L'incontrovertibilità della filosofia prima

a) Il 'principio di non contraddizione'.
La proprietà fondamentale dell’ente in quanto ente è costituita — come già Parmenide aveva messo in luce — dalla contrapposizione dell’essere al nonessere. Ma il nuovo senso che l’essere acquista nel pensiero platonico e aristotelico rinnova anche il senso di quella contrapposizione, recuperando il modo in cui Eraclito aveva inteso la contrapposizione tra le cose. Infatti, ciò che si contrappone al non-essere non è più semplicemente il puro essere indeterminato di Parmenide, ma ogni ente determinato.
Aristotele formula così la contrapposizione dell’essere al non-essere: «È impossibile che, per il medesimo rispetto, la stessa cosa sia e non sia» (cioè esista e non esista, sia così e non sia così, sia così e sia il contrario di così).
A tale formulazione è essenziale l’espressione «per il medesimo rispetto», giacché se per il medesimo rispetto una cosa non può essere, ad esempio, insieme piccola e grande, invece può ben esserlo sotto rispetti diversi: può essere piccola oggi, grande domani; piccola rispetto a x, grande rispetto a y.
È questo — che verrà chiamato principio di non contraddizione — il principio più saldo e più noto di tutti, che non ha nulla di ipotetico e senza di cui non si potrebbe comprendere o conoscere alcunché. Esso è quindi il principio primo, ossia il fondamento dell’intera conoscenza umana, è la conoscenza intorno alla quale l’uomo non può trovarsi in errore, ed è l’espressione originaria e concreta della ragione — di quella ragione cioè che non è separata, come in Parmenide, dall’esperienza, ma che il pensiero filosofico, a questo punto del suo sviluppo, è riuscito a conciliare con l’esperienza.
b) L'innegabilità del principio di non contraddizione.
Il primo principio è per sé stesso evidente; quindi non è una conoscenza che debba essere dimostrata. Se, proprio per la sua evidenza, il primo principio non può essere dimostrato, si può peraltro mostrare la sua incontrovertibilità o innegabilità: facendo vedere che esso è implicitamente affermato anche da chi intende negarlo.
Infatti, anche il negatore del primo principio deve dare un significato determinato a quel che dice; è necessario cioè che anche le sue parole abbiano un certo significato e non un altro. Ciò vuol dire che anche il negatore del principio di non contraddizione non intende contraddirsi: appunto perché non consente che le parole da lui usate abbiano e non abbiano il significato che egli conferisce loro. Volendo distruggere la ragione egli è così costretto a ragionare.
Ché se egli fosse indifferente al fatto che le parole da lui usate abbiano un significato determinato, allora il suo discorso non sarebbe nemmeno una negazione del primo principio: egli non direbbe nulla e, dice Aristotele, sarebbe simile a un tronco.
Questa confutazione della negazione del primo principio, contenuta nel libro IV della Metafisica aristotelica, può essere considerata come la prima e più importante indagine volta a stabilire esplicitamente in che senso e perché la filosofia sia un sapere incontrovertibile e quindi necessario e assoluto.
c) L'esperienza e il noûs.
Ma la filosofia prima, come scienza delle proprietà dell’ente in quanto ente, implica anche la presenza, ossia la manifestazione, l’esperienza, degli enti. Incontrovertibile e necessaria non è quindi la sola incontraddittorietà degli enti, ma anche la loro manifestazione, il loro apparire come oggetti dell’esperienza umana. Infatti, anche la manifestazione degli enti è, come il principio di non contraddizione, per sé evidente.
Aristotele chiama noûs l’intellezione degli enti manifesti nella loro intelligibilità, e quindi in quella loro intelligibilità originaria che è espressa dal principio di non contraddizione. Il noûs è quindi l’unità di esperienza (cioè della manifestazione degli enti) e di ragione (principio di non contraddizione), ed è su questa unità che la scienza si fonda.

Indice
Crediti
 Emanuele Severino
 L'episteme nella filosofia di Aristotele
  Aristotele ridotto
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