mossa? Fino allora si pensava che quei neuroni si attivassero soltanto per funzioni motorie. In un primo momento, i ricercatori pensarono si trattasse di un difetto nella strumentazione, ma ulteriori esperimenti confermarono la relazione tra l’attivazione di questi neuroni e l’osservazione di un gesto compiuto dei propri simili. In seguito, il gruppo di Parma, riuscì a estendere le osservazioni e i risultati anche agli umani. In un esperimento, ad esempio, ad alcuni uomini era proposto un filmato muto contenente tre immagini: uno studente che legge il giornale, una scimmia che muove le labbra e un cane che abbaia. Nel primo caso, l’azione era riconosciuta, cioè i neuroni si attivavano; nel secondo, si osservava un’attivazione leggera; nessuna reazione invece, nel terzo caso. Questo significa che l’uomo è dotato della capacità di riconoscere le azioni che lui stesso compie e i gesti comunicativi degli uomini e di altre specie simili, perché i neuroni specchio provocano in lui una risposta di tipo, appunto, speculare. La scoperta di questi neuroni ha un’importanza enorme, perché permette di spiegare fenomeni d’imitazione e di empatia, una sorta di dimostrazione scientifica di quella che è, la socialità dell’essere umano.

In generale, i comportamenti umani sono motivati da forze inconsce, qualunque siano le spiegazioni razionali che attribuiamo loro in seguito  —    —  A. Jorodowsky

I problemi della neuroetica
Il termine neuroetica è coniato nel 2002 dal politologo statunitense William Safire, per parlare di una nuova disciplina: l’etica delle neuroscienze, la quale, ha il compito di stabilire ciò che è lecito e ciò che non lo è nella manipolazione del cervello umano. È giusto intervenire sull’amigdala per rendere un soggetto meno aggressivo? O somministrare farmaci per agire sui ricordi e sull’emozioni? Ma esiste un altro significato più dirompente di neuroetica: lo studio delle relazioni tra ciò che accade nel cervello e i comportamenti che definiamo buoni o cattivi, altruistici o egoistici, onesti o disonesti. Attraverso le ricerche sul cervello vengono cercate così risposte a domande che hanno animato per millenni le riflessioni dei filosofi. Quali sono le basi del nostro comportamento morale? E della libertà di scelta? I neuroscienziati presentano per esempio una serie di dilemmi morali a dei soggetti sottoposti a risonanza magnetica e osservano le risposte neuronali. Uno di questi è il cosiddetto “dilemma del carrello”: un vagoncino, senza conducente si sta dirigendo verso un gruppo di cinque operai che stanno facendo manutenzione al binario; l’unica cosa che è possibile fare per impedire la morte dei cinque operai è quella di far deviare il carrello verso un altro binario dove c’è un solo operaio; azionando la leva per lo scambio si determina la morte di una persona sola anziché di cinque. Alla domanda se si è giusto azionare lo scambio, molti partecipanti all’esperimento rispondono sì; se però l’esperimento viene modificato e si suppone che il soggetto, per fermare il carrello debba spingervi contro il corpo di uno sconosciuto, la risposta diventa negativa. Ciò che accade è che nel primo caso, in cui la scelta è più impersonale perché intermediata da uno strumento come la leva, le aree del cervello maggiormente coinvolte nella decisione sono quelle associate alla razionalità e il calcolo; nel secondo caso, invece, dove la scelta è personale, vengono coinvolte le aree associate all’emozioni. Le discussioni intorno a esperimenti di questo tipo sono molto articolate e le interpretazioni dei dati esperimentali sono spesso divergenti. Il dibattito della neuroetica resta quindi vivissimo.

L’uomo è uomo, e quel po’ di senno che può avere non vale che poco o nulla quando la passione infuria e uno si trova spinto agli estremi limiti dell’umanità  —    —  J. W. Goethe


Crediti
 • Autori Vari •
 • Le neuroscienze •
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 • Sergio Parilli •
 • Anna Maria T. •

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