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Agli inizi del tempo, quando i Titani furono sconfitti da Zeus, una delle loro figlie, Demetra, che poi incestuosamente sposò Zeus, passava tutto il suo tempo nel prendersi cura della terra, grazie anche allo splendore di Elios, dio del sole, che finalmente era riuscito a dissipare la nebbia fumogena che impregnava il territorio. Grazie a Demetra, i prati erano perennemente coperti di fiori e nei campi crescevano frutti, verdure e frumento tutto l’anno.

Piombare nel baratro

Nella dimora degli dei, sul monte Olimpo, solo Ade abitava lontano: la sua dimora era sottoterra, perché la sorte gli aveva assegnato la custodia dei morti. Comunque era l’unico degli dei che non aveva una compagna come gli altri sui fratelli, e un giorno chiese a Zeus, suo fratello, la mano di sua figlia Kore avuta con Demetra. Egli, non potendo opporsi a suo fratello maggiore, rispose diplomaticamente che non poteva né negare né concedere il suo consenso e lasciò la scelta a Demetra.

Ade viveva solo; nessuna donna aveva, infatti, mai voluto rinunciare allo splendore della luce, al calore del sole e alle bellezze della natura per diventare regina dell’oltretomba. Ogni tanto Ade saliva in superficie per spiare la vita sulla terra, ma la luce del sole gli faceva male agli occhi e inoltre, vedere tanta bellezza e tanto splendore, lo rendeva ancora più triste. Il suo scettro, la sua corona e le sue ricchezze minerarie non gli bastavano; abituato a vedersela con i deceduti, la sua aridità gli impediva di avere buoni rapporti con gli altri. Erano anni che aveva messo gli occhi sulla figlia di Zeus, che ancora era chiamata Kore, ma sapeva che se fosse andato a chiederla in sposa a Demetra, entrambe avrebbero rifiutato la sua proposta e, sentendosi autorizzato dal consenso sottinteso di Zeus, decise allora di rapire la fanciulla al momento opportuno.

E fu così che un giorno salì sul suo carro nero, lanciò i cavalli – di colore nero carbone – al galoppo con le redini fra i denti, frustandoli con una furia tale che mise in stato di agitazione tutta la terra, facendo eruttare non solo l’Etna e mise anche il suo cane in fuga in avanti per controllare che nessuno ostacolasse la missione al re degli inferi nella sua emersione. S’incamminò verso ovest, a sud di Enna, al lago di Pergusa, perché prima voleva detergersi dallo zolfo che era impregnato sulla sua pelle, anche perché sapeva, che ancora un poco, e l’avrebbe trovata. A un tratto, Cerbero dal suo triplice naso e dalle teste multidirezionali si fissò in un solo punto, facendo notare al suo padrone il buon profumo e la bellezza incontrastata, davanti alla sagoma di Kore, intenta a raccogliere dei fiori di papaveri insieme con altre giovani donne, figlie di Oceano. Tanta era l’attrazione di Ade che, dimenticandosi del suo compito perse il senno e si precipitò verso di lei per portarsela con sé nella sua dimora; ma puzzava e puzzava di brutto, tanto che la giovane donna, presa anche dalla paura, si mise a urlare e a piangere supplicando di essere lasciata andare. Persino alla sua madre arrivò sotto forma di presentimento le grida di sua figlia, lacerandone il cuore. Ade continuava a galoppare verso l’oltretomba, fino a quando, colpendo la terra con la sua frusta, questa si aprì, e il carro piombò nel baratro. Quando giunsero al fiume del lamento – lo Stige, che divide il regno dei vivi dal regno dei morti -, Kore dal suo straziante grido, impietosì lo stesso il fiume, che cercò di far cadere Ade afferrandolo per le gambe, ma egli scalciò con forza e si liberò e Kore, disperata, si tolse la cintura di fiori che aveva in grembo e la lanciò nel fiume, affinché le acque potessero portare alla madre il suo disperato messaggio.

