Seconda parte

Il “Continente nero” non è né nero né inesplorabile: è ancora inesplorato solo perché ci hanno fatto credere che fosse troppo nero per essere esplorabile. E perché vogliono farci credere che ciò che ci interessa è il continente bianco, con i suoi monumenti alla Mancanza. E noi abbiamo creduto. Ci hanno irrigidito fra due miti terrificanti, fra la Medusa e l’abisso. Ci sarebbe di che far scoppiare dalle risa la metà del mondo, se non fosse che ciò sta continuando. Perché la pattuglia del cambio fallogocentrica è qui ed è militante, riproduttrice dei vecchi schemi, ancorata nel dogma della castrazione. Non hanno cambiato nulla: hanno teorizzato il loro desiderio come una realtà! Che tremino i preti, mostreremo loro le nostre ore seste!

Scrivere il proprio corpo

Peggio per loro se sprofondano nello scoprire che le donne non sono uomini, o che la madre non ce l’ha. Ma questa paura non fa loro comodo? Il peggio non sarebbe, non è, in verità, che la donna non è castrata, che le basta non ascoltare le sirene (poiché erano degli uomini, le sirene) perché la storia cambi senso? Basta guardare in faccia la medusa per vederla: e non dà la morte. E bella e ride.
Gli uomini dicono che due cose non si possono rappresentare: la morte e il sesso femminile. Infatti hanno bisogno che la femminilità sia associata alla morte; si eccitano dalla fifa! Per loro stessi! Hanno bisogno di aver paura di noi. Guarda i Persei tremanti, bardati di amuleti, avanzare verso di noi all’indietro! Belle schiene! Non perdiamo un altro minuto. Partiamo.

Sbrighiamoci: il continente non è di un nero impenetrabile. Io vi sono andata spesso. Un giorno vi ho incontrato con gioia Jean Genet. Era in Pompe funebri: vi è arrivato, condotto dal suo Jean. Ci sono degli uomini (così pochi) che non hanno paura della femminilità.
Della femminilità le donne hanno quasi tutto da scrivere: della loro sessualità, cioè dell’infinita e mobile complessità, della loro erotizzazione, delle ignizioni folgoranti di tale infima-immensa regione del loro corpo, non del destino, ma dell’avventura di tale pulsione, viaggi, traversate, camminate faticose, bruschi e lenti risvegli, scoperte di una zona poc’anzi timida, tra breve sprizzante. Il corpo della donna dai mille e uno focolai d’ardore, quando ella lascerà articolare – fracassando gioghi e censure – la messe di significazioni che lo percorre in ogni senso, farà risuonare di ben più di una lingua la vecchia lingua materna ad un solo solco.
Noi ci siamo distolte dai nostri corpi, che ci hanno vergognosamente insegnato a ignorare, a colpire di stupido pudore; ci hanno imbrogliato: ciascuno amerà l’altro sesso. Io ti donerò il tuo corpo e tu mi donerai il mio. Ma quali uomini donano alle donne il corpo che esse consegnano loro ciecamente? Perché così pochi testi? Perché ancora così poche donne riguadagnano il loro corpo. Bisogna che la donna scriva il suo corpo, che inventi la lingua inafferrabile che faccia saltare le pareti, le classi e le scuole di retorica, le ordinanze e i codici, che sommerga, trapassi, valichi il discorso-con-riserva ultima, ivi compreso quello che se la ride di dover dire la parola ‘silenzio‘, quello che, mirando all’impossibile, si ferma di botto davanti alla parola ‘impossibile‘ e la scriva come ‘fine‘.
La potenza femminile è tale che, travolgendo la sintassi, rompendo questo famigerato filo (appena un filino, dicono loro) che serve agli uomini da sostituto del cordone per assicurarsi, se no non godono, che la vecchia madre sia dietro di loro, a guardarli mentre fan fallo, esse raggiungeranno l’impossibile.

