Ai postsocratici
Nulla si addice meno all’intellettuale che vorrebbe esercitare ciò che un tempo si chiamava filosofia, che dar prova, nella discussione, e perfino – oserei dire – nell’argomentazione, della volontà di aver ragione. La volontà di aver ragione, fin nella sua forma logica più sottile, è espressione di quello spirito di autoconservazione che la filosofia ha appunto il compito di dissolvere. Qualcosa di questa ingenuità traspare dovunque la filosofia fa proprio, sia pure impercettibilmente, il gesto della persuasione. Questo gesto presuppone una universitas litterarum, un’intesa a priori degli spiriti, in grado di comunicare l’uno con l’altro, e cioè in una parola, l’intero conformismo. Quando i filosofi, a cui si sa che il silenzio riuscì sempre difficile, si lasciano trascinare in una discussione, dovrebbero parlare in modo da farsi dare sempre torto, ma – nello stesso tempo – da convincere l’avversario della sua non-verità. Occorrerebbe avere conoscenze che non siano di per sé assolutamente esatte, salde e inoppugnabili – le conoscenze di questo tipo si risolvono inevitabilmente in tautologie -, ma tali che, di fronte ad esse, la questione dell’esattezza si giudichi da sé. Con questo non si tende all’irrazionalismo, alla proclamazione di tesi arbitrarie, giustificate dalla fede in una rivelazione intuitiva, ma alla liquidazione della differenza fra tesi e argomento. Pensare dialetticamente significa, da questo punto di vista, che l’argomento deve acquistare la drasticità della tesi e la tesi contenere in sé la pienezza delle sue ragioni. Tutti i concetti-ponte, tutte le connessioni e le operazioni logiche sussidiarie, che non appartengono alla cosa, tutte le deduzioni secondarie e non nutrite dall’esperienza dell’oggetto, vanno lasciate cadere. In un testo filosofico tutte le proposizioni devono essere ugualmente vicine al centro. Senza che Hegel lo abbia mai detto esplicitamente, tutto il suo procedimento testimonia di questa intenzione. Come non ammette un primum, così non ammette, a rigore, nulla di secondo o di derivato, e, in quanto trasferisce il concetto di mediazione, dalle connessioni logiche formali, nel cuore stesso degli oggetti, tende ad eliminare la differenza tra questi ultimi e un pensiero che li media dall’esterno. I limiti di questo tentativo, nella filosofia hegeliana, sono nello stesso tempo i limiti della sua verità, e cioè i residui della prima philosophia, dell’ipostasi del soggetto come di un – nonostante tutto – primum. Uno dei compiti della logica dialettica è quello di liquidare, con le ultime tracce del sistema deduttivo, l’ultimo gesto avvocatesco del pensiero.

Crediti
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