Per la critica degli ideali — Iniziare questa critica abolendo la parola “ideale”; perciò: critica delle cose desiderabili.

Pochissimi vedono chiaramente che cosa racchiude in sé il punto di vista della desiderabilità: ogni “dovrebbe essere così ma non è”, o magari “avrebbe dovuto essere così” implica la condanna al tutto il corso delle cose. Infatti, in tale prospettiva non ci sono dei momenti isolati: la più piccola cosa regge il Tutto, sulla tua piccola ingiustizia si innalza l’intera costruzione dell’avvenire, il Tutto viene condannato da ogni critica che colpisce la sua più piccola parte. Ora, dato che la norma morale, quale la intese lo stesso Kant, non è mai stata perfettamente adempiuta e incombe sul reale come una specie di aldilà senza mai coincidere con esso, ne deriva che la morale implica un giudizio sul Tutto, un giudizio che però permette di chiedersi: come si arroga il diritto di giudicare? Come fa una parte a ergersi a giudice di fronte al Tutto? E quand’anche questo giudizio morale, questa insoddisfazione dinnanzi alla realtà, fosse davvero, come si è preteso, un istinto inestirpabile, questo istinto non sarebbe forse una delle stupidità inestirpabili, una immodestia della nostra specie? Ma mentre andiamo predicando così, commettiamo l’azione che biasimiamo: il punto di vista della desiderabilità, giocare ai giudici senza essere legittimati rientra nel corso delle cose, come pure ogni ingiustizia e imperfezione – è appunto il nostro concetto di “perfezione” quello a cui non tornano i conti. Ogni impulso che vuole essere soddisfatto esprime la propria insoddisfazione per lo stato presente delle cose: ma come? Forse il tutto è composto di semplici parti insoddisfatte, ognuna delle quali ha in testa dei desideri? E “il corso delle cose” è forse appunto il “via di qui”, il “via dalla realtà”? La stessa eterna insoddisfazione? La desiderabilità è forse la stessa forza motrice? È – deus?

Crediti
Friedrich Nietzsche

PinterestWilly Verginer
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