Egon Schiele ⋯ Two women in embrace
Quel desiderio di raggiungere il vecchio continente che da tempo covava sotto la cenere nel cuore di Margaret tornò ad accendersi. Poi fu la volta del secondo sconosciuto: A. R. Orage, che raccontò di un antico insegnamento esoterico mirante allo sviluppo di sé e al risveglio della coscienza, e del potente maestro che lo aveva rivelato. E infine apparve il terzo sconosciuto, il maestro in persona: Georges Ivanovië Gurdjieff.
Margaret non aveva mai sentito parlare di Gurdjieff né delle sue idee prima degli anni Venti, quando aveva letto il Tertium Organum di Pëtr Dem’janovië Uspenskij, un libro secondo lei scritto da una «grande mente». Uspenskij era un allievo russo di Gurdjieff che all’epoca viveva in Inghilterra. La prima volta che Margaret sentì pronunciare il nome di Gurdjieff dalle labbra di un personaggio di fama fu nel gennaio 1923, quando il cinquantunenne Richard Alfred Orage fu inviato a New York da Gurdjieff in persona. Orage, noto critico inglese che era stato direttore dell’autorevole «New Age», periodico letterario e politico di Londra, aveva abbandonato la sua professione per seguirlo.
Orage si era recato a New York per fare proseliti per il suo istruttore spirituale e teneva delle conferenze in alcune librerie — come la Sunwise Turn — nelle quali parlava dell’antico insegnamento della Quarta Via e dell’Istituto per lo Sviluppo Armonico dell’Uomo fondato da Gurdjieff e con le quali sperava di diffondere la dottrina. Sia Margaret che Jane assistettero alle conferenze di Orage, come anche molti rappresentanti dell’élite intellettuale della città, tra cui i romanzieri Jean Toomer e Zona Gale, critici come Gorham Munson, John O’Hara Cosgrave e Schuyler Jackson, e Muriel Draper che scriveva sul «New Yorker».
Di Orage, Margaret disse: «Era alto e affabile, ma anche sveglio e sicuro di sé: l’uomo più persuasivo che abbia mai conosciuto. Si accomodò e cominciò a spiegare, semplicemente, lo scopo per cui era venuto». Dopo la conferenza, le due donne accompagnarono Orage al ristorante Childs, dove lo subissarono di domande. «A mezzanotte», disse Margaret, «avevamo già capito che questa dottrina non avrebbe soddisfatto le nostre speranze, le avrebbe superate.»
Verso la fine di gennaio, lo stesso Gurdjieff arrivò dalla Francia con una troupe di suoi allievi. La prima dimostrazione si tenne alla Lesley Hall sulla 83ma Strada appena a ovest di Broadway. Il programma consisteva soprattutto nell’introduzione di Orage, seguita da alcune danze singole e di gruppo dell’Asia Centrale, che Thomas de Hartmann, famoso compositore russo, accompagnava al piano. Poi si proseguì con alcune serie di esercizi obbligatori e dimostrazioni di trucchi magici di vario genere.
In Gurdjieff, Margaret scorse: Un messaggero tra due mondi, un uomo dalla pelle scura e dal volto orientale, la cui vita sembrava concentrarsi tutta intera nello sguardo. La sua presenza era impossibile da descrivere perché non ho mai incontrato nessuno con il quale confrontarla. In altre parole, come si riconoscerebbe subito in Einstein un «grande uomo», noi vedemmo in Gurdjieff un tipo d’uomo sconosciuto: era un veggente, un profeta, un messia? . . . Quello che i filosofi hanno tramandato come «sapienza», che gli studiosi hanno scritto in libri e trattati o che i mistici hanno insegnato tramite le rivelazioni dell’estasi, Gurdjieff lo insegnava come una scienza — una scienza esatta dell’uomo e del suo comportamento — una scienza suprema di Dio, del mondo, e dell’uomo — basata su fonti alle quali gli scienziati e gli psicologi contemporanei non avrebbero mai potuto spingersi né pervenire, alle quali non avrebbero potuto accedere né tantomeno avrebbero potuto comprendere.
Disse poi che anche Jean Toomer, che aveva studiato il metodo di rieducazione fisica noto come Tecnica Alexander, era stato conquistato da Gurdjieff. La prima volta che lo aveva visto aveva affermato: «Vidi quell’uomo in movimento, ed era un’entità integra in movimento. Assolutamente un intero. Dalla sommità della testa alla nuca, giù per il collo fino alla schiena e alle gambe, si profilava una linea che balzava agli occhi. Potrei forse definirla una linea compatta. Suggeriva coordinazione, integrazione, compattezza, potenza. .. Ero affascinato dal suo modo di camminare. Anche se i piedi poggiavano per terra, non sopportavano alcun peso; il suo era uno scivolare, con passo ampio, un incedere leggerissimo».

Crediti
 • William Patrick Patterson •
 • Le donne della cordata •
 • SchieleArt • Imagno Two women in embrace • 1911 •

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