Crono e Rea

Il matrimonio si svolse rapidamente e con grande gioia. Gli sposi erano a piedi nudi e, coronati di fiori, fecero i loro giuramenti sacri, davanti a Gea, la Beata Madre di tutti. Al banchetto mangiarono fino allo sfinimento, come se tutti sentissero la necessità di compensare, visto il tempo in cui furono rinchiusi nel Tartaro, e privati di qualsiasi godimento; e, una volta riempito lo stomaco, ancora nettare, latte e idromele senza misura e per settimane. C’erano regali e giochi e tutti cantarono e ballarono fino a quando i piedi non reggevano più.

Gea era talmente euforica che le foreste rinverdirono, i fiumi strariparono e tutti gli uccelli del mondo presero il volo in segno di gioia. E, come successiva conseguenza della loro gioia, dalle viscere della Madre Terra nacque la prima razza di mortali; spuntarono come zucchine. Erano repliche dei possenti titani e, immediatamente, popolarono prati e boschi.

Siccome la terra si sentiva contenta, godevano di primavera perpetua; e dato che i campi fruttificavano senza bisogno di coltivarli, vivevano spensieratamente, nudi, raccoglievano i frutti di bosco e miele, bevevano latte di capra e, come gli dèi, non invecchiavano. La morte era un sogno lungo e piacevole dal quale, in determinate circostanze, alcuni potevano risvegliarsi. Erano così felici, tant’è che quel tempo prese il nome: l’Età d’Oro.

E, dal momento in cui furono creati, divennero sudditi di Crono, che obbedivano e rispettavano. Il regno di Crono era iniziato, allora, con ogni benedizione. Tutti pensavano che sarebbe durato per sempre, tuttavia, il nuovo sovrano, prese alcune decisioni che buttarono all’aria tali previsioni; e una di queste, fu il primo grande errore di Crono, anche se non il più importante.

Ora, era vero che Crono aveva organizzato il suo regno con generosità, lungi dal diventare un tiranno, aveva distribuito il potere tra i suoi fratelli e sorelle, e sembrava un re giusto. Allo stesso tempo però, aveva lasciato in disparte quegli altri suoi fratelli: i ciclopi e cento-bracci, e, non avendoli tenuti in considerazione nella distribuzione, questi si sentirono discriminati, considerando che avevano gli stessi diritti dei titani, naturalmente poi, dal momento che anche loro erano figli legittimi di Gaia e di Urano.

I ciclopi, presto cominciarono a lamentarsi, e a minacciare di usare anche la forza, se necessario, per detronizzare Crono.

«O questa enorme ingiustizia si corregge immediatamente o adotteremo misure terribili!» gridarono tre ciclopi all’unisono, cercando di fare pressione sul re.

Dall’altra parte, gli ecatonchiri non si lamentavano, ma l’espressione dei loro trecento volti metteva in chiaro che neanche a loro era piaciuta la distribuzione e, se fosse stato il caso, si sarebbero uniti ai ciclopi per rovesciare lo smemorato dio del tempo.

Davanti a questa situazione Crono commise il suo secondo errore e, sicuramente, questo fu ancora peggio di quello precedente: invece di mostrarsi conciliante e generoso e soddisfare le richieste di questi giganti fratelli, quello che fece, fu di farli tornare nel Tartaro e, una volta chiusi nelle viscere della terra, mise Campe, un mostro terribile e potente, come carceriere, di modo che neanche la stessa terra avrebbe mai potuto liberarli.

Questo, a Gea non era piaciuto per niente. La sua felicità finì proprio in quel momento, quando, la Madre Terra, adiratissima con lo screanzato Crono, si mise davanti a lui e gli parlò: «Mi sono sbagliata a scegliere te! Sei un re ingiusto, un figlio ingrato e un fratello senza cuore. Per la tua crudeltà, io ti maledico: presto avrai un figlio che ti detronizzerà come tu hai detronizzato tuo padre; e, allo stesso modo come hai rinchiuso nel Tartaro i tuoi fratelli maggiori, anche tu sarai rinchiuso lì dentro per sempre». Il tono che usò Gea avrebbe spaventato chiunque, ma non Crono, che continuò quel che stava facendo, senza dare alcuna importanza a quel che aveva sentito.

In verità, a parte questa discriminazione, governava con saggezza; nonostante agisse come un super dio, permetteva, sotto la sua autorità generale, che ciascuno dei titani amministrasse i loro domini a modo loro, senza ulteriori interferenze da parte sua, se non quando era strettamente necessario, tant’è che tutti erano soddisfatti: si rispettavano, si aiutavano e si divertivano insieme.

E così, in quest’apparente normalità, trascorse un po’ di tempo, fin quando Rea, partorì il suo primo figlio, e allora, Crono, decisamente turbato, dimostrò così, di aver preso in considerazione ciò che aveva detto Gea.

«Caro Crono» disse emozionata Rea, sua moglie, offrendogli la nuova nata «Ti presento Estia, la nostra prima figlia. Benedicila! E chiediamo a Gea che dopo di lei il nostro regno si onori con altri bambini».

«Fammi vedere!» disse Crono, afferrando le braccia di Estia. Osservò bene la bambina: aveva un visino rotondo e arrossato, gli occhi socchiusi e le manine chiuse sul petto. Era bellissima. A sua volta, Rea guardava con amore il marito, sperando che dicesse qualcosa, come un complimento, o che la abbracciasse, ringraziandola di averlo reso padre.

Niente di tutto questo accadde. Al contrario, davanti allo sguardo terrorizzato di Rea, Crono aprì la bocca e inghiottì la bimba senza nemmeno masticarla.

«Ma che fai!» cercò di fermarlo Rea.

Ma era troppo tardi: Estia era scomparsa, con panni e tutto. Crono si rileccò, fece un rutto e disse: «Non voglio bambini. Non uno in più!»

«Quando ci siamo sposati, li volevi» gli ricordò Rea.

«Ma ora non più! E non se ne parli ancora di quest’argomento!». Era ovvio, essere detronizzato da uno dei suoi discendenti non rientrava nei suoi piani e, per evitare che la maledizione di Gea si compisse, altro non aveva pensato, che mangiarsi i bambini appena nati.

Così, dopo Estia, non appena Rea partoriva, Crono lo faceva sparire; e da ingoio a ingoio, da rutto a rutto, deglutì Demetra, Era, Ade e Poseidone. Il ghiottone, si rendeva conto, che non era proprio elegante questo suo modo di fare, ma pensava, che così facendo, la sua permanenza, sul trono dell’universo, era garantita.

Qualcuno penserà che avrebbe potuto mettere tutti nel Tartaro, come Urano aveva fatto in precedenza con il dio del tempo e i suoi fratelli, ma nessuno sapeva meglio di Cronos, che il Tartaro non era più sicuro del suo ventre. Ma si sbagliava: questo fu il suo terzo e ultimo errore.

Crediti
    —  Francisco Domene – E gli dèi divennero dèi
    —  Sergio Parilli
    —  Anna Maria T.