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Cosa sappiamo del desiderio umano? L’opinione dominante, tanto nelle scienze umane che nel senso comune, è che l’uomo fissi in modo completamente autonomo il suo desiderio su un oggetto. Quest’approccio spiegherebbe la nascita del desiderio col fatto che ogni oggetto possiede in sé un valore suscettibile di polarizzare il desiderio medesimo. Guardando da presso la nostra esperienza quotidiana vediamo che il desiderio che ho per questa donna, questa ambizione di riuscire nel mio lavoro o questa nuova automobile che prevedo di comperare sembrerebbero procedere unicamente dalla mia libera scelta. Questa visione lineare del desiderio che collega con una linea retta il soggetto all’oggetto è a tutta prima di una semplicità evidente, ma ci costringe tuttavia ad un certo numero di contorsioni quando tentiamo di spiegare con lo stesso sistema esplicativo fenomeni strettamente legati al desiderio quali l’invidia o la gelosia.

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Analizzando le grandi opere  romanzesche (Cervantes, Stendhal, Proust et Dostoevskij) René Girard individua  un meccanismo del desiderio umano completamente nuovo. Quest’ultimo non si fisserebbe in maniera autonoma secondo una via lineare: soggetto – oggetto, ma – per imitazione del desiderio di un altro – secondo uno schema triangolare: soggetto – modello – oggetto. Don Chisciotte desidera chiaramente dedicare la propria vita all’imitazione di Amadigi di Gaula, così come il Cavaliere della Triste Figura immagina possa essere. Il Sig. de Rênal desidera prendere Julien Sorel come precettore soltanto perché è convinto che sia ciò che ha intenzione di fare il suo rivale Valenod, l’altro  personaggio in vista di Verrières. (Il cristiano stesso impronta la propria esistenza secondo l’imitazione di Cristo, come un celebre trattato suggerisce).

L’ipotesi girardiana si basa dunque sull’esistenza di un terzo elemento, mediatore del desiderio, che è l’Altro. È perché l’Altro – che ho preso come modello – che desidera un oggetto (concepito come una cosa che l’Altro possiede e che a me manca) che mi metto a desiderarlo anch’io, e d’altra parte l’oggetto acquista valore soltanto perché è desiderato da un Altro. Si potrebbe pensare che l’introduzione di questo terzo “vertice” nell’equazione del desiderio sia una complessità supplementare puramente teorica ed arbitraria da parte di René Girard. Tanto più che la presenza di quest’Altro comporta una rimessa in discussione totale di quest’individualismo al centro della modernità che mostra l’uomo come un’entità libera ed autonoma e che trova la sua espressione letteraria nel tipo dell’eroe romantico. (Da qui la contrapposizione tra la verità romanzesca e la menzogna romantica adombrata nel titolo originale francese).

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Il desiderio non saziato del soggetto sembra porre sempre la stessa domanda al modello: «Cos’hai tu più di me?» (per sembrare così felice, per avere una donna così graziosa, per essere preferito dalla direzione, ecc.). Fissare la propria ammirazione su un modello, è già riconoscergli o concedergli un prestigio che non si possiede, ciò che equivale a constatare la propria insufficienza di essere umano. Non è ovviamente una posizione delle più comode ma l’uomo che prova ammirazione e che attraverso essa invidia l’Altro, è innanzi tutto qualcuno che si disprezza profondamente.  Il desiderio che ha il soggetto per l’oggetto non è nient’altro che il desiderio che egli ha del prestigio – da egli stesso assegnato – a colui che possiede l’oggetto (o che si pone a desiderare contemporaneamente a lui l’oggetto). Così si istituisce la mediazione del modello ed una prima trasfigurazione  dell’oggetto. Ad esempio, un’automobile è qualcosa di più di questa carcassa d’acciaio che permette di trasferirsi da un posto ad un altro, altrimenti qualsiasi modello d’auto servirebbe allo scopo; e invece è l’oggetto su cui proietto la mia carica libidinale, che mi permette non solo di avere ma anche di essere… uno sciupafemmine, un dirigente, un capo banda ecc.. Ma anche il vestito per una donna ha questa funzione. Non è solo il piacere di possedere un capo di vestiario, è soprattutto quello di interpretare un ruolo che stimola la donna all’acquisto. Non cosa vuole avere, dunque, ma cosa vuole essere. Una donna cerbiatto? Una pantera, una vamp? Una trasgressiva o una conformista? È così che spesso la donna (o l’uomo) non si veste, ma si traveste…

