Nicola Samorì ⋯

Io sono un autore che non è che prende ispirazione dal pezzo, copio il pezzo, cioè tento di calarmi nelle vesti di un autore e di sconvolgere in un istante, generalmente rapidissimo, il portato linguistico.

Come lo fa è attraverso la mutilazione: lui infatti sfigura i suoi personaggi deprivandoli di parti del corpo, dal petto nei soggetti femminili, agli arti. Agendo però più spesso su ciò che nella nostra società è la rappresentazione dell’anima, il volto. La negazione del viso, dell’espressione, della verità è un tema assai ricorrente nell’arte, declinato nelle forme più disparate e che assume toni politici, sessuali, o più introspettivi a seconda delle radici culturali che lo generano.  Lui è Nicola Samorì, lavora in una chiesa, ma poco ha a che fare con il mondo ecclesiastico; dipinge grandi affreschi, ma non è un pittore rinascimentale; è italiano, di Forlì e – come molti – più noto internazionalmente che nel Bel Paese. Quello che fa è appropriarsi della pittura classica dei Maestri.

Nicola Samorì ⋯ Luis Buñuel, l’esponente del cinema surrealista che per aver sviscerato il tema del desiderio ateo, anarchico e carnale fu scomunicato dalla Chiesa cattolica, avrebbe definito la perdita di sé come il risultato di atti di degradazione e perversione, tanto più se sessuale, ad ogni modo legata a una passione sfrenata che, più di un sentimento d’amore, avrebbe rivelato l’istintività dell’essere umano,  la sua bestialità.  Eppure, quella stessa ferocia che l’artista esercita nel graffiare, cancellare, scorticare, tormentare le superfici di dipinti come Lincoln’s Wife  e Oloferne, non indaga l’impulso erotico con annesse cause e conseguenze, bensì predilige una direzione più orientata alla ricerca e alla comprensione del gesto appassionato, inconsulto e – seppur apparentemente contradditorio – consapevole. Per lui, l’ossessione come costanza, costruisce l’identità; la demenza come idiozia, ne è la sua distruzione, e strizza forse l’occhio a coloro che nel suo lavoro ravvisano una remota ma concreta metafora di una situazione politica e culturale tutta italiana.

Frutto di un procedimento tutt’altro che azzardato, l’artista deposita tutti i giorni minuziosamente uno spessore di colore sul quale l’immagine si appoggia, perfettamente modellata. Giorno, dopo giorno, dopo giorno, dopo giorno, accumulando empatia con l’opera d’arte. Il punto di rottura, di deturpazione, ossia il momento in cui tutto è rimesso in discussione e altissima è la tensione così come il rischio di corrompere l’opera in maniera definitivamente e visibilmente non efficace, è l’attimo in cui si avverte un senso di vitalità assoluta. 

Nicola Samorì ⋯ Virgo per esempio, è il dipinto di un teschio, di quelli tanto cari e a lungo raffigurati in età rinascimentale e barocca. La differenza è che questo teschio, realizzato nel suo atelier – prima ancora la chiesa sconsacrata di Bagnacavallo – è sfigurato, squarciato, e mostra tanto il suo aspetto esteriore, educato e addomesticato quanto il suo interno violento, osceno, e informe. Quell’attimo di lucida follia, di distruzione, di mutilazione delle forme precedentemente create è per l’artista il momento di ricostruzione della sua identità creativa – permettendo all’osservatore di entrare nell’opera d’arte e conoscerne il processo di produzione – e come individuo. Sfigurare i volti e strappare ai soggetti dipinti i propri connotati significa per l’artista indagare gli odierni meccanismi di interazione e interrelazione tra gli individui. Impegnati zelantemente nella cura delle molteplici differenti versioni pubbliche di sé da condividere con prontezza tanto nella vita reale quanto nella dimensione virtuale dei social media, l’uomo lentamente costruisce ciò che paradossalmente giunge a negare. La propria identità viene perciò trasmessa attraverso un filtro – ossia la maschera di se stesso – una protezione che lo rapporta all’altro, così facendo annullandolo.

Nicola Samorì ⋯ I volti violati di Acquario, Seer  e Lamina per citarne alcuni, evocano ciò che Luigi Pirandello teorizzava a proposito del relativismo psicologico in uno dei suoi più celebri saggi “Uno, nessuno, e centomila” (1926) con riferimento al carattere di ‘nessuno’: se l’uomo ha un numero di personalità paragonabile a centomila, tante quanti sono gli individui ai quali si relaziona, è come dire che non ne possiede nemmeno una; il suo vero essere non è in grado di affermarsi se continuo, ostinato, tormentato è il suo mutare. Difatti, quello che scriviamo e come lo scriviamo, quante relazioni e con chi, sono ciò che oggi definisce la persona nella già obsoleta era digitale del web 2.0 dove sempre più ossessionati e schizofrenici sono i rapporti sociali che, ancora Pirandello definiva orizzontali e verticali – ossia rispettivamente tra le persone, e con la propria persona –, alla rincorsa della più idonea costruzione di sé e della sua più corretta comunicabilità agli altri.

E se tutto sembra allora essere un’illusione… la vanità freddamente gioisce di coloro che s’uccidono per il suo amore.

Nicola Samorì ⋯

Questo era Nicola Samorì, questa la forma che ho voluto restituire al suo lavoro.

Crediti
 • Carmen Stolfi •
 • Pinterest • Nicola Samorì  •  •

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