Stehende frau gruenem hemdMio fratello dorme da piedi o finge di dormire. Su un lettino proprio accanto al mio c’è mia nonna col mio terzo fratello che ha sette anni. L’ultimo dorme nel letto dei miei genitori, che però non dormono. Sento le urla di mio padre, le frasi singhiozzate di mia madre, uno scalpiccio come di inseguimento, cose che cadono e si rompono. Dico preghiere che mia nonna mi ha insegnato da piccolo, l’Ave Maria per esempio. Recito mentalmente ma faccio in modo che la voce mi risuoni forte nella testa, più forte delle urla di mio padre.
Accorgimento inutile. Penso allora che, preghiere o no, la Madonna, se esiste da qualche parte e ha un qualche potere, farà di tutto per impedirgli di uccidere mia madre. Dico perciò a fior di labbro, in dialetto, l’unica lingua che conosco bene: «Madonna mia, fallo smettere». Lo dico decine di volte, con molta concentrazione, come se l’iterazione potesse risultare più persuasiva. La Madonna però non fa niente. Allora cerco di vincere il terrore, mi alzo piano piano dal letto, vado alla porta, la socchiudo. Non so cosa fare. Ho dodici anni ma ho paura di mio padre. Non è una paura fisica, o comunque la paura fisica è quella che percepisco di meno, che ricordo di meno. È una paura d’altro genere. Temo di trovarmi vuoto di fronte a lui, senza ragioni che giudichi degne di opporsi alle sue, pura cassa di risonanza degli insulti che sta gridando, delle bestemmie. Temo, di conseguenza, che mi costringa ad ammettere che ha il diritto sacrosanto di uccidere mia madre. Temo di acconsentire. Sicché la paura è insopportabile.
Intanto lo vedo. Vedo anche lei che piange e cerca di sfuggirgli per la cucina, vedo bottiglie e pentole e bicchieri che cascano sul pavimento. Soprattutto mi è chiaro cosa le urla. Le urla: «Vanesia!», parola misteriosa che mi resterà impressa nella memoria per sempre con quel suono intollerabile di ingiuria, vocabolo estraneo al dialetto d’ogni giorno, voce stridente fra quelle che lui stesso sta pronunciando, oscenità, insulti. Nessuno in casa sa cosa significhi, nemmeno mia madre, nemmeno io che ho appena terminato la seconda media. Lo sa solo lui, il significato. E urla: vanesia, e la colpisce a schiaffi, uno dietro l’altro, di palmo e di dorso, e le rovina la pelle olivastra, la bocca, la pettinatura, e le fa schizzare via i pettini eleganti.
Io non so che fare. Sommo le botte che non ho visto a quelle che sto vedendo, sommo quello che ho sentito dal letto a quello che sto sentendo – lo faccio anche adesso che ne scrivo, – e botte e parole ripetono all’infinito che lei non deve più uscire di casa, mai più mai più, per colpa sua stasera mio padre ha perso almeno trecentomila lire, l’ingegnere Isabella voleva comprare due quadri, la trattativa era in atto, e lei invece gli ha rutt’o cazz, che sfaccìmm’erano tutte quelle smorfie, che sfaccìmm significava chella coscia, tu non ti rendi conto Rusinè, la risatella, la risata, Rusinè tu non capisci, tu non sai che gente è quella, gente di merda, il poeta di questo cazzo, lo scultore di questo cazzo, l’ingegnere di questo cazzo, mo stanno ancora tutti sotto i portici della Galleria a ridere, e sai che dicono? dicono: scommettiamo che quella me la chiavo prima io, questo dicono, e già spargono la voce che il ferroviere i quadri li vende grazie alla muglièra, senza la moglie sta fresco, quello non sa manco pittà, e tu m’hai messo in questa situazione, vanesia, vanesia, vanesia. Con altre e altre parole, tutto dialetto, suoni di mani a schiaffo, molte fantasiose irriferibili ingiurie.
Ne ebbi così orrore che mi ritrassi. O forse non mi alzai nemmeno dal letto. Forse me lo impedì mia nonna, che era sveglia e guardava il soffitto e disse: ciunkllochemmommò, parola della malmagìa che significa férmati, immobilìzzati, resta a letto come se fossi paralizzato all’improvviso dalla paralisi infantile, è colpa ‘e màmmeta, non gli deve rispondere a quello, gliel’ho detto mille volte che non gli deve rispondere; ma lei non vuole capire, è tosta, madonna mia madonna mia, ciunkllochemmommò che non sono fatti tuoi, non sono fatti nostri, sono fatti di moglie e marito che domani si vorranno bene più di ieri e meno di dopodomani.
Un sussurro ma forse sufficiente a fermarmi. O forse mi fermò lo spossamento, come in mille altre occasioni: quell’assenza di energie che mi causava sempre la voce rabbiosa di mio padre, una sua orribile capacità di rendermi con una sola nota della gola corpo pesante e insieme vuoto, vuoto di ragioni mie e colmo di piombo fino alla bocca, una pesantezza che per quanto opponessi resistenza mi dava subito da piangere. E le lacrime mi abbattevano, nel senso che mi atterravano e mi avvilivano, mi umiliavano, cioè, per un tempo indefinito, forse per tutta la vita.
Fatto sta che mentre vedo gli schiaffi, mentre vedo Federì che la colpisce e mia madre che cerca di ripararsi, mentre vedo i pettini che volano sul pavimento – ma vedere non è una certezza: vediamo con tanti possibili occhi, non c’è parola o sillaba o gorgoglio o schiocco che non sia subito anche un’immagine o due o cento contemporaneamente -, mentre vedo tutto questo, non vedo il resto, sento solo che lui continua a urlare, ora minaccia che se uno di quegli stronzi di merda di cane si fa vivo per ronzarle ancora attorno lo butta giù dalle scale, ‘st’uommenemmèrd, non hanno ancora capito che tipo è lui, lui non è come Nicola di una storia che gli raccontava da bambino sua nonna Funzella per prepararlo alla vita, lui non è piécoro, becco, curnuto contento com’era Nicola della favola per colpa di quella zoccola della moglie Lillina, a lui nessuno canterà mai la sera, mentre torna a casa dal lavoro: ‘a Lillina ‘e don Nicò, fa’ l’ammore con Totò, ‘on Nicò, ‘on Nicò, tu sì piécher’e nuje no; lui piuttosto l’ammazza sua moglie, la strangola con queste mani, padreterno che ho fatto di male io per meritarmi questo, ma basta, ah basta, dammi quei pettini, quei pettini non li metterai mai più, mai mai mai, troppo vanesia Rusinè, troppo vanesia.
Vuota. Vuoto interiore di mia madre. Che non ha pensiero, nemmeno lei. È canna di camino. Quando parla soffia vento di vanità. O esala fumo, quello che si spande per casa. E poi l’odore. È un odore denso di oggetto resistente che si arroventa, libera sostanze volatili di colore scuro e brucia sul carbone del focolare. Lei singhiozza forte, mia nonna ha attaccato un rosario che implora vendetta, mio fratello piange dal fondo di un falso sonno, i pettini sfiammano – credo almeno, così li vedo – nella notte di giugno. Il loro odore mi dà la nausea, una sofferenza del naso e dello stomaco, un sentimento olfattivo di strazio. Lo custodirò con cura. Diventerà parte indissolubile del corpo di mia madre, come se nel fuoco Federì avesse bruciato non i pettini, ma le sue unghie o i suoi capelli o le ciglia nere e folte che le ombreggiavano gli occhi.

Crediti
 Domenico Starnone
 Via Gemito
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