La libido cosmica

‘Il Rimosso’ dalla loro cultura e dalla loro società, quando si ripresenta è di un ritorno esplosivo, assolutamente devastante, di una forza mai liberata prima, all’altezza della più formidabile delle repressioni: poiché al termine dell’epoca del Fallo, le donne o saranno state annientate, o saranno state portate alla più alta e violenta incandescenza. Completamente stordite dalla loro storia, esse hanno vissuto in sogno, nei corpi, ma zitti, in silenzio, in rivolte afone.
E con quale forza nella loro fragilità: ‘fragilità‘, vulnerabilità, all’altezza della loro incomparabile intensità. Esse non hanno sublimato, per fortuna. Si sono salvate la pelle e l’energia. Non hanno lavorato per sistemare il vicolo cieco di vite senza futuro. Esse hanno abitato furiosamente quei corpi sontuosi: ammirabili isteriche che hanno fatto subire a Freud tanti momenti voluttuosi e inconfessabili, bombardando la sua statua mosaica con le loro parole-corporee carnali e appassionate, ossessionandolo con le loro inaudite e fulminanti denunce, più che nude sotto i sette veli dei pudori, splendide. Quelle che hanno iscritto in una sola parola del corpo l’immensa vertigine di una storia staccata come una freccia da tutta la storia degli uomini, della società biblico-capitalista, sono loro, le suppliziate di ieri, che stanno precorrendo le nuove donne, quelle dopo cui nessuna relazione intersoggettiva potrà più essere la stessa. Sei tu, Dora, tu, indomabile, il corpo poetico, la vera signora del significante. La tua efficacia la si vedrà operare prima di domani, quando la tua parola non sarà più repressa, con la punta rivolta contro il tuo seno, ma si scriverà contro l’altro.
Nel corpo: più dell’uomo, invitato ai successi sociali, alla sublimazione, le donne sono corpo. Più corpo, dunque più scrittura. È nel corpo che per molto tempo la donna ha risposto ai soprusi, all’impresa familiar-coniugale di addomesticamento, ai tentativi ripetuti di castrarla. Colei che ha rigirato diecimila volte sette la lingua in bocca prima di non parlare, o ne è morta, o conosce la sua lingua e la sua bocca meglio di chiunque altro. Ora io-donna farò saltare la Legge: esplosione ormai possibile e ineluttabile; e che si faccia, subito, nella lingua.
Non lasciamoci mettere in trappola da un’analisi mal condotta dei vecchi automatismi: non c’è da temere che nel linguaggio si nasconda un avversario invincibile, perché è la lingua degli uomini e la loro grammatica. Non bisogna lasciar loro un luogo che non appartiene a loro soli più di quanto noi non apparteniamo a loro.
Se la donna ha sempre funzionato ‘dentro‘ il discorso dell’uomo, significante sempre rinviato al significante contrario che ne annulla l’energia specifica, ne abbassa o soffoca i suoni così diversi, è tempo che ella sconnetta questo ‘dentro‘, lo faccia esplodere, lo rivolti e se ne impadronisca, che lo faccia suo, comprendendolo, prendendolo nella sua propria bocca, che con i suoi propri denti gli morda la lingua, che si inventi una lingua per rientrargli dentro. E con quale disinvoltura, lo vedrai, essa, da questo ‘dentro‘ in cui era rannicchiata sonnecchiante, può sorgere alle labbra da cui farà traboccare le sue schiume.
Non si tratta più di appropriarsi dei loro strumenti, dei loro concetti, dei loro posti, né di volersi nella loro posizione di dominio. Il fatto di sapere che c’è un rischio di identificazione non comporta necessariamente il soccombervi. Lasciamo ciò agli inquieti, all’angoscia maschile e al suo rapporto ossessivo col funzionamento da dominare, col sapere “come funziona qualcosa” per “farla funzionare“. Non impadronirsi per interiorizzare o per manipolare, ma attraversare tutto in una volta, e volare.
