Nel labirinto affascinante e contraddittorio della mia giovinezza, la città di Napoli non fu mai un semplice fondale scenografico, ma una vera e propria maestra di filosofia pratica. Le lezioni apprese nelle aule dell’università, sotto la guida austera e solenne di Antonio Aliotta, si confrontavano quotidianamente con lo spettacolo crudo e pulsante della strada. Se la speculazione teoretica mi insegnava a cercare i principi universali dell’essere e del conoscere, i vicoli affollati, i mercati rionali e il vociare ininterrotto del popolo mi costringevano a fare i conti con la contingenza, con il bisogno e con l’incredibile capacità umana di resistere alla disperazione. Il positivismo, che in quegli anni cominciava a mostrare le sue crepe filosofiche, trovava qui la sua confutazione più evidente: la vita non era un meccanismo perfetto governato da leggi immutabili, ma un impasto imprevedibile di astuzia, dolore, comicità e tragedia. I libri mi fornivano gli strumenti per decifrare il mondo, ma era il teatro della città a fornirmi il testo vivo da interpretare. La miseria, che in altre latitudini avrebbe prodotto solo rassegnazione muta o violenza cieca, a Napoli si trasfigurava in una sorta di commedia dell’arte disperata, dove l’ingegno aguzzato dalla fame generava figure e mestieri al limite del surreale. In questa scuola a cielo aperto, imparai a guardare oltre le apparenze, scoprendo che la dignità umana può nascondersi anche dietro la truffa più ingenua o il mestiere più degradante.
A «istruirmi» sull’umanità fu anche l’antica astuzia partenopea, quella che viene detta «arte d’arrangiarsi», ovvero di sopravvivere a una miseria forse invincibile. C’erano per esempio i venditori d’oro falso, che si accostavano con sfacciata impudenza ai turisti appena sbarcati, o in procinto d’entrare da Zi’ Teresa, per vendere qualche «patacca», c’erano i vecchi di San Gennaro dei Poveri che, a pagamento, da Piazza Carlo III andavano nelle case a piangere i morti, e potevano spingersi per la bisogna (a tripla paga o almeno doppia: 150 lire) fino a Vietri e a Sorrento; a ogni angolo c’erano gli acquaioli, che t’offrivano boccali d’acqua ghiacciata, assieme ai venditori improvvisati di pasta, vermicelli fumanti e appena scodellati, con su uno spruzzo di pomodori e pepe; e c’erano le prostitute, giovani e vecchie, che vendevano se stesse col medesimo sguardo, ora sfrontato ora implorante. Nei libri, e nei piccoli fatti d’ogni giorno, trovavo una continua, reciproca conferma […]
Questa conferma reciproca tra la polvere dei testi antichi e il fango dei quartieri popolari mi impedì, forse per sempre, di chiudermi in quella torre d’avorio in cui spesso i filosofi amano rifugiarsi. Come potevo credere in sistemi metafisici astratti e onnicomprensivi, in un idealismo assoluto che pretendeva di sussumere ogni singola esistenza nello Spirito del mondo, quando ogni mattina avevo sotto gli occhi lo sforzo titanico del singolo individuo per conquistarsi un pezzo di pane? L’arte d’arrangiarsi non era semplicemente folklore, era una dichiarazione di sopravvivenza ontologica. Il venditore di patacche non vendeva solo ottone lucidato, ma vendeva un’illusione, un frammento di sogno a un turista credulone; e i piagnoni prezzolati di San Gennaro dei Poveri non facevano altro che ritualizzare il dolore, offrendo un servizio catartico a famiglie che forse non avevano più lacrime proprie da versare. Tutto, in quella città, era permeato da un vitalismo esasperato che si faceva beffe della logica formale. Questa esperienza diretta del reale contribuì a forgiare in me un profondo sospetto verso le grandi narrazioni che ignorano il limite e la fragilità della condizione umana. Quando più tardi, nel corso della mia maturazione intellettuale, abbracciai e contribuii a fondare l’esistenzialismo positivo in Italia, il ricordo di quelle strade non fu mai estraneo al mio pensiero. L’esistenza, con le sue possibilità sempre aperte al rischio del fallimento, l’ho vista incarnata in ogni acquaiolo che sperava in una giornata di afa per vendere la sua merce, in ogni prostituta che attendeva la sera aggrappata a un muro sbrecciato. La filosofia, per non ridursi a vuota accademia, deve mantenere un legame ombelicale con questo sostrato materiale e sofferente. E Napoli, con la sua bellezza abbagliante e la sua miseria invincibile, è stata la mia iniziazione permanente al mistero insondabile dell’uomo, una città-filosofia che non ti permette mai di dimenticare che, prima ancora di pensare, l’essere umano deve, ostinatamente e tragicamente, cercare di vivere.
