La struttura della sostanza e la scienza dell'ente in quanto ente

Aristotele chiama ousía il che cosa è un ente. Ousía è un sostantivo formato sul participio del verbo éinai , essere. Tale participio, in italiano, significa essente, ente. Ousía significa, alla lettera, l’essere un ente, da parte dell’ente. Un ente è infatti, innanzitutto, un esser ente.
Ma il termine ousía non indica soltanto l’essere un ente, ma l’esser un ente determinato (ad esempio l’esser un ente che è albero, e non uomo — e infatti, come ha mostrato Platone, non esiste ente che non sia determinato). Non solo, ma determinato in un certo modo che non compete a tutti quegli enti che non sono un’ousía e che Aristotele chiama accidenti (un’italianizzazione, quest’ultima, del participio latino àccidens, dal verbo accídere, che significa cader sopra, ac-cadere, capitare).
Usualmente, la parola ousía vien tradotta col termine sostanza, e il latino sub-stantia significa ciò che sta sotto resistendo e sorreggendo. È infatti Aristotele a rilevare che l’ousía è hypokéimenon, un termine, quest’ultimo, che ha la stessa struttura linguistica e lo stesso significato di substantia.
Si diceva dunque che l’ousía, cioè la sostanza, è non solo l’esser un ente determinato, ma l’esser determinato in un certo modo, che invece non compete agli accidenti. Anche l’accidente è un ente e quindi un ente determinato; ma la sostanza è ciò su cui cade e che sorregge l’accidente (gli accidenti), e che quindi esiste già, quando l’accidente cade su di essa, e continua a esistere quando l’accidente si allontana da essa. Invece l’accidente esiste solo se cade e giace su una sostanza. L’accadere di un accidente A (ossia il suo cadere su una sostanza S) è espresso dicendo: S è A. Diciamo, ad esempio, che quest’albero (S) è verde (A). L’esser verde è infatti qualcosa (e quindi è un ente) che accade all’albero, ossia che esiste solo come proprietà di quest’albero o di un altro corpo.
Mentre quest’albero ha la proprietà di esser verde, non esiste invece un ente, diverso da quest’albero, che abbia la proprietà di essere questo albero. Ma si badi che se questo albero non può essere una proprietà di qualcosa di diverso da esso, invece l’esser albero può certamente essere una proprietà di qualcosa che non è l’esser albero. Ad esempio, riferendoci a un abete, possiamo dire: «Questo è un albero» («questo è un esser albero»). Aristotele chiama appunto sostanza ogni ente determinato che, a differenza dell’accidente, non può essere proprietà e non può essere un predicato di un altro ente. Dire che la sostanza non può essere predicato o proprietà di un altro ente equivale a dire che la sostanza non ha bisogno di congiungersi a un altro ente (o di cadere su di un altro ente) per esistere — mentre l’accidente ha bisogno, per esistere, di congiungersi (ossia di cadere) su di una sostanza.
È appunto questo il motivo di fondo per il quale Aristotele esclude che la sostanza possa essere un’idea in senso platonico: in quanto universale (in quanto cioè contenuto del concetto), l’idea è proprietà e predicato, ossia è il principio di ogni proprietà e predicato degli enti sensibili. D’altra parte, come Platone vede nell’idea il modo fondamentale di esser ente — e l’idea è tale sia relativamente a ciò che Aristotele chiama sostanza, sia in relazione a ciò che egli chiama accidente (per stare all’esempio sopra introdotto: esiste sia l’idea dell’albero, sia l’idea del verde) —, così Aristotele vede nella sostanza il modo fondamentale di esser ente.
Poiché ogni ente è in relazione a questo modo fondamentale di esser ente (perché ogni ente è sostanza o accidente), la scienza dell’ente in quanto ente è scienza di questa relazione dell’ente alla sostanza e quest’ultima diventa pertanto il tema fondamentale della scienza dell’ente in quanto ente.
Ma la relazione alla sostanza appartiene a tale scienza, nella misura in cui la sostanza è intesa nel modo qui sopra indicato, cioè come l’esser un ente determinato che esiste in modo tale da non aver bisogno di congiungersi a un altro ente. Ogni sostanza, e quindi anche le sostanze sensibili e divenienti rispondono a questa definizione di sostanza. E a questa definizione devono rispondere anche tutte le sostanze non sensibili e immutabili, la cui esistenza sia dimostrabile dalla scienza dell’ente in quanto ente.
Ma, proprio per questo, la sostanza sensibile e diveniente ha caratteristiche ulteriori rispetto a quelle che convengono a ogni sostanza — anche se Aristotele mette in luce la struttura che conviene a ogni sostanza, considerando la struttura delle sostanze sensibili e divenienti, ossia delle sostanze che appartengono all’esperienza.

Indice
Crediti
 Emanuele Severino
 L'episteme nella filosofia di Aristotele
  Aristotele ridotto
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