Volare– In francese ‘voler‘ significa sia volare che rubare. Il testo gioca sul doppio significato di ‘voler‘, come verrà spiegato più avanti [n.d.c.]., è il gesto della donna, volare nella lingua, farla volare. Del volo, tutte noi abbiamo imparato l’arte dalle molte tecniche, dopo secoli che abbiamo accesso all’avere solo ghermendolo; che abbiamo vissuto in un furto, del rubare, trovando al desiderio dei passaggi stretti, nascosti, che trafiggono. Non è un caso se ‘volare‘ si gioca fra due furti, godendo dell’uno e dell’altra, e sviando gli agenti del senso. Non è un caso: la donna prende dall’uccello e dal ladro come il ladro prende dalla donna e dall’uccello: loro passano, filano, godono a confondere l’ordine dello spazio, a disorientarlo, a cambiare posto ai mobili, alle cose, a valori, a scassinare, a vuotare le strutture, a mettere a soqquadro ciò che è conveniente.
Quale donna non ha rubato? Chi non ha sentito, sognato, realizzato il gesto che fa inceppare la socialità? Chi non ha ingarbugliato, volto in derisione la barra di separazione, iscritto col suo corpo il differenziale, perforato il sistema delle coppie e delle opposizioni, rovesciato con una trasgressione il successivo, l’incatenato, il muro della circonfusione.
Un testo femminile non può che essere più che sovversivo: se si scrive, lo fa sollevando, vulcanico, la vecchia crosta immobiliare, portatrice degli investimenti maschili, e non altrimenti; non c’è posto per lei se lei non è un lui? Se lei è lei-lei, l’unica cosa da fare è rompere tutto, fare a pezzi gli edifici delle istituzioni, far saltare in aria la legge, torcere la ‘verità‘ dalle risa.
Perché ella non può, da quando si traccia la sua strada nel simbolico, non fare il caosmos del ‘personale‘, dei suoi pronomi, dei suoi nomi e della sua cerchia di referenti. E a ragione: ci sarà stata questa lunga storia di genocidio. Come sanno i colonizzatori di ieri, i lavoratori, i popoli, le specie su cui la storia di uomini ha fatto il suo oro, quelli che hanno conosciuto l’ignominia della persecuzione, ne traggono una futura e ostinata voglia di grandezza; i segregati conoscono meglio dei loro segregatori il gusto dell’aria libera. Grazie alla loro storia, le donne sanno (fare e volere) oggi ciò che gli uomini non sapranno pensare che molto più tardi: dico che la donna sconvolge il ‘personale‘. Poiché le è sempre stato estorto, per legge, con menzogne, ricatti, matrimonio, il suo diritto personale insieme al suo nome, ella ha potuto vedere, nel movimento stesso dell’alienazione mortale, più vicino all’inanità del ‘decente‘, la meschinità riduttrice dell’economia soggettiva mascolin-coniugale, alla quale resiste doppiamente: da una parte si è costituita necessariamente in questa ‘persona‘ capace di perdere una parte di se stessa senza essere perduta. Ma segretamente, silenziosamente, nel suo intimo, si stende e si moltiplica poiché, d ‘altronde, sul vivere e sul rapporto fra l’economia pulsionale e la gestione dell’io, ella la sa molto più lunga di qualsiasi uomo. A differenza dell’uomo che tiene tanto al suo titolo e ai suoi titoli, borse valori, testa, corona e tutto ciò che appartiene al suo capo, la donna se ne infischia altamente della paura della decapitazione (o castrazione), avventurandosi, senza il tremore maschile, nell’anonimato, con cui sa fondersi senza annullarsi: perché è donatrice.
Avrei molto da dire su tutta l’ingannevole problematica del dono. La donna evidentemente non è quella donna sognata da Nietzsche che dona solamente per. Chi può pensare al dono come dono-che-prende se non proprio l’uomo, che vorrebbe prendere tutto?
