Fransisco de Goya  ⋯ Animal de letras
Tale era l’evidenza. La scoperta capitale, semplice… insostenibile dopo un poco. La più illusoria (ma la più certa); la più falsa (ma la più vera). L’intera pianura sotto il sole non era che una distrazione, il riflesso di una di quella sue assenze confuse che precedevano il ritorno alla sua identià. Scoprirla come per la prima volta, dopo averla vista tutti i giorni, era già un segno. Una creazione a sua immagine, questa. Una falsa prospettiva. Al di là, vicino, il più vicino possibile, stava la risposta. Ma se cercava di scrivere quella lettera, progettata da tanto tempo, i giri di parole gli sembravano troppo lunghi, inutili, per riuscirci, a meno che non trovasse il dislivello, l’anomalia quasi impercettibile da insinuare in una frase banale (la quale, senza che si sappia il perché, irradia allora con più continuità). E se tentava di leggere, dopo un poco i brani più semplici si staccavano, si aprivano, come dotati di un potere esorbitante: “il cielo è azzurro”, per esempio, si cambiava in immagini, in ricordi, in viaggi o sensazioni di presenze, trasversali moltiplicate; l’insieme si muoveva sul posto, si incastrava, si succedeva in tutte le direzioni, facendogli perdere l’equilibrio, sommergendolo, quasi che la forma più piatta, o piana, forse stata lo stesso tempo quella più profonda e in quella potesse smarrirsi ma anche vedere, assistere al proprio funzionamento. Così, la visione precisa, che aveva di certe pagine straripava, al punto da fargli inventare nei libri brani o scene immaginarie. Certe volte cercava di rileggerli, stupito di non trovarli più al loro posto, grandi lembi di realtà scomparsi tra due paragrafi, mentre era sicuro di averli letti esattamente, là dove li cercava. Chiudeva, posava il volume, lo riapriva bruscamente ma senza risultato… e rinunciava ormai alla lettura.

Crediti
 • Philippe Sollers •
 • Parco •
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