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Per natura gli uomini tendono a sfuggire il dolore e ad usufruire del piacere. La disputa d’Epicuro contro i cirenaici, che predicavano anche loro tale dottrina riguarda più aspetti. Innanzitutto c’è il piacere non sentito come moto dell’animo come sostenevano invece i filosofi che dicevano dipendere ancora dall’insegnamento socratico, così come non esiste l’abolizione dei bisogni in toto, predicata dai post-socratici, dai cirenaici per l’appunto.

Sono due ottiche diverse e differenti, sono anche i tempi in cui nascono le due filosofie: per Epicuro invece l’aponía, «il non patire dolore fisico», è condizione sine qua non, può esistere piacere dell’anima o atarassia (mancanza di dolore psichico, imperturbabilità, serenità), la quale non dipende che da noi medesimi: l’uomo è autonomo, non si può basare sull’esterno e deve sapere discernere i bisogni naturali da quelli superflui e velleitari. Da qui, come già anticipato, il valore alla saggezza pratica o phrónesis (che ci indirizza alla scelta ben calcolata del piacere). In ciò, in nuce, si rivela essere l’areté, la virtù .

Epicuro non nascondeva che l’uomo è affetto da passioni ma non le considera ”malattie” da allontanare come invece insegnano gli stoici, bensì il Filosofo di Samo crede che le pulsioni e le passioni abbisognano di esser semmai tenute a freno e di essere in grado di saperle discernere: quelle che danneggiano da quelle che favoriscono l’uomo e la sua pace interiore.

Di fatto la sua opera Massime Capitali, ci parla di come agire in modo saggio ed onesto e ci ricorda come il sapersi accontentare, il non fare danno altrui e via dicendo siano norme valide per acquisire il senso di completezza di tale piacere-virtù. Ci parla anche della genesi della società civile nata su un patto per non danneggiarsi l’un l’altro, onde la giustezza nel rispettare le leggi e la necessità di uno Stato, il quale ha lo scopo di proteggere i suoi cittadini. Ora la vita attiva politica sarebbe auspicabile solo se non spezzasse l’equilibrio interiore dell’uomo ed Epicuro insegna: tra il male e il bene bisogna seguire la sensazione giusta che prova l’individuo non disgiunta dalla guida razionale.

La solitudine non è consigliata ma semmai il vivere in comunità. Ora, all’uomo di studio, al saggio, anziché partecipare alla vita politica meglio gli si addice il vivere in una piccola comunità come la sua scuola onde forgia, al di là delle errate interpretazioni, il cosiddetto motto «láthe biósas», ovvero il comandamento di vivere appartati. Il motto cartesiano ”bene vixit qui bene latuit” è coniato su quello epicureo, ma solo nei casi in cui, abbiamo riferito, venga meno la tranquillità d’animo o atarassia.

Anche nella morale epicurea si segue un utile personale per raggiungere la tranquillità d’animo e la felicità «edoné» che più tardi, in epoca moderna, il filosofo anglosassone J.S.Mill eleverà tale teoria -rivista- ad un universalismo pratico, etico. Quindi se l’epicureismo è una dottrina ascritta ad un determinato periodo storico (anche se lascerà dei lasciti ai posteriori, si pensi all’atomismo di P.Gassendi), l’edonismo è piuttosto un indirizzo che ritroviamo in varie epoche storiche, onde l’eguaglianza epicureismo-edonismo ci pare alquanto errata.

L’epicureismo è una concezione per pochi e rispecchia il pensare antico, perché solo pochi raggiungeranno il Bene.

Crediti
Enrico Marco Cipollini
L'etica di Epicuro
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