Se qualcosa è ‘proprio‘ della donna, è la sua capacità di dis-appropriarsi senza calcoli: corpo senza fine, senza ‘scopo‘, senza ‘parti‘ principali, se ella è un tutto composto di parti che sono un tutto, non dei semplici oggetti parziali, ma insieme in movimento e in cambiamento, cosmo illimitato che Eros percorre senza sosta, immenso spazio astrale non organizzato attorno ad un sole più astro degli altri.
Ciò non significa che la donna sia un magma indifferenziato, ma che non monarchizza il suo corpo o il suo desiderio; che la sessualità maschile gravita attorno al pene generando questo corpo (anatomia politica) centralizzato, sotto la dittatura delle parti. La donna, invece, non opera su se stessa questa regionalizzazione a vantaggio della coppia testa-sesso, che non si iscrive che all’interno di frontiere. La sua libido è cosmica, come il suo inconscio è mondiale: così la sua scrittura non può che proseguire, senza mai iscrivere o discernere dei contorni, osando queste vertiginose traversate d’altro, effimeri e appassionati soggiorni in lui, in esse, in essi, che ella abita il tempo di guardarli quanto più vicino possibile all’inconscio, dal loro sorgere, di amarli quanto più vicino possibile alla pulsione, e poi da più lontano, tutta impregnata di questi brevi abbracci identificatori, ella va e passa l’infinito. Ella sola osa e vuole conoscere dal di dentro, di cui lei, l’esclusa, non ha mai smesso di sentir risuonare il pre-linguaggio. La donna lascia parlare l’altra lingua dalle mille lingue, che non conosce né il muro, né la morte. Alla vita, non rifiuta nulla. La sua lingua non contiene, essa porta, essa non trattiene, essa rende possibile. Oppure ciò si dimostra ambiguo, meraviglia di essere molte, ella non si difende dalle donne sconosciute che si sorprende ad accorgersi di essere, godendo del suo dono di farsi altra. Io sono Carne spaziosa che canta, sulla quale si innesta un (una) io nessuno sa quale, più o meno umano ma in primo luogo vivo perché in via di trasformazione.
Scrivi! e il Tuo testo, cercandosi, si conosce più che carne e sangue, pasta che si intride, lievita, insurrezionale, di ingredienti sonori, profumati, combinazione movimentata di colori volanti, fogliame e fiumi che si gettano nel mare che noi aumentiamo. Ah! eccolo il suo mare, mi dirà lui, l’altro che mi tende il suo bacino pieno d’acqua della piccola madre fallica dalla quale egli non riesce a separarsi. Ma ecco, i nostri mari sono come noi li facciamo, pescosi o meno, opachi o trasparenti, rossi o neri, profondi o senza spessore, stretti o senza rive, e noi stesse siamo mare, sabbia, coralli, alghe, spiagge, maree, nuotatrici, bambine, onde.

Più o meno vagamente mare, terra, cielo, quale materia ci respingerà? Noi le sappiamo parlare tutte.
Eterogenea, sì, la donna è erogena per il suo gioioso beneficio, è l’erogenia dell’eterogeneo; non è a se stessa che tiene, la nuotatrice dell’aria, la volatrice. Disperdibile, prodiga, sbalorditiva, desiderosa e capace d’altro, dell’altra donna che sarà, dell’altra donna che non è, di lui, dite.