Giunsero nel regno dei morti e, mentre Ade cercava di consolarla dicendole che sarebbe diventata regina, sulla terra era sceso il tramonto e quindi Demetra cominciò disperatamente a chiamare e a cercare la sua figliola in giro per il mondo, solo la dea Ecate seppe dire qualcosa raccontandole come avesse udito la fanciulla chiedere aiuto ma non era sicura se era minacciata da un dio o da un mortale. Intanto, per il dolore e la disperazione, lasciò appassire i fiori e smise di seminare sicché, il frumento ed i frutti, smisero di crescere. Dopo nove giorni e nove notti, d’inutili richieste tra le persone, trascorsi senza sonno e senza cibo alla ricerca della figlia scomparsa, Demetra si sedette stanca lungo la riva di un fiume, fino a che, scorse, accanto a lei, la cintura di fiori di sua figlia.

Con questo indizio chiese a Elios – che tutto vede e tutto ascolta, che illumina la terra e con la sua luce discopre ogni trama oscura, sia degli dei che degli umani – e non poteva non raccontargli la verità, rivelandogli lo svolgimento dei fatti avvenuti. Quanto seppe confermò i suoi cupi presentimenti e in preda alla disperazione assunse le spoglie di una misera vecchia per mischiarsi agli esseri umani senza essere riconosciuta. La sua angoscia le fece abbandonare l’Olimpo per vagare sulla terra e, per vendicarsi, impedì agli alberi di fruttificare, al grano di maturare, all’erba di crescere, causando così la carestia alla specie umana. Le persone non potevano più alimentarsi e le morti si susseguivano a un ritmo sempre maggiore.

A nulla valsero le suppliche dei mortali che sempre più erano decimati dalle carestie. Allora Zeus cedette alle implorazioni degli stessi dei cui vennero meno i doni sacrificali e, vedendo la fame sterminare intere popolazioni, mandò i suoi messaggeri ad ammansire l’indignata Demetra, la quale, irremovibile nel suo dolore, rispondeva che sarebbe tornata alle cure della terra solo se Kore fosse tornata. Zeus, nonostante la sua potenza, nulla poteva fare di fronte all’ostico Ade, per riavere la sua bellissima figliola, perché solo così, sua moglie avrebbe smesso di fare lo sciopero e sarebbe ritornata nei campi, per continuare a far sì che la madre terra continuasse a dare gli alimenti agli uomini in procinto di estinzione.

La situazione era grave: lo scontro degli dei non poteva che sfavorire la continuità della specie; ci voleva la diplomazia, un’entità che avocasse un tentativo di conciliazione e Zeus, scelse il meglio che c’era sulla piazza, mandando a chiamare Hermes, per assegnargli il compito di risolvere quest’increscioso evento, raccomandandosi affinché la figlia non toccasse cibo. Hermes scese dal crepaccio ancora aperto, oltrepassò i multipli sguardi cagneschi senza impaurirsi della triplice ringhiata da oltretomba di Cerbero – che faceva più paura del suono che emetteva la gola del vulcano – e si presentò davanti ad Ade per mediare un accordo con intelligenza; ma per quanto veloce, arrivò troppo tardi.

All’inizio, Ade non volle saperne nulla, la sua compagna lo faceva sentire onnipotente, il suo eros si scatenava come ai tempi dei Titani; i condannati aumentavano ogni notte di più e si sentiva non solo popolare ma anche bello e irresistibile; il suo vigore, metteva in forte attività l’Etna. La Sicilia intera era invasa dal suo fumo irritante e presto il mondo intero sarebbe diventato tutto suo; nonostante ciò, fece la concessione a Hermes prestandole udienza, anche per farsi vedere da Kore – che era tenuta nuda e segregata in una fresca grotta per non fare sciupare la sua bellissima pelle – che era capace di essere ragionevole.