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Come nota René Girard, il soggetto svalorizzerà sempre quest’anteriorità del modello, poiché ciò lo scoprirebbe e ne rivelerebbe la propria insufficienza, la propria inferiorità: il fatto che il proprio desiderio non è spontaneo, ma frutto d’ imitazione. In questo gioco del desiderio il modello, a sua volta, non è risparmiato, più del soggetto. Anch’egli cerca di fissare il proprio desiderio ed attende che gli si indichi qualcosa di desiderabile. È proprio ciò che già fa il soggetto del nostro triangolo il quale, da questo punto di vista, è anch’egli un Altro. Sappiamo anche che non è l’oggetto nella sua cosalità che vedrà ora il modello, ma un oggetto trasfigurato dal desiderio del soggetto, che gli dà un “valore” completamente inatteso.

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In altri termini il desiderio del modello ha bisogno di sentire altri desideri competitivi al proprio per trovare saldezza e pienezza del possesso. Tende dunque sempre a suscitare lui stesso la concorrenza, cioè a causare l’emergere di un rivale che egli tenderà a soppiantare. L’innamorata che elogia le qualità del proprio partner presso le amiche cerca più di affermare vanità o orgoglio e la superiorità della propria felicità che a confermare il proprio desiderio. La risposta che intende suscitare è che le sue amiche, invidiose di questa felicità, si mettano a desiderare il suo partner e rifiutino ogni pretendente. Questo non farebbe che confermare l’innamorata nella sua vacillante certezza di aver scelto bene. La circolarità infernale del desiderio mimetico è ora in atto. Nessun acuirsi del desiderio per l’oggetto da parte del modello sfuggirà al soggetto, che vi vedrà la conferma della sua importanza e che intensificherà gli sforzi per possederlo. Ciascuno dunque, soggetto o modello, ha contribuito all’emergere dell’Altro come rivale. Il desiderio non si ferma mai alla sola constatazione delle differenze: vuole diventare l’affascinate Altro, e dunque eliminare tutto ciò che lo distingue dal suo modello, perché tutto in quest’ultimo gli dice: «Fai come me».

Il desiderio secondo l’Altro è sempre il desiderio di essere un altro. C’è un solo desiderio metafisico ma i desideri particolari che concretizzano questo desiderio primordiale variano all’infinito.

È proprio ciò che fa Don Chisciotte con Amadigi di Gaula: per diventare un cavaliere perfetto, basta imitare gli atti di un cavaliere perfetto. Ed è anche il comportamento che assumono i bambini nel processo di crescita e socializzazione, come nella proprietà del linguaggio. Imitando gli adulti, genitori o insegnanti, con una precisione terribile, fanno come i grandi, meglio, diventano grandi. Nei casi citati, non c’è reale contrapposizione  tra le azioni e le intenzioni del soggetto e del modello; René Girard parlerà allora di mediazione esterna (desiderare di essere qualcun altro, nel processo di identificazione, senza innescare meccanismi rivalità, anche perché il modello è distante o astratto). Don Chisciotte può bene imitare puntualmente ciò che pensa essere il comportamento del proprio eroe, ma ciò che separa l’uno dall’altro resta invariato nonostante gli exploits del cavaliere. Il modello Amadigi non designa nulla di particolare ed i fallimenti di Don Chisciotte non comportano alcuna conseguenza poiché può facilmente passare ad altra cosa. Parimenti i bambini imitano da vicino i loro insegnanti, vengono anche incoraggiati a farlo, ma all’interno di un quadro pedagogico che mantiene una certa distanza tra soggetto e modello, e che ne proibisce la confusione. Se molte ragazze vogliono diventare maestre di scuola, è più tardi che ciò accadrà, e tutto si scioglie in questo “più tardi”.

La distanza “soggetto – modello” che caratterizza la mediazione esterna non è una semplice questione di distanza fisica o temporale, ma attiene anche alla natura delle differenze che separano, all’origine, l’uno dall’altro.

Benché la distanza geografica possa costituire un fattore, la distanza tra il mediatore e il soggetto è inizialmente spirituale. Don Chisciotte e Sancho sono sempre fisicamente vicini ma la distanza sociale ed intellettuale che li separa resta insormontabile.

