A me basta sapere che è morto
Paco lo accompagnava sulla strada e per un altro tratto ancora. – Tu eri un azzurro che mi andava, disse.
Una volta sulla strada Paco disse: – Vuoi sapere come è morto?
– No. A me basta sapere che è morto.
– Te lo garantisco.
– Tu gliel’hai fatto?
– No. Io ce l’ho solamente accompagnato. In un bosco che da qui non si vede. E appena fatto io me la sono subito filata. Chi lo fa lo ricopre, giusto?
– Giusto.
– Piantò due urlacci. Sai cosa urlò? Viva il Duce!
– Padronissimo, – disse Milton.
Non pioveva, ma sotto il vento obliquo le acacie sgrondavano di traverso, quasi con malizia, con acredine. Milton e Paco tremavano sonoramente. La grande rupe calcarea sfumava nel buio.
Paco comprese che Milton non si sarebbe più opposto e cominciò: – Tutto ieri mattina me la fece andare col porco duce.
L’avevo io in consegna. Verso le dieci Hombre mandò una moto a prelevare il parroco di Benevello perché questo caporale desiderava il prete. A proposito del parroco di Benevello, ieri mattina mi fece ridere e adesso voglio far ridere anche te. Come scende dal sidecar corre da Hombre e gli fa: «Ma è ora di finirla, sempre io a confessare i vostri condannati! Per piacere, la prossima volta usate il parroco di Roddino. A parte il fatto che è più giovane di me e abita meno lontano, un tantino di avvicendamento, di rotazione, per nostro signor Gesù Cristo!»
Milton non rise e Paco continuò: – Allora, il prete e il soldato si ritirano a metà della scala della cantina. Io e un altro di nome Giulio in cima alla scala, pronti a fregarlo se faceva una mossa falsa. Ma di quel che si dicevano non capivamo una parola. Dopo dieci minuti risalgono e sull’ultimo scalino il prete gli dice: «Io ti ho messo in regola con Dio, con gli uomini purtroppo non posso farci nulla», e svicola. Il caporale resta con me e con Giulio. Tremava, ma non tanto. «Che cosa aspettiamo ancora? Io sono pronto», dice. Ed io: «Non è ancora il tuo momento». «Vuoi dire che non me lo fate di oggi?» «Di oggi sí, ma non subito». Allora casca seduto in mezzo all’aia, su due palmi di fango e si prende la testa fra le mani. Io gli dico: «Se volessi scrivere una lettera, da consegnare al prete prima che riparta…» E lui: «E a chi scrivo? Tu non sai che io son figlio di una puttana e del più lesto. O vuoi che scriva al Presidente dei Trovatelli?» E Giulio: «Oh, ma in questa repubblica siete in tanti a esser figli di nessuno?». Subito dopo Giulio dice che deve andare per una commissione di cinque minuti e se ne va lasciandomi l’arma. «Quello va a cagare», dice il caporale senza seguirlo con gli occhi. «Tu ne avresti voglia?» domando io. «Magari, ma che pro mi fa?» «Fumati allora una sigaretta», gli dico io, e gli sporgo il pacchetto, ma rifiuta. «Non ho l’abitudine. Tu non ci crederai, ma non ho l’abitudine del fumo». «E fuma. Non sono fortissime, sono abbastanza buone». «No, non sono abituato a fumare. Se fumassi non finirei più di tossire. E io voglio gridare. Almeno questo». «Gridare? Adesso?» «Non adesso, ma quando sarà il mio momento». «Grida quanto ti pare», dico io. «Griderò Viva il Duce!» mi annunzia lui. «Ma grida quel che ti pare, – dico io, – tanto qui nessuno si scandalizza. Però ricordati che ti sprechi. Il tuo duce è un gran vigliacco». «Puah! – mi fa, – il Duce è un grande, grandissimo eroe. Voi, voi siete grandi vigliacchi. E anche noi, noi suoi soldati, siamo grandi vigliacchi. Se non fossimo grandi vigliacchi, se non avessimo tirato solo a campare, a quest’ora vi avremmo già sterminati tutti, avremmo piantato la nostra bandiera sull’ultima vostra collina. Ma il Duce, lui è un grandissimo eroe, e io morirò gridando Viva il Duce!» Ed io: «Ti ho già detto che puoi gridare quel che ti pare, ma ti ripeto che secondo me ti sprechi. Io sono sicuro che tu morirai molto meglio di come saprà fare lui quando sarà la sua ora. E sarà presto, se c’è una giustizia al mondo». E lui: «E io ti ripeto che il Duce è un grandissimo eroe, un eroe mai visto, e tutti noi italiani, voi e noi, siamo tutti degli schifosi che non ce lo meritavamo». Ed io: «Io non voglio discutere con te al punto che sei. Però il tuo duce è un grandissimo vigliacco, un vigliacco mai visto. Io gliel’ho letto in faccia. Senti qua. Tempo fa mi è venuto tra le mani un giornale di allora, dei tempi belli per voi, con una fotografia di lui che pigliava mezza pagina, e me la sono studiata per un’ora. Ebbene, io gliel’ho letto in faccia. E se insisto tanto è perché non voglio che tu ti sprechi a gridare Viva Lui in punto di morte. Io me lo vedo, chiaro come il sole. Quando toccherà a lui come ora tocca a te, lui non saprà morire da uomo. E nemmeno da donna. Morirà come un maiale, io me lo vedo. Perché è un vigliacco fenomenale». «Viva il Duce!» mi fa quello, ma piano, sempre tenendosi la testa fra i pugni. E io non perdo la pazienza e gli dico: «È un vigliacco enorme. Quello di voi che morirà più da schifoso morirà sempre come un dio in confronto a lui. Perché lui è un vigliacco colossale. È il più vigliacco italiano che sia esistito da quando esiste l’Italia, e per vigliaccheria non ne nascerà piú l’uguale anche se l’Italia durasse un milione di anni». E quello: «Viva il Duce!» mi rifà, sempre sottovoce. Poi arrivò Giulio e mi disse: «Vogliono che ci sbrighiamo». Ed io al caporale: «Alzati». «Ma sí, – fa lui, – togliamoci dal sole». E nota che pioveva grosso un dito.

Crediti
 Beppe Fenoglio
 Una questione privata
  Introduzione di Gabriele Pedullà
 SchieleArt •   • 

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