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Soprassediamo al luogo comune che tradurre è tradire, e passiamo direttamente alla domanda una e trina: nel tradurre, quanto è determinante il guadagno che si ha rispetto alla perdita che si patisce? e quanto conta il passato dell’originale rispetto al presente della traduzione che se ne fa? chi ha il sopravvento su chi? Rispondete affermativamente per un verso o per l’altro a una sola di queste questioni e sarete, sì, sicuri di quel che state facendo, ma ancora non saprete nulla del tradurre in sé. Nel mare della conoscenza, in cui due rive si guardano ma sono remote e di fatto spesso dislocate una troppo in alto e l’altra troppo in basso rispetto a ogni ideale e convenzionale medietà di comodo (geografica, storica, linguistica e retorica, infine) non si potrà mai andare oltre l’assunto che il guadagno è implicito nella perdita e la perdita implicita nel guadagno.

Gli antichi scopritori di nuovi mondi dicevano che non è necessario vivere, è necessario navigare: è il viaggio verso il lido altrui che connota l’avventura dell’essere umano, non la sedentarietà in casa propria. Sotto qualsiasi forma, compresa quella privilegiata della mente, noi non facciamo altro che spostarci da dove siamo, noi vogliamo conoscere dell’altro e per farlo dobbiamo o piegarci a staccarci dalla nostra riva o sperare che la riva opposta si congiunga a noi come può.

Non c’è motto (tecnica, visione, senso) a noi contemporaneo che non debba la sua origine a un moto – a uno spostamento del sé verso un luogo non ancora suo – a opera di qualcuno di cui si è persa memoria. Noi stanziali, che diamo per scontata l’attuale agnizione fra di noi simili stanziali come noi, siamo parlati per transazione nomade e migratoria a opera di sconosciuti pionieri del passato molto di più quanto non crediamo di parlare in prima persona. La nostra stasi, o apparente stabilità, individuale e collettiva è il risultato di peripezie, sommovimenti, incroci, commerci, scambi, scontri, spargimenti di sangue antichissimi e allo stesso tempo perduranti anche se invisibili. Sempre meno invisibili, in verità: vedi la contaminazione anglofila di tutte le lingue indigene vuoi orientali vuoi occidentali, poiché è la supremazia degli armamenti che determina la subalternità della cultura delle genti, è la vistosità della possibilità dell’attacco che fa piccina l’autodifesa, è la gigantografia dello spauracchio della guerra che striminzisce il fantasma della libertà dando luogo allo sventolio di bandiera bianca di una pace inflitta. È, infine, la potenza del primato delle armi a stabilire la debole flessione della rima. È sempre il lessico dei vinti a proclamare chi ha vinto, poiché anche le lingue, non solo i suoi parlati, vanno in soccorso del vincitore.

Ma questo, che è l’argomento, è per il momento un altro argomento, e lo lasciamo proprio come lui ha lasciato noi italiani: alla deriva, e senza alcuna occasione di andare all’arrembaggio chissà per quanti secoli. Per fortuna, saremo già quella tutt’altra cosa che siamo da sempre e nessuno si sarà accorto di niente. Staccherà gli ormeggi della sua barchetta di carta galleggiante nella vasca da bagno e lui griderà la sua sete di libertà e di conoscenza dall’alto del suo pennoncino: sarà un ennesimo “Parto!” indolore.

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