Cosa vuoi messaggero divino?“, chiese Ade ad Hermes. Hermes rispose che purtroppo il suo volere non era importante, giacché il re degli inferi non scendeva a patti con nessuno e nessuno avrebbe potuto opporsi davanti alla sua grandiosa forza devastatrice. Gli fece notare però, che agendo in quel modo, avrebbe sì, goduto della sua sproporzionata voglia di piacere, ma che questo, non sarebbe durato più di mille anni, giacché, estinguendosi la razza umana, non avrebbe più avuto ragione di esistere e sarebbe rimasto solo con i vetusti condannati, i quali, prima o poi, avrebbero fatto una sommossa, rilevando un altro più condiscendente, per passare così, il resto dell’eternità, senza tanti sgravi di dolore.

Ade ci pensò un po’ e poi parlò con la sua compagna e, per dimostrarsi amorevole, le aveva fatto preparare un pranzo succulento e appetitoso. Kore era troppo infelice per mangiare, ma a forza d’insistere, cedette per la fame, davanti ai rossi e succosi chicchi di melograno – simbolo d’amore – che egli, furbamente, le aveva messo in mano e che lei mangiò, anche per l’intensa attività erotica cui era stata sottoposta, dalla straordinaria virilità di Ade, ma in tal modo incautamente, contravveniva ad una precisa condizione imposta da suo padre per il rilascio. Ade gliene porse una dozzina di chicchi e, quando arrivò Hermes, Kore purtroppo ne aveva già assaggiata la metà e il suo nome cambiò addirittura in Persefone.

La fanciulla poi scoppiò in lacrime quando venne a conoscenza della legge divina per cui, colui che mangia anche un solo boccone mentre si trova nel regno dei morti, non sarebbe più ritornato sulla terra, nel regno dei vivi. Persefone gridò allora tutta la sua rabbia e il suo odio verso Ade per l’inganno subìto, ed egli, che ne era innamorato e avrebbe tanto voluto essere amato a sua volta, impallidì, confessandole di averla rapita perché si sentiva troppo solo. Hermes non poteva che prendere atto della situazione che aveva creato Ade, e riferirlo a Zeus, il quale, mosso dalla compassione, decise che, poiché Kore, aveva mangiato sei chicchi di melograno, sarebbe vissuta nel regno dei morti con Ade per sei mesi l’anno e i rimanenti sei mesi, sarebbe vissuta sulla terra insieme a sua madre Demetra.

L’inganno di Ade aveva garantito il suo ritorno: non voleva perderla, erano passati millenni e da allora egli non aveva mai provato una così gran gioia di esistere; la sua esistenza cominciava ad avere un senso. Appena rilasciata la figlia – dal giardiniere di Ade, Ascalafo -, Demetra, la abbracciò felice e commossa, permettendo così alla terra di ritornare fertile e consentendo ai mortali di godere dei suoi frutti. Rassegnata al fatto, che sua figlia si fosse alimentata nell’oltretomba, tanto da dover accettare a malincuore che questa, per alcuni mesi dell’anno si ricongiungesse con l’astuto Ade, lasciò in questi periodi, che la terra, fosse triste e fredda, come addormentata, per poi farla risvegliare rifiorire e rinascere, quando Persefone faceva ritorno da lei.

Demetra accettò di ritornare placcata all’Olimpo e l’intera vicenda veniva ricordata ogni anno nelle grandiose celebrazioni di Eleusi che duravano nove giorni. Da allora i mortali instaurarono con la terra un rinnovato rapporto dal carattere religioso, riservando a un bene limitato, irriproducibile e delicato, tutte le possibili attenzioni, di modo che, ne proteggessero la fertilità, e nel timore che un giorno la terra potesse ritornare sterile e privare gli uomini dei suoi frutti o attendere invano il ritorno di Persefone.

Questa condizione di ansietà dei mortali, indusse il perfido Ade – che non si era mai rassegnato a restare lontano, anche se per pochi mesi, dalla bella compagna – a proporre ai mortali e all’insaputa di Demetra, un tacito accordo. In cambio della risalita sulla terra della sua compagna, egli a donare agli uomini un miracoloso prodotto, dalla consistenza oleosa, conservato e nascosto da milioni di anni nelle viscere della terra e segretamente utilizzato da egli stesso per alimentare la fiamma del suo laboratorio. I mortali rimasero stupiti e nello stesso tempo affascinati per questo dono così singolare. Dopo il fuoco non si era mai visto qualcosa di così utile e grazie alla sua versatilità nell’uso, la storia dei mortali cominciò a prendere altri sentieri per quanto riguarda la produzione dei beni alimentari, mungendo dalla profondità della terra sempre più quel liquido nero per affrancarsi dal bisogno, dalle fatiche e dalle eventuali carestie.

