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Ma come è possibile che una sofferenza, che non è la mia e che non mi colpisce direttamente, ciò nonostante possa diventare per me un motivo così immediato da spingermi ad agire, come di solito succede solo con un motivo esclusivamente mio? È possibile solo se anch’io partecipo a quella sofferenza, nonostante essa mi venga data solo come una cosa esterna tramite l’intuizione o la conoscenza, se la percepisco come mia – non dentro di me, bensì dentro l’altra persona – e se avviene ciò che dice Calderon: “… che tra il veder soffrire e il soffrire non ci sia alcuna distanza”. Ma questo presuppone che io mi sia identificato in qualche modo con l’altro, che per un momento la barriera tra l’Io e il non-Io sia stata rimossa. Solo allora la situazione in cui versa l’altro, i suoi bisogni, le sue necessità e le sue sofferenze diventano immediatamente miei. Allora vedo l’altro non più come l’intuizione empirica me lo presenta, come qualcosa di estraneo, di indifferente e di completamente diverso, bensì io soffro insieme a lui, nonostante i miei nervi non stiano sotto la sua pelle. Solo così il suo dolore e i suoi bisogni possono diventare il mio motivo; altrimenti solo i miei possono diventarlo. Questo processo è misterioso: è qualcosa che sfugge completamente alla ragione, qualcosa la cui origine non si spiega tramite l’apprendimento. Eppure è una cosa che succede tutti i giorni.

Crediti
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