L'Amore Altro

Donna, non aver paura dell’altrove, né dello stesso, né dell’altro. I miei occhi la mia lingua le mie orecchie il mio naso la mia pelle la mia bocca il mio corpo – per – (l ‘)altro, non è che lo desideri per tappare un buco, per porre riparo a qualche mio difetto, o incalzata fatalmente dalla ‘gelosia‘ femminile; non perché sono trascinata nella catena delle sostituzioni che riconduce i sostituti all’oggetto ultimo. Ne sono stati fatti dei racconti di Pollicino, dei Penisneid che ci sussurrarono le vecchie nonne orchesse serve dei loro figli-paterni. Che gli uomini credano, che abbiano bisogno di credere, per far caso a loro stessi, che noi scoppiamo d’invidia, che noi siamo quel buco orlato dall’invidia del loro pene, è il loro immemorabile affare. Innegabilmente (lo verifichiamo a nostre spese – ma anche con nostro divertimento) è per farci sapere che sono eccitati affinché li assicuriamo (noi, signore materne del loro piccolo significato tascabile) che ci sono, che li hanno ancora, che gli uomini si strutturano solo dell’ornarsi di penne. Nei bambino non è il pene che la donna desidera, non è questo famigerato pezzo attorno al quale gravita tutto l’uomo. La gestazione non è ricondotta, salvo nei limiti storici dell’Antico, a fatalità, a quelle sostituzioni meccaniche messe a posto dall’inconscio di una eterna ‘gelosa‘; né al Penisneid; né al narcisismo, né ad un’omossessualità legata alla madre-onnipresente.
Fare un figlio non costringe la donna, né l’uomo, a cadere inevitabilmente negli schemi, a ricaricare il circuito della riproduzione. Se ci sono rischi, non ci sono trappole inevitabili: che non venga a pesare sulla donna, tramite la presa di coscienza, un supplemento di divieti. Vuoi un bambino o non lo vuoi, è affar tuo. Che nessuno ti minacci; che alla paura di un tempo di essere ‘presa‘ non si sostituisca la paura di diventare complice, soddisfando il tuo desiderio, di una socialità. E l’uomo, prosegui così, approfittando dell’accecamento e della passività di tutti, a temere che il figlio ne faccia un padre, e che dunque la donna con un bambino si faccia ben più di un cattivo affare, generando contemporaneamente il figlio-la madre-il padre-la famiglia? No. A te rompere i vecchi circuiti. La donna e l’uomo dovranno far cadere in prescrizione l’antico rapporto, e tutte le sue conseguenze; pensare il lancio di un nuovo soggetto, in vita, con de-familizzazione. De-mater-paternalizziamo, invece di privare la donna, per porre riparo al recupero della procreazione, di un’epoca appassionante del corpo. Defeticizziamo. Usciamo dalla dialettica che vuole che il buon padre sia il padre morto, o che il figlio sia la morte dei genitori. Il figlio è l’altro, ma l’altro senza violenza, senza passaggio attraverso la perdita, la lotta. Non se ne può più dei riannodamenti, della fabbrica di nodi, sempre da togliere, della litania della castrazione che si trasmette e si genealogizza. Non avanzeremo più a ritroso; non siamo sul punto di reprimere qualcosa di così semplice come la voglia di vita. Pulsione orale, pulsione anale, pulsione vocale, tutte le pulsioni sono le nostre forze buone, e fra esse la pulsione di gestazione, – come la voglia di scrivere: una voglia di viversi dentro, una voglia del ventre, della lingua, del sangue. Noi non abbiamo l’intenzione, se ci va, di rifiutarci le delizie di una gravidanza, del resto sempre drammatizzata, o elusa, o maledetta nei testi classici. Perché se c’è un rimosso particolare, è proprio qui che io si trova: tabù della donna incinta, che la dice lunga sulla potenza di cui sembra allora investita. Il fatto è che si suppone da sempre che, incinta, non solo la donna raddoppi il suo valore di mercato, ma che, soprattutto si valorizzi come donna ai propri occhi, e prenda innegabilmente corpo e sesso.