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Così, nulla separa il Sig. di Rênal de Valenod, che si affrontano tutti e due per predominare la vita sociale di Verrières e che stanno dunque molto attenti a ciò che fa l’altro: Julien Sorel non è il precettore qualsiasi ma è quello che permetterà al suo datore di lavoro di ottenere un vantaggio in questa lotta di prestigio. Questa prossimità dei desideri e la rivalità che comporta, caratterizzerà ciò che Girard chiamerà inizialmente la mediazione interna e che diventerà successivamente il desiderio mimetico tout court.

Il maestro che incoraggia il suo allievo ad acquisire la sua conoscenza, il capitalismo occidentale che osservava con benevolenza (anche con accondiscendenza ) gli sforzi compiuti dall’economia giapponese per copiare i suoi prodotti, stanno nella stessa situazione della nostra innamorata vista precedentemente. La venerazione che porta loro il soggetto serve inizialmente a confermare questa differenza, questa superiorità. L’adorazione del soggetto si nutre di quest’orgoglio che rende il suo modello così desiderabile: l’allievo intende almeno uguagliare il maestro, l’economia giapponese fare come l’economia occidentale. Più il soggetto imita il modello e meno ciò che li separa diventa percettibile, la (le) differenza (e) essendo propriamente assorbita (e) dal primo. Quando l’allievo dispone delle stesse conoscenze del maestro, non c’è certamente più né maestro né allievo ma due persone che possiedono la stessa conoscenza: la gerarchia iniziale che permetteva di situare uno e l’altro nel mondo, uno rispetto all’altro nella loro relazione, è abolita. Il modello avverte il pericolo che può presentare per lui questa confusione, questa indifferenziazione che diventerebbe la peggiore delle situazioni. Tanto più che esiste sempre il rischio che l’allievo superi il maestro e che l’originale sia presto considerato la copia. Ma più i rivali mimetici sono vicini e tentano di differenziarsi tanto più finiscono per somigliarsi. Sono visibili in questa argomentazione gli echi della “dialettica servo-padrone” e della nozione di “coscienza infelice” elaborati da Hegel nella Fenomenologia dello Spirito e da Girard apertamente richiamati.

La questione della perdita delle differenze è centrale nell’ipotesi girardiana. Tutti gli aspetti delle culture umane sono fondati sulla creazione permanente di differenze che permettono di trovare il proprio posto a ciascuno e ad ogni cosa. La nostra necessità di comprensione e d’organizzazione del mondo si realizza grazie a questa creazione permanente di differenze, nei quali vediamo la l’incomparabile ricchezza/diversità dell’umanità. Infatti, viviamo e pensiamo in un sistema principalmente “differenzialista”. Un certo pensiero positivo ha del resto spiegato il fatto che il senso poteva nascere soltanto in una situazione di squilibrio tra due termini e ciò ci spinge sempre a ricercare il punto discriminante per comprendere. Dinanzi all’identico, proviamo immediatamente la necessità di distinguere. Infatti il nostro atteggiamento di fronte a gemelli di solito, è quello di trovare almeno una specificità all’uno o l’altro, che ci consenta di sapere chi è chi.

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Il modello dispone di un mezzo radicale per mantenere la distanza col soggetto: quello di proibire al soggetto desiderante il possesso dell’oggetto. Al messaggio: «Fai come me» che irradiava dal modello se ne aggiunge uno completamente opposto: «Non fare come me». In un sol colpo, il modello si trasforma in ostacolo e riunisce in sé stesso due termini contraddittori: è allo stesso tempo colui che è adorato (poiché mostra al soggetto ciò che è desiderabile) e colui che è odiato (poiché, da rivale, gliene proibisce il possesso). Il soggetto prova dunque per il suo modello un sentimento lacerante formato dall’unione di due opposti che sono la venerazione la più sottomessa ed il rancore più intenso. È il sentimento che chiamiamo odio. Solo l’essere che ci impedisce di soddisfare un desiderio, che lui stesso ci ha suggerito, è realmente oggetto di odio. Quello che odia si odia inizialmente lui stesso a causa dell’ammirazione segreta che cela il suo odio. Per nascondere agli altri, e nascondere a sé stesso, quest’ammirazione infinita, non vuole vedere altro che un ostacolo nel suo mediatore. Il ruolo secondario di questo mediatore passa dunque in primo piano e dissimula il ruolo primordiale del modello religiosamente imitato.

Il portato teorico, d’importanza capitale, della teoria del desiderio mimetico di René Girard è di avere estratto dai romanzi la verità di questa circolarità:

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Crediti
 • Alfio Squillaci •
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