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Stabilisco, cosciente della loro ingenua inutilità, alcune regole di vita. È uno dei miei esercizi preferiti. Mi fa sentire meglio e credo in questo modo di mettere in ordine qualcosa anche dentro di me. Vecchi retaggi del collegio dei gesuiti, che non servono a niente e non portano a niente, ma che possiedono questo carattere di benefica litania nella quale mi rifugio quando sento cedere le fondamenta. Vediamo.
Meditare sul tempo, cercare di sapere se il passato e il futuro hanno valore e se veramente esistono, ci conduce in un labirinto familiare, ma non per questo meno indecifrabile.
Ogni giorno siamo un altro, ma ci dimentichiamo sempre che la stessa cosa accade ai nostri simili. In questo, forse, consiste ciò che gli uomini chiamano solitudine. O è così, o si tratta di una solenne imbecillità.
Quando mentiamo a una donna torniamo ad essere il bambino abbandonato che non ha appiglio nel suo abbandono. La donna, come le piante, come le tempeste nella selva, come il fragore delle acque, si nutre dei più oscuri disegni celesti. È meglio saperlo fin da subito. In caso contrario, ci aspettano sorprese desolanti.
Una coltellata nel corpo di qualcuno che sta dormendo. Le labbra esatte della ferita che non sanguina. La vertigine, il rantolo, la quiete finale. Così alcune certezze che ci assesta la vita, l’indecifrabile, l’astuta, l’erratica e indifferente vita.
Bisogna pagare certe cose, di altre rimaniamo sempre in debito. Questo crediamo. Nel «bisogna» si nasconde la trappola. Continuiamo a pagare e continuiamo a essere in debito e molte volte non lo sappiamo neppure.
Gli sparvieri che gridano sopra i precipizi e volteggiano cercando la loro preda sono l’unica immagine che trovo per evocare gli uomini che giudicano, legiferano e governano. Siano maledetti.
Una carovana non simbolizza né rappresenta nulla. Il nostro errore consiste nel pensare che vada da qualche parte o provenga da qualche altra. Il significato della carovana si cifra nella sua stessa deriva. Lo sanno gli animali che la compongono, lo ignorano i carovanieri. Sarà sempre così.
Mettere il dito sulla piaga. Opera di uomini, compito bastardo che nessun animale sarebbe in grado di portare a termine. Stupidità di profeti e di ciarlatani indovini. Pessima genìa e, ciononostante, tanto ascoltata e tanto richiesta.
Tutto ciò che dicamo sulla morte, tutto ciò che si vuole ricamare attorna al tema, non cessa di essere un esercizio sterile, completamente inutile. Non avrebbe più senso tacere per sempre e aspettare? Non lo si chieda agli uomini. In fondo devono rendere necessaria la parca, forse appartengono esclusivamente ai suoi domini.
Un corpo di donna sul quale scorre l’acqua dei torrenti; le sue brevi grida di sorpresa e di gioia, l’agitarsi delle sua membra tra le schiume che travolgono rossi frutti di caffé, polpa di canna, insetti che lottano per liberarsi dalla corrente: ecco qui la lezione di un gaudio che, sicuramente, non tornerà a ripetersi.
Nel Crac dei Cavalieri di Rodi, le cui rovine si innalzano sopra un dirupo vicino a Tripoli, c’è una tomba anonima che porta la seguente iscrizione: «Non era qui». Non c’è giorno in cui io non mediti su queste parole. Sono chiarissime e nello stesso tempo racchiudono tutto il mistero che ci è dato sopportare.
Dimentichiamo veramente parte di quanto ci è accaduto? Non sarà piuttosto che questa porzione del passato serva da seme, da anonimo incentivo perché si riparta nuovamente verso un destino che stupidamente avevamo abbandonato? Misera consolazione. Sì, dimentichiamo. Ed è giusto che sia così.

Crediti
 • Álvaro Mutis •
 • La Neve dell'Ammiraglio •
 • Pinterest •   •  •

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