Ci sono mille modi di vivere una gravidanza; di avere o non avere con questo altro ancora invisibile una relazione di un’altra intensità. E se tu non hai questa voglia, ciò non significa che tu manchi. Ogni corpo distribuisce in modo personale, senza modelli, senza norme, la totalità non finita e cangiante dei suoi desideri. Decidi per te dalla tua posizione nello spazio delle contraddizioni dove piacere e realtà si stringono. Metti al mondo l’altro: la donna sa vivere il distacco; partorire non è perdere, né accrescersi. È aggiungere alla vita generale un altro. Io sogno? Io misconosco? Voi, i difensori della ‘teoria‘, i sì-sì benedetti del Concetto, intronizzatori del fallo (ma non del pene) state ancora una volta per gridare all’idealismo o, peggio ancora, state per sputarmi addosso che io sono ‘mistica‘.
E la libido, allora? Non ho forse letto il Significato del Fallo? E la separazione, il pezzetto di sé di cui per nascere subisci, raccontano loro, un’ablazione che il tuo desiderio commemora per sempre?
D’altra parte si vede che nei miei testi il pene non circola, che non gli do né spazio né attrattiva. Certo. Io voglio tutto. Mi voglio intera con lui intero. Perché privarmi di una parte di noi? Io voglio dunque tutto di noi. Ma sicuro che la donna ha voglia, di una ‘voglia‘ amorosa, e non gelosa; non perché è castrata, non perché è quella creatura diminuita che si vuole appagare, quella creatura ferita che si vuole consolare e vendicare. Io non voglio un pene col quale ornarmi il corpo. Ma desidero l’altro per l’altro, intero lui, intera io; perché vivere è volere tutto ciò che esiste, tutto ciò che vive, e volerlo in vita. La castrazione? Ad altri. Che desiderio è quello che nasce da una mancanza? Un ben misero desiderio. La donna che si lascia ancora minacciare dalla grande falla, impressionata dal circo dell’istanza fallica, fatta rigar dritto da un padrone Legale, è la donna di ieri. Esistono ancora facili e numerose vittime della più vecchia delle farse, sia che appartengano alla prima versione muta, e che sul loro corpo si innalzi all’antica maniera il monumento teorico al fallo d’oro che esse, titane distese sotto le montagne create dai loro fremiti, non vedono mai ergersi. Sia che uscendo oggi dal loro periodo infans, si vedano assalite all’improvviso dai costruttori dell’impero analitico e, appena formulano il nuovo desiderio, nudo, senza nome e tutto lieto di apparire, eccole sorprese al bagno dai nuovi vecchioni, e hop! subdolo, vestito di modernità, il demone dell’interpretazione vende loro, dietro chiassosi significanti, le stesse manette e altri ciondoli che incatenano: seconda versione, quella ‘illuminata‘, del loro pudico abbassamento. Quale castrazione preferisci? Quale ami di più, quello del padre o della madre? O che begli occhietti deliziosi, tieni, bella bambina, comprami i miei occhiali e vedrai la Verità-Ego-Io dirti tutto quello che dovrai credere. Inforcali e getta il colpo d’occhio del feticista (che sei, sono io, l’altro analista, che te lo insegno) sul tuo corpo e sul corpo dell’altro. Vedi? No? Aspetta, adesso ti spieghiamo tutto, e saprai finalmente a quale specie di nevrosi sei apparentata. Non ti muovere, adesso ti facciamo il ritratto, perché tu ti metta al più presto ad assomigliargli.
Sì, sono ancora una legione le ingenue al primo e secondo grado. Le nuove che arrivano, se osano creare lontano dal teorico, sono interpellate dai piedipiatti del Significante, schedate, richiamate all’ordine che si suppone conoscano; assegnate, a forza di astuzia, a un posto preciso nella catena che aggiunge anelli sempre a vantaggio di un ‘significante‘ privilegiato. Ci ricompongono col filo che, se non riporta al Nome-del-Padre, al suo posto vi riporta, per far qualcosa di più nuovo, alla madre fallica.
