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Non v’è letteratura senza diserzione, disubbidienza, indifferenza, rifiuto dell’anima. Diserzione da che? Da ogni ubbidienza solidale, ogni assenso alla propria e altrui buona coscienza, ogni socievole comandamento. Lo scrittore sceglie in primo luogo di essere inutile. Fondamentalmente asociale, il disertore detesta l’ordine e la buona coscienza. Sta dalla parte della morte. Elegge a propria dimora cunicoli non asfaltabili. Abbisogna di una libertà non «liberale», e che infatti il liberale non tollera, eversiva, blasfema. Può sopravvivere in qualunque atmosfera, purché infetta. Dove regnano le tenebre dell’ottimismo egli è un clandestino. Naturalmente anarchico, è sempre in contatto con quei corridoi degli inferi, fitti di tende e subitanei gomiti, quei labirinti in cui lo sguardo virtuoso dell’uomo umanista non osa avventurarsi.
Scrivere letteratura non è un gesto sociale.

Crediti
 • Giorgio Manganelli •
 • La letteratura come menzogna •
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