Tutto ciò̀ indusse gli uomini a volgere sempre meno attenzione alla terra e al suo ambiente, anzi in non poche occasioni non disdegnarono di esternare veri e propri atti dissacratori verso quella che un tempo fu la Madre-Terra. Furono messe da parte delle vecchie pratiche di riciclaggio organico a favore della nutrizione minerale; iniziò un lento e inarrestabile processo tendente a riscattare le piante coltivate dal dominio, dalla dipendenza, dal vincolo del terreno agrario, relegandolo sempre più a solo supporto fisico, a mero ancoraggio. Non era più necessario fertilizzare il terreno, bastava nutrire le piante, espropriando così il suolo agrario dal suo millenario ruolo di mediazione.

L’uomo, nella sua pretesa superiorità, smise definitivamente di venerare la natura: le celebrazioni di Eleusi decaddero; scacciò le divinità dai boschi, dai corsi d’acqua, dalle montagne; le ninfe dei fiumi furono ripudiate e derise per far posto ad un mondo privo d’incanto e meraviglia, un mondo tecnologico. Gli uomini si sentirono liberi di riformare, modellare e dominare la terra e con essa il resto dei viventi. Demetra non aveva mai subito una così grave affronto: umiliata, inquinata, salificata, stravolta, avvelenata. Per parecchie primavere aspettò invano il ritorno di Persefone, sperò in cuor suo che il malefico dono si esaurisse al più presto. Macché! Il perfido Ade avrebbe trovato qualche altra diavoleria da barattare, così da incantare gli uomini e soddisfare la loro insaziabile avidità ed egoismi.

Tuttavia, la dea tentò di inviare sulla terra, di tanto in tanto, alcuni segnali come espliciti messaggi della sua inquietudine e della profonda insofferenza dei mortali per lo scempio che la rendeva sempre più irriconoscibile. Le alluvioni divennero sempre più devastanti, le stagioni stravolte dalla sua ciclicità, le siccità si prolungarono, le tempeste di sabbia coprivano intere regioni; inutile, gli uomini non furono per niente intimoriti. Allora Demetra irata come non mai, decise di infliggere una punizione esemplare che gli uomini non avrebbero facilmente dimenticato, semplicemente lasciandogli alla loro sorte.

Il dono che Ade aveva fatto ai mortali, servì anche per espandere il suo potere, non più limitato nell’inframondo, ma anche nel mondo dei vivi in superficie, nel supramondo: non più solo nel mondo dei morti, ma anche nel mondo dei morti viventi. I mortali, perdendo la coercizione con la stessa natura, svincolandosi dalle leggi che governano tutti gli esseri viventi dall’inizio dei tempi, diventarono esseri innaturali, altamente dipendenti dal materiale, di cui il regno di oltretomba si era sempre servito, svenduti a chi fece di loro mero strumento di conquista. L’egemonia di Ade, dettata dalla furbizia, si propagò governando esseri diventati infami, spregiudicati, corrotti che non davano il giusto valore alla vita. Coperta la terra dal suo pesto materiale, presto il mondo sarebbe diventato tutto suo e i suoi complici avrebbero fatto, nel giro di pochi decenni, quello che egli stesso, non avrebbe potuto fare, estinguendo la diversità delle specie animali e vegetali. E così, il primogenito di Cronos, si rivalse, di Poseidone e Zeus, per aversi fatto rilegare, dalla pagliuzza più corta, il regno che non gli corrispondeva governare.

Crediti
 • Sergio Parilli •
 • Ade e Persefone •
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 • Anna Maria T. •

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