Gea e Urano

A quanto pare era sorta da un colpo di c… fortuna. E anche, per divisione spontanea come fanno le amebe (unicellulari che si riproducono per divisione), sono così sorte, anche Nyx, Erebo, Etere ed Emera: la notte, l’oscurità, l’aria pura e il giorno. Alcuni dicono che anche allora apparve Eros, il desiderio che porta la vita, ma Afrodite avrebbe avuto un parere molto diverso al riguardo.

Nessuna di queste divinità primitive possedeva alcuna forma che a noi risulti familiare e neanche la terra o l’universo assomigliavano all’idea che abbiamo oggi di loro; per cui, si fa necessario avere un bel po’ d’immaginazione per immergersi in questo racconto.

Il fatto è che Gea doveva avere uno spirito materno fuori dal comune, anche perché si annoiava con quegli strani parenti che la sorte le aveva assegnato. In verità, nessuno di loro era come dire, per andare a una festa: Nix ed Erebo avevano sempre un volto scuro, non erano cordiali, erano freddi e antipatici; ed Etere ed Emera erano vanitosi, così puliti e così prevedibili che a Gea erano insopportabili. I quattro si comportavano come enormi lumache, lenti, pesanti e indifferenti.

Un giorno la Madre Terra disse a Erebo: «Mi piacerebbe che qualcuno mi facesse un massaggio, ho la spalla tesa!». L’oscurità la fissò con gli occhi vuoti e disse: «Ggrrgg!» L’ha poi chiesto ad Etere ed Emera ma ottenne lo stesso grugnito.

A Gea le divenne chiaro da quel momento, e per il resto, che tutti erano poco loquaci e che nessuno aveva voglia di soddisfarla; anche perché lei doveva essere la strana del gruppo, dal momento che non si accontentava di quella esistenza noiosa, vuota e inattiva.

Senza dubbio, la Madre Terra aveva bisogno di maggiore attività.

Così, con i suoi mezzi, per scissione o mitosi o qualsiasi altra cosa, creò in se stessa un ventre profondo, che chiamò Tartaro, e fece germinare nel suo grembo due figli molto strani: Ponto ed Urano. Il primo gli era venuto un po’ goffo, senza alcuno spirito, timoroso, pusillanime e abbastanza fiacco: era costituito di acqua salata e grande fino a dire basta, ma non aveva vita; e rimasse appisolato nel fondo, sotto la madre, il più appiccicato possibile a lei, appena sopra il Tartaro. Il secondo invece, Urano, uscì da Gea con grande energia, tanto che a sgomitate mise da parte l’oscurità, la notte e tutto quello che gli si parava davanti: era composto di cielo enorme, grande, più grande di sua madre e, al momento della nascita si accasciò su di lei come una cupola gigante, coprendola di stelle.

E, fino adesso, così rimase l’universo conosciuto dai greci. Coloro che l’hanno visto raccontarono che la Madre Terra era il centro, una sorta di disco che galleggiava sopra suo figlio Ponto, ed era coperta da Urano, il cielo, una semisfera trasparente simile ad una formaggiera, dove si trovavano sorrette tutte le stelle. L’acqua salata la circondava ed entrava al suo interno per formare ciò che più tardi divenne il Mare Mediterraneo. Sotto Gea e all’acqua, si trovava il Tartaro, il Mondo sotterraneo, il regno delle tenebre, le viscere più profonde della terra, che si collegava alla superficie attraverso grotte insondabili e fiumi sotterranei.

«Quanto sono belle le montagne che hai, Gea!» la corteggiava Urano, strizzandole gli occhi con gli astri. «E che vallate! Che bei boschetti! Quanto sei bella!»

«Ma cosa dici, ragazzo!» rispose Gea arrossendo.

A volte Urano diventava tenero e scendeva amorosamente su di lei. La giovane Madre Terra era affascinata: finalmente c’era qualcuno con la sua stessa natura vitale, con cui poteva condividere la sua esistenza e illusioni.