Arte d’arrangiarsi: Capacità tipicamente napoletana di sopravvivere a condizioni di estrema indigenza attraverso l’ingegno, l’astuzia e la creazione di mestieri surreali. Abbagnano la eleva a dichiarazione di sopravvivenza ontologica.
Esistenzialismo positivo: Corrente filosofica fondata da Abbagnano che vede l’esistenza umana come una struttura di possibilità concrete. A differenza dell’esistenzialismo nichilista, enfatizza la capacità dell’uomo di costruire un ordine razionale pur nel limite.
Idealismo assoluto: Sistema filosofico che riduce la realtà a una manifestazione dello Spirito o del Pensiero. Abbagnano lo critica poiché incapace di rendere conto dello sforzo titanico e materiale del singolo individuo nella sua contingenza.
Patacca: Termine gergale che indica un oggetto di scarso valore spacciato per prezioso (oro falso). Nel testo rappresenta l’illusione necessaria e l’ingegno aguzzato dalla fame che caratterizzava il commercio di strada napoletano.
Sussumere: Termine logico-filosofico che significa ricondurre un concetto particolare sotto uno più generale. L’autore contesta la pretesa dei grandi sistemi di sussumere la sofferenza e l’esistenza individuale in principi astratti.
Ricordi di un filosofo
Capitolo II: Nella Napoli nobilissima (o La formazione napoletana).
Pubblicazione in Italia: Settembre 1990
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La scelta possibile ⋯
L'esistenza è un ricercare che non ha mai termine, un rischio che non è mai interamente superato. La filosofia deve mantenere un legame ombelicale con il sostrato materiale e sofferente per non ridursi a vuota accademia.
Nicola Abbagnano Esistenzialismo positivo
Filosofia contemporanea, Esistenzialismo
La formalizzazione moderna della razionalità ⋯
L'ideale della ragione che si era affacciato nel mondo moderno con Grozio e Cartesio ha trovato in Spinoza una delle sue prime determinazioni tipiche.
Nicola Abbagnano Dizionario di filosofia
Filosofia, Storia della filosofia, Saggistica
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La filosofia deve essere intesa come una guida per l'uomo che cerca di orientarsi nel mondo attraverso l'uso critico della ragione e del possibile
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La reificazione reciproca nel sesso ⋯
Una personalità non può esprimersi col proprio suicidio o con l'omicidio di quella degli altri. E il suicidio e l'omicidio sono i fini latenti di un sesso che si ribella alla propria misura. Sadismo e masochismo sono i limiti estremi di questa tendenza, che conosce tutti i gradi intermedi. È in nome del femminismo che oggi solitamente si protesta contro la riduzione del partner sessuale a cosa, a oggetto strumentale, non più valido di una bambola di gomma. Ma in realtà chiunque fa del partner una cosa, si degrada in cosa.
Nicola Abbagnano Sesso e morale
Filosofia morale, Esistenzialismo, Saggistica
Sentirsi parte del mondo ⋯
Per scoprire l'autentica oggettività del mondo l'uomo non deve pensare il mondo come una parte di sé, ma deve sentire se stesso come una parte del mondo.
Nicola Abbagnano L'uomo e il mondo
Esistenzialismo positivo, Filosofia contemporanea, Saggio filosofico
Nella Napoli di ieri di Nicola Abbagnano
In queste pagine autobiografiche, il filosofo rievoca gli anni della sua formazione, descrivendo Napoli non solo come luogo fisico ma come categoria dello spirito. Il testo approfondisce il rapporto tra la miseria dei quartieri popolari e la nascita di un pensiero che rifiuta l’idealismo astratto per concentrarsi sulla finitezza e sulle possibilità concrete dell’esistenza umana. È la testimonianza diretta di come la “città-filosofia” abbia influenzato la sua visione del mondo.
Esistenzialismo positivo di Nicola Abbagnano
Questo saggio rappresenta il manifesto teorico dell’autore, in cui propone una terza via tra l’ottimismo idealistico e il pessimismo radicale di Heidegger o Sartre. Abbagnano teorizza l’esistenza come un insieme di possibilità che, pur essendo limitate e rischiose, offrono all’uomo la base per una scelta responsabile. Le radici di questa “filosofia della possibilità” affondano proprio nell’osservazione dell’ingegno umano e della resistenza vitale appresa tra i vicoli di Napoli.
L’arte di arrangiarsi di Giuseppe Marotta
Sebbene sia un’opera letteraria, i racconti di Marotta offrono il perfetto contrappunto narrativo alle riflessioni di Abbagnano. Attraverso una galleria di personaggi surreali e mestieri inventati, il libro illustra quella “sopravvivenza ontologica” citata dal filosofo. La Napoli descritta da Marotta è la stessa che ha istruito Abbagnano sull’umanità: un teatro a cielo aperto dove il dolore si trasfigura in commedia e la dignità resiste attraverso l’astuzia e la creatività disperata.



















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