Gea si emancipa

Non si sa, se questa volta ci hanno messo più attenzione o se fosse l’insegnamento dall’esperienza, ma fatto sta, che i nuovi infanti erano pressoché perfetti, almeno da un punto di vista umano, giacché noi, i mortali, saremmo fatti precisamente come curiose miniature di questi figli, come vedremo in seguito.

Furono dodici in tutto, sei titani e sei titanesse, ed erano senza dubbi più belli di tutti i precedenti, erano anche civettuoli, erano il meglio che avevano fatto insieme; ma Urano non era ancora soddisfatto con nessuno di loro. Li girava, li guardava da un lato e dall’altro: «Questa è gracile, quella mi dà una brutta sensazione, quello lì mi guarda male…».

E chi per una ragione, chi per un’altra, al momento della nascita o subito dopo, li chiudeva con i loro fratelli maggiori nelle profondità del Tartaro. La Madre Terra era disperata. Partoriva, lo mostrava a suo marito e lo riponeva al suo interno; così dodici volte, un figlio dopo l’altro.

E lo stravagante Urano ritornava ogni sera a cercarla sul piano amoroso, le faceva due complimenti e la lusingava in mille modi, giacché aveva tanta abilità lo sconsiderato:

«Quanto sei bella, Gea! Vieni, tesoro, non ti fare prendere dall’angoscia per niente!».

«Voglio i miei figli con me!» replicava lei.

«Sono con te» le diceva con un sorriso seducente «non li porti tutti nel tuo ventre?».

«Tu già sai cosa voglio dire, li voglio fuori di me, per abbracciarli, per parlare con loro!» supplicava lei scoraggiata.

«Forse i prossimi» rispose lui dolcemente, accarezzandola con tutte le sue stelle.

«Come i prossimi?» disse preoccupata la Madre Terra.

«Vedrai, i prossimi, mia cara, giungeranno che neanche disegnati potrebbero venire meglio!»

Fu allora che Gea, stanca di partorire e di non condividere i modi di suo marito, decise che era il momento di porre fine alla loro relazione, e definitivamente stavolta.

Attese che Urano si fosse addormentato e ripescò dal Tartaro suo figlio minore, colui che sembrava il più determinato di tutti i titani, e gli disse: «Crono, figlio mio ti piace la tua vita?» La domanda era ingombrante.

«…Psssch!» esordì Crono «Non saprei cosa dirti, mamma. Il luogo in cui vivo non è male; forse è un po’ buio però…».

«E non ti piacerebbe uscire una buona volta da lì?».

«Naturalmente! Ma penso che non piaccia a papà.»

«Faresti una cosa per me?»

«Va bene… cosa dovrei fare?» rispose non proprio convinto.

Gea gli porse una falce di selce e disse sottovoce: «Castrare tuo padre.»

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