Sento la vita scricchiolare in me per l’eccesso di interiorità, ma anche di squilibrio. È come un’esplosione incontrollabile, che può far saltare irrimediabilmente in aria anche te. All’estremo della vita senti che essa ti sfugge, che la soggettività è un’illusione, e che in te si agitano forze di cui non sei responsabile, sottoposte a un dinamismo estraneo ad ogni ritmo definito. Ai confini della vita c’è qualcosa che non sia occasione di morte? Si muore di tutto ciò che è come di tutto ciò che non è. Ogni esperienza diventa quindi un salto nel nulla. Quando hai vissuto fino al parossismo, fino alla suprema tensione, tutte le cose che ti ha offerto la vita, sei pervenuto a quello stato in cui non c’è più niente che si possa ancora vivere. Anche senza aver dato fondo a tutte le esperienze: basta aver esaurito le principali. E quando ci si sente morire di solitudine, di disperazione o d’amore, le altre emozioni non fanno che prolungare questo amaro corteggio. La sensazione di non poter più vivere dopo tali vertigini deriva anche da una consunzione puramente interiore. Le fiamme della vita bruciano in un crogiolo da cui il calore non può uscire. Gli individui che vivono su un piano esteriore sono salvi in partenza; ma che cosa hanno da salvare, se non conoscono il minimo rischio? L’eccesso d’interiorità e il parossismo degli stati d’animo conducono in una regione estremamente pericolosa, perché un’esistenza troppo consapevole delle sue radici non può che negare se stessa. La vita è troppo limitata, troppo frammentaria per resistere alle grandi tensioni. Tutti i mistici non ebbero forse, dopo le grandi estasi, il sentimento di non poter più vivere? Che cosa possono dunque ancora aspettarsi dal mondo coloro che sentono al di là del normale la vita, la solitudine, la disperazione e la morte?

Crediti
Emil Cioran
Al culmine della disperazione
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