Elogio di Pertini all’URSS

Se ogni mio compagno potesse andare nell’URSS, come finalmente vi sono andato io, ritornerebbe tutto preso dalla certezza del trionfo della nostra idea e lascerebbe dietro di sé le perplessità, le delusioni, i dubbi che nel suo animo possono essere stati accumulati dalla nostra grigia vita politica, la quale, spesso deprimente e umiliante, sembra svolgersi in un vaso chiuso. Prendendo contatto con il popolo sovietico, con le sue gigantesche realizzazioni, con la possente volontà di costruire e di lottare senza arrendersi dinami a nessun ostacolo, si ha subito la sensazione di un mondo nuovo. È il mondo che dall’ottobre 1917 avanza inarrestabile come il destino. Il destino dell’umanità. E la nostra idea, che a qualcuno stanco, logorato dalla lunga e dura lotta può ormai apparire solo una «sublime utopia», nell’URSS è una realtà.

Milioni di uomini oggi non sognano più il socialismo e ad esso più non guardano come a una lontana meta, ma lo vivono, è per essi la realtà di ogni giorno. E tutte le oziose critiche, le stupide insinuazioni, le interessate calunnie di chi disperatamente si aggrappa a un mondo condannato a perire, appaiono solo fastidiosi ronzii d’api in bugni vuoti, inutili chiacchiere di povere pettegole, oscene smorfie di nani verso l’opera di un gigante. È dall’ottobre 1917 che l’odio, l’insulto e la calunnia vengono gettati contro il popolo sovietico, il quale sotto la guida vigorosa e illuminata dei suoi capi ha continuato impassibile per la propria strada, ha raggiunto la meta suprema e la ha saputa difendere, stroncando prima la controrivoluzione e poi le forze dell’imperialismo nazista. E adesso, con le armi al piede, questo popolo è tutto intento a ricostruire nel suo paese ciò che la guerra ha distrutto e a perfezionare la sua grande opera sociale, opera che non appartiene solo al popolo sovietico, ma anche a quanti credono veramente nel socialismo. Perché nell’URSS, ripetiamo, è il socialismo che trionfa.

Esaminiamo un’altra volta in modo più dettagliato le realizzazioni attuate nell’Unione Sovietica, oggi vogliamo solo dare una visione sintetica di questo mondo nuovo. Nell’URSS è stato abolito ogni privilegio ed è stato eliminato lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo; scomparsi sono i mali generati dalla società capitalistica, congeniti alla sua stessa natura e cioè la disoccupazione, la miseria, l’analfabetismo, la prostituzione. E il lavoro che nei regimi capitalistici si risolve in una pena, nell’URSS è divenuto quello che dovrebbe realmente essere per tutti e cioè sorgente di vita, di forza, di gioia. L’operaio e il contadino sovietici mentre lavorano non sono, come i nostri operai del nord e braccianti del sud, dannati a chiedersi fra una maledizione e l’altra perché mai debbano faticare lunghe ore senza trarre dalla loro fatica l’indispensabile e sfamare se stessi e la propria famiglia e perché solo per soddisfare l’egoismo dell’azionista ingordo e del barone ozioso debbano logorarsi in una fatica bestiale.

Nell’Unione Sovietica l’operaio e il contadino sentono che con il proprio lavoro, sia esso il più umile, sono necessari e utili alla collettività, cui essi appartengono, e quindi utili a se stessi; sentono, perciò, di lavorare in ultima analisi per sè stessi, in quanto essi sono lo Stato socialista. E dal lavoro di ogni giorno traggono mezzi tali da poter far vivere le loro famiglie senza alcuna preoccupazione materiale. Varcate la soglia della casa d’un contadino russo e saranno il benessere, la tranquillità, la pace a venirvi incontro, non la miseria, la tubercolosi e la malaria come quando varcate l’uscio dei tuguri ove ancora molti contadini dell’Italia meridionale sono costretti a vivere. Visitate i numerosi nidi per bambini e vi persuaderanno come l’infanzia nell’URSS sia protetta. Nei nidi e per la strada visi ridenti di bimbi sani, ben nutriti voi vedete e gli adulti vi si presentano sereni e tranquilli, nessun isterismo bellicista li agita, bensì solo una ferma volontà di lavorare per la patria sovietica li guida, consapevoli di lavorare così anche per l’umanità intera, tanto sono profondamente internazionalisti.

È un popolo tutto compatto, non tormentato da interni contrasti, intenti a una comune opera, proteso verso una meta unica. Dal più modesto lavoratore della terra o dell’officina allo scienziato e allo scrittore celebri, dal semplice soldato dell’Armata Rossa al più alto dirigente dello Stato, tutti si sentono uniti da una stessa fede e da un compito comune. Per questo oggi in Russia si può dire sia stata politicamente e spiritualmente realizzata una vera unità nazionale. Naturalmente un tale popolo non può non voler la pace, perché la pace è insita nella sua stessa fede politica e perché gli è necessaria al compimento della sua opera grandiosa. Perciò noi, messaggeri di pace, siamo stati accolti fraternamente nell’URSS, mentre altri messaggeri di pace sono stati respinti dagli imperialisti americani, invasati dalla follia di guerra.

Il popolo sovietico è ben deciso a difendere la pace. Di fronte alla follia bellicista degli imperialisti sta la serenità e la fermezza di Stalin e del suo popolo. Nessuna delle molte insensate provocazioni viene accettata dal popolo sovietico e dal suo Capo e questo solo perché la pace sia salva. Il popolo sovietico vuole, dunque, la pace, ma se per dannata ipotesi gli imperialisti osassero aggredirlo, insorgerebbe compatto, deporrebbe gli strumenti della sua quotidiana fatica per impugnare di nuovo le armi e rinnoverebbe il miracolo d’eroismo di Stalingrado, stroncando ancora una volta le forze imperialistiche.

Per tutto questo oggi intorno all’Unione Sovietica, al paese del socialismo, si stringono, dalla Cina alla Cecoslovacchia, circa cinquecento milioni di uomini finalmente liberi sotto le bandiere della democrazia popolare e milioni di altri lavoratori sparsi per tutto il mondo e oppressi ancora dalle forze della reazione. È questa una solida barriera umana contro cui le forze della guerra si spezzeranno. Ecco perché tornati in questa nostra Italia, dominata da un governo clerico-conservatore, umile servo verso lo straniero, prepotente aguzzino verso i lavoratori italiani, deciso a trasformarsi in regime con gli ultimi provvedimenti polizieschi, pensiamo con solidarietà e nostalgia ai nostri fratelli dell’Unione Sovietica e con rinnovata speranza guardiamo alle rosse stelle che brillano sul Cremlino.
Anche per noi esse brillano.

Crediti
 • Sandro Pertini •
 • Di ritorno dall'URSS •
  • pubblicato sull'Avanti! il 19 marzo 1950 •
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