Amica, guardati dal significante che ti vuoi ricondurre all’autorità di un significato! Guardati dalle diagnosi che vorrebbero ridurre la tua potenza generatrice. Anche i nomi ‘comuni‘ sono dei nomi propri che sminuiscono la tua singolarità allineandola nella specie. Rompi i cerchi; non rimanere dentro il recinto psicanalitico: fa un giro, e passa attraverso!
E se noi siamo legione, è perché la guerra di liberazione per ora ha aperto solo una breccia sottile. Ma le donne vi si accalcano, le ho viste, quelle che non saranno né addomesticate né beffate, quelle che non avranno paura del rischio di essere donne.Di nessun rischio, di nessun desiderio, di nessuno spazio ancora inesplorato in loro, fra loro e le altre o altrove. La donna non feticizza, non nega, non odia, ella osserva, avvicina, cerca di vedere l’altra donna, il figlio, l’amante, non per consolidare il proprio narcisismo, né per verificare la solidità o la debolezza del signore, ma per far meglio l’amore, per inventare L’Amore Altro:
In principio sono le nostre differenze. Il nuovo amore osa l’altro, lo vuole, si fa insieme in voli vertiginosi fra conoscenza e invenzione. Lei, che da sempre arriva, non si arresta, va dovunque, scambia, è il desiderio-che-dona. (Non chiusa nel paradosso del dono che prende: né nell’illusione della fusione unale. Non siamo più a quel punto.) La donna entra, ella fra-lei me e tu fra l’altro io dove l’uno è sempre infinitamente più di uno e più di me, senza mai temere di raggiungere un limite: e gode del nostro progredire. Non vi porremo fine! La donna attraversa gli amori difensivi, i maternaggi e i divoramenti: al di là del narcisismo avaro, nello spazio mobile, aperto, transizionale, corre i suoi rischi: al di là della rimessa-sul-letto della lotta mortale, dell’amore-guerra che pretende di raffigurare lo scambio, ella ride di una dinamica dell’Eros che l’odio alimenterebbe – odio: ancora eredità, un resto e un asservimento ingannevole al fallo. Amare, guardare-pensare-cercare l’altra nell’altra, de-specularizzare, de-speculare. È difficile? Ma non è impossibile: ed è questo che nutre la vita, un amore che si alimenta di questo desiderio inquieto che pone riparo alla mancanza e che vuole confondere lo strano, ma che si rallegra dello scambio che moltiplica. Dove la storia gira ancora come storia di morte, la donna non vi entra. L’opposizione, lo scambio gerarchizzante, la lotta per il dominio che termina almeno con un morto (un padrone – uno schiavo, o due non-padroni = due morti) tutto ciò dipende da un tempo governato dai valori fallocentrici: che sia ancora attuale non impedisce che la donna cominci altrove la storia della sua vita. Altrove ella dona. Non ‘conosce‘ ciò che dona, non lo misura: ma non dona in cambio di qualcosa né dona ciò che non ha. La donna dona di più: senza la garanzia che ciò che dona le procurerà un beneficio, anche imprevisto. Dà da vivere, da pensare, da trasformare. Questa ‘economia‘ non può più dirsi in termini di economia. Oppure ama, tutti i concetti della vecchia gestione sono superati. La donna non vi trova, al termine di un calcolo più o meno cosciente, il suo guadagno, ma le sue differenze. Io sono per te quello che vuoi che io sia al momento in cui mi guardi come non mi hai ancora vista: in ogni momento. Quando scrivo, è tutto ciò che non sappiamo di poter essere che viene scritto di me, senza esclusioni, senza previsioni, e tutto ciò che saremo ci chiama all’instancabile, inebriante, implacabile ricerca d’amore. Mai mancheremo a noi stesse.

Crediti
Cixous Hélène
Le Rire de la Méduse
Sergio Parilli
Anna Maria T.
• Pinterest • Medusa’s Faten – Jessica Rowell, Nina Pak ed Elizabeth Maiden•

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