Afferrandole ci immaginiamo di possederle
Il nostro intelletto ha compiuto imprese prodigiose mentre la nostra dimora spirituale cadeva in rovina. Siamo assolutamente convinti che anche con i più moderni e potenti telescopi costruiti in America non si scoprirà al di là delle più lontane nebulose nessun empireo dove l’acqua e il fuoco si amalgamino; e sappiamo che il nostro sguardo errerà disperatamente attraverso il morto vuoto degli spazi infiniti. E quando la fisica matematica ci svela il mondo dell’infinitamente piccolo – insiemi di elettroni per sempre, nell’eternità – non siamo per nulla avanzati.
Alla fine dissotterriamo la saggezza di ogni tempo e di tutti i popoli e scopriamo che ciò che ci sta più a cuore e che ci è più prezioso è già stato detto nel modo più accattivante e più bello possibile. Come bambini avidi, tendiamo le mani verso queste ricchezze e afferrandole ci immaginiamo anche di possederle. Ma ciò che noi prendiamo non ha più valore e le nostre mani si affaticano a cogliere. Perché fino a dove può giungere il nostro sguardo troveremo sempre delle ricchezze. Tutte queste acquisizioni si trasformano in acqua e più di un apprendista stregone ha finito per nuocere a sé stesso in queste acque chiamate e mobilitate da lui stesso a meno che prima non abbia ceduto alla follia salvatrice di optare tra questa buona saggezza o quell’altra cattiva. È tra questi adepti che incontriamo i malati di angoscia che immaginano di avere l’incarico di una missione profetica. In effetti l’artificiale distinzione fra vera e falsa saggezza fa nascere nell’anima una scissione e una solitudine, malattia analoga a quella dell’alcoolizzato che spera sempre di trovare dei compagni di vizio. Quando la nostra eredità naturale si è levata in volo, allora, per dirla con Eraclito, tutto lo spirito è stato invaso dalla sua luminosa altezza. Insomma un’altra descensus spiritus sancti: ogni simbolo è anche profetico. Ma quando lo spirito si appesantisce, diviene acqua e il battesimo del fuoco è sostituito dal battesimo dell’acqua.
La formula magica del prete nella notte del sabbathus sanctus riproduce questo procedimento: Descendat in hanc plenitudinern fontis virtus spiritus sancti. Ed è accaduto l’inevitabile: l’anima è diventata acqua, come dice Eraclito, e l’intelletto nel suo lucifermo orgoglio si è impadronito del seggio dove fino a allora aveva dominato lo spirito. Lo spirito può arrogarsi la patris potestas sull’anima, cosa che non può fare l’intelletto nato dalla terra che è una spada e un martello per l’uomo e non un creatore del mondo spirituale, un padre dell’anima.

Crediti
 • Carl Gustav Jung •
 • L'âme et la vie •
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