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Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate

Sono nato il 30 ottobre 1947, all’imbrunire, brandello di carne rigettato con furia da un altro corpo, concepito nove mesi prima da un soldato reduce dalla più grande guerra mai combattuta su questo pianeta e da sei anni di campo di concentramento, e da una domestica non più giovane, sventrata al momento del parto dalla mia grossa testa infelice. Sono morto il 30 ottobre 2010, nel cuore della notte, investito da una macchina mentre camminavo per strada succhiando un tronchetto di liquirizia e fantasticavo. Finora solo qualche grande poeta antico ci aveva raccontato la discesa di eroi vivi nel regno dei morti, o aveva preteso di essere andato di persona, da vivo, nell’aldilà e di esserne poi ritornato. Io sono il primo che vi racconta, da morto, quello che succede nel regno dei morti. Si sente dire spesso, tra i vivi, che nessuno ci ha mai raccontato davvero quello che c’è dopo. Bene, adesso qualcuno c’è. Che cosa vedono i vostri occhi quando uno muore? Quello che vedono è la decomposizione dei corpi, l’autodigestione delle cellule che non controllano più gli enzimi, il liquido che esce dalla struttura delle cellule divorate, la desquamazione, lo sguantamento, le mosche vomitorie che mangiano il grasso sottocutaneo, i batteri che si ingozzano delle scolature che escono dalle cellule massacrate, i corpi che si gonfiano, le labbra e la lingua che si gonfiano per i gas di scarico dei microrganismi che banchettano e cagano dentro le carcasse espugnate, gli occhi che si seccano, la disintegrazione degli apparati digerenti e respiratori gremiti di colonie di batteri in esplosione demografica per l’enorme quantità di cibo a disposizione, la schiuma del cervello trangugiata passando attraverso il palato demolito, i muscoli divorati fibra dopo fibra dagli scarafaggi carnivori, i corpi che collassano su se stessi, si autoinghiottono, franano. Questo è ciò che vi sbattono in faccia i vostri occhi, è ciò che i vostri occhi vedono dall’interno della stessa visione consustanziata dei corpi che si stanno disattivando. Questo siete voi da morti, sono i vivi da morti, non i morti. Invece sta succedendo tutt’altro. Tunnel nell’iperspazio, ponti di Einstein-Rosen, finestre che portano a un altro universo parallelo dei morti? Che cosa andate a pensare… La situazione è molto più semplice, così semplice che voi vivi non riuscite neppure a immaginarla. Per fortuna, perché altrimenti non sareste in grado di sostenerla. Tutte le vostre strutture crollerebbero, l’organizzazione delle vostre vite e del vostro mondo, i vostri assetti mentali, le vostre interpretazioni e le vostre proiezioni concettuali basate sul dualismo di vita e morte, la decifrazione della realtà in cui credete di essere immersi, le vostre istituzioni, i vostri codici, i vostri sistemi, tutta la vostra relazione con ciò che percepite attraverso i vostri sensi si dissolverebbe all’istante, la vostra presenza non avrebbe più relazione con l’immagine che vi siete fatti di voi stessi e del mondo. Ma, a questo punto, voi mi chiederete: “D’accordo, ma che cosa succede quando si muore?”. Niente. “Niente? Com’è possibile che non succeda niente, se prima ci siamo e dopo non ci siamo?” Le cose non stanno esattamente così. Né prima ci siamo né dopo non ci siamo. Ma voi non vi accontenterete della mia risposta, non capirete neppure quello che sto cercando di dirvi. “Sì, sì, d’accordo” insisterete, “però che cosa succede in quel preciso momento?” Difficile dirlo. Provo a farvi un esempio. Quando ero vivo, c’erano degli insettini a forbice che avevano fatto il nido dentro le vecchie ante di legno di una delle mie finestre. All’inizio li facevo volare via con un soffio, se li sorprendevo a correre sul davanzale, messi a nudo dall’apertura repentina delle ante, di mattina, dopo che mi svegliavo. Ma si vede che riuscivano a risalire ogni volta dal fondo del cortile, perché me li ritrovavo di fronte il giorno dopo, quando riaprivo la finestra. Così ho cominciato a sterminarli. Col palmo della mano, col pugno, tutti, senza eccezioni, quelli appena nati, quelli ancora magri e veloci, quelli grassi e lenti, probabilmente le femmine con le trippe piene di nuove forbicine pronte a balzare fuori da qualche pertugio del loro corpo. Mi restavano sempre pezzi di insetti morti attaccati alle mani, andavo a lavarli via e a staccarli nel lavandino. E intanto pensavo: “Come sono fortunati questi insetti: un colpo fulmineo e di una violenza sproporzionata li annienta in una frazione d’istante, senza che si rendano conto di niente. E sono proprio io che gli faccio un simile dono! Ecco, anch’io vorrei morire così, senza avvertire il passaggio dalla vita alla morte”. Ma quale sarebbe l’equivalente di una morte simile per un essere come me? Che un altro essere molte, molte migliaia di volte più grande mi spiattellasse sul piano della mia vita con un pugno altrettanto violento e improvviso, oppure la caduta di un corpo che precipita dallo spazio, un meteorite, meglio ancora un enorme cubo di piombo che cade dall’alto esattamente sopra la mia testa e il mio corpo. E allora al diavolo tutta questa pena e tutta questa miseria e tutto questo intollerabile orrore. Al diavolo anche quel sogno che ho continuato a sognare attraverso la cruna della letteratura. Solo quest’ultima cosa aliena che finalmente ho di fronte, la più verticale, la più ardimentosa, la più travolgente, la più disperata, la più incantata, quella che porterà tutta l’orbita cominciata ventisei anni fa con Gli esordi e proseguita con Canti del caos fino al suo punto di congiunzione e di innesco e al suo inveramento”. Ecco, diciamo che, quando si muore, le cose vanno pressappoco così. Non ci si rende conto di niente. Non ci si rende conto di niente perché non succede niente. Ora non mi resta che farvi balenare per un’ultima volta qualcosa, da qui dove sono, da dopo, da prima. Vi farò arrivare il riverbero di figure e di voci che provengono dal continente dei morti, in modi e forme che possano essere intesi da voi, da questo tempo compresente e allagato, attraverso il residuo scritto di questa lingua che i vostri occhi stanno vedendo mentre sono immerso in un’inerenza che non può più essere significata attraverso le spoglie del linguaggio, adesso che sono infinitamente più calmo, più dolce, più calmo, più dolce, più calmo, più disperato, più dolce…La vita non c’è più. Non resta che la morte.

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Crediti
 • Antonio Moresco •
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