Così sono rimasti per alcuni migliaia di anni, anche se nessuno si rese conto di questo, poiché come abbiamo detto, ancora non c’era il tempo. Fu un corteggiamento piacevole: il dio del cielo era ardente, appassionato e divertente; la faceva ridere costantemente, e Gea, certamente, si sentiva felice con il suo consorte. Si desideravano e si amavano ed erano sempre insieme, perché nessuno dei due poteva andare senza l’altro; e siccome non c’era nient’altro da fare o da pensare, la Madre Terra cominciò ad avere un sacco di bambini. I primi furono Briareo, Coto e Gige, tre giganti, con cento braccia e cinquanta teste ciascuno, che il loro padre chiamava con disprezzo, centimani, Ecatonchiri o semplicemente cento-braccia.

«Ma che cos’ è questo? Che razza di figli che mi hai dato?» si lamentava Urano.

Gea, un po’ imbarazzata, rispondeva in tono di scusa: «Non so cosa è successo! Deve essere la mancanza di pratica nel fare figlioli con un altro. Finora io stessa me la ero sbrigata, ma adesso è diverso. Non sono belli?»

Erano sì belli e grandi come transatlantici, ma avevano un aspetto terribile: la loro bruttezza era anche moltiplicata per cinquanta.

«Ma guarda che pasticcio hai fatto!» gridava Urano disperato.

In verità, non erano neanche tanto vispi, pur avendo molte teste: si facevano dei nodi terribili con i colli e, quando guardavano, ciascuno dei cento occhi si girava da un lato.

«Abbi pazienza, caro, impareranno; aspetta che crescano!» lo incoraggiava la materna Gea. «Ancora? Vuoi dire che cresceranno di più? Portarli via dalla mia vista immediatamente! Non voglio vederli mai più!» rispose il dio del cielo.

E la Madre Terra, per non ascoltare più rimproveri, li nascose nel Tartaro, la parte più profonda del suo ventre e, durante quel tempo, rimase distante e rattristata.

Tuttavia, Urano, soddisfatto della rapida ed efficace risposta di sua moglie, tornò a trovarla.

«Dai cara, non essere triste!» diceva Urano vezzeggiandola «Dimentica quei bambini sconquassati! Vedrai che i prossimi verranno meglio».

E così dalla loro nuova unione nacquero Bronte, Arges e Asterope, i ciclopi; ma se con i primi avevano esagerato, con questi andarono per le corte. Erano anche loro giganti, ma con due braccia e una sola testa in posizioni più basse e con un occhio in mezzo alla fronte.

A Urano gli piaceva un po’ di più, ma non li sopportava comunque: erano scortesi e così irrequieti che lo facevano innervosire.

«Volete smettere di fare casino? Qui nessuno può riposare! Gea, digli ai tuoi figli che stiano quieti, perbacco!» urlava il dio del cielo.

I ciclopi avevano un carattere terribile, vero, ed erano forti e potenti; appena nati avevano cominciato a spostare le montagne dal loro posto, riorganizzavano le foreste e costruivano tutti tipi di cianfrusaglie.

«Vedi, questi sono furbi e creativi!» rispondeva Gea, temendo che Urano cominciasse con una delle sue.

Sì, i bambini erano creativi, ma con loro non c’era nessun dio che potesse fare un pisolino: sempre con la loro incudine e martello, batti e batti, inventando artefatti o consolidando fiumi.

«Mi hanno stufato!» disse un giorno Urano a sua moglie. «Ma sarà che non sai fare figli al verso? È finita! Non ce la faccio più, o loro o me! Restituiscili al tuo ventre e che non scappino mai più da lì!».

La povera Gea fece come chiese suo marito: raccolse i ciclopi e li fece tornare nella sua profondità, nelle oscure prigioni del Tartaro, insieme agli Ecatonchiri. Obbedì di nuovo, senza replicare, ma lei stava cominciando a stancarsi dei suoi capricci e della ruvidezza del dio del cielo stellato e, soprattutto, che rifiutasse e si burlasse dei propri figli.

Arrabbiatissima con Urano, considerò altre possibilità. Pensò addirittura di cercare un nuovo marito e ci provò con Ponto e anche con Etere. Con Ponto partorì diversi figli e figlie orribili, paurosi mostri acquatici con il corpo di balena o con la coda di pesce; Etere gli diede una figlia pigra, scansafatiche e così sgradevole che, una volta nata, si nascose in una grotta e mai più uscì da lì, tranne che in rare occasioni. Poco dopo aver visto che i risultati non erano stati meglio che con altri amanti, Gea tornò a farsi voler bene ancora una volta da Urano; e da tale incontro nacquero altri bambini.