⋯ Igor Levashov  ⋯
I tulipani sono troppo eccitabili, qui è inverno. Guarda com’è tutto bianco, quieto, coperto di neve. Sto imparando la pace, distesa quietamente, sola, come la luce posa su queste pareti bianche, questo letto, queste mani. Non sono nessuno; non ho nulla a che fare con le esplosioni. Ho consegnato il mio nome e i miei vestiti alle infermiere,la mia storia all’anestesista e il mio corpo ai chirurghi.
Mi hanno sistemato la testa fra il cuscino e il risvolto del lenzuolo come un occhio fra due palpebre bianche che non vogliono chiudersi.Stupida pupilla, deve assorbire tutto.Le infermiere passano e ripassano, non danno disturbo, passano come gabbiani diretti nell’interno, in cuffia bianca, le mani affaccendate, ciascuna identica all’altra, sicché è impossibile dire quante sono.
Il mio corpo è un ciottolo per loro, lo accudiscono come l’acqua accudisce i ciottoli su cui deve scorrere, lisciandoli piano. Mi portano il torpore nei loro aghi lucenti, mi portano il sonno.Ora che ho perso me stessa , sono stanca di bagagli —la mia ventiquattrore di vernice come un porta pillole nero, mio marito e mia figlia che sorridono dalla foto di famiglia; i loro sorrisi mi si agganciano alla pelle, ami sorridenti.
Ho lasciato scivolar via le cose, cargo di trent’anni ostinatamente attaccata al mio nome e al mio indirizzo. Con l’ovatta mi hanno ripulito dei miei legami affettivi. Impaurita e nuda sulla barella col cuscino di plastica verdeho visto il mio servizio da tè, i cassettoni della biancheria, i miei libriaffondare e sparire, e l’acqua mi ha sommerso. Sono una suora, adesso, non sono mai stata così pura.
Io non volevo fiori, volevo solamentegiacere con le palme arrovesciate ed essere vuota, vuota. Come si è liberi, non ti immagini quanto — È una pace così grande che ti stordisce, e non chiede nulla, una targhetta col nome, poche cose. È a questo che si accostano i morti alla fine; li immagino chiudervi sopra la bocca come un’ostia della Comunione.
Sono troppo rossi anzitutto, questi tulipani, mi fanno male. Li sentivo respirare già attraverso la carta, un respirosommesso, attraverso le fasce bianche, come un neonato spaventoso.Il loro rosso parla alla mia ferita, vi corrisponde.Sono subdoli: sembrano galleggiare, e invece sono un peso, mi agitano con le loro lingue improvvise e il loro colore, dodici rossi piombi intorno al collo.
Nessuno mi osservava prima, ora sono osservata. I tulipani si volgono a me, e dietro a me alla finestra, ove una volta al giorno la luce si allarga lenta e lenta si assottiglia,e io mi vedo, piatta, ridicola, un’ombra di carta ritagliatatra l’occhio del sole e gli occhi dei tulipani, e non ho volto, ho voluto cancellarmi. I vividi tulipani mangiano il mio ossigeno.
Prima del loro arrivo l’aria era calma, andava e veniva, un respiro dopo l’altro, senza dar fastidio.Poi i tulipani l’hanno riempita come un frastuono.Ora s’impiglia e vortica intorno a loro così come un fiumes’impiglia e vortica intorno a un motore affondato rosso di ruggine. Concentrano la mia attenzione, che era felicedi vagare e riposare senza farsi coinvolgere.
Anche le pareti sembrano riscaldarsi. I tulipani dovrebbero essere in gabbia come animali pericolosi, si aprono come la bocca di un grande felino africano, e io mi accorgo del mio cuore, che apre e chiudela sua coppa di fiori rossi per l’amore che mi porta. L’acqua che sento sulla lingua è calda e salata, come il mare, e viene da un Paese lontano quanto la salute.

Crediti
Sylvia Plath
Ariel
Pinterest • Igor Levashov
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