Apollo e Dafne di Gian Lorenzo Bernini
Si tratta di una delle sculture giovanili del Bernini, eseguite per il cardinale Scipione Borghese. L’artista ha qui tentato di rendere il movimento in scultura, operazione assai difficile considerata la natura stessa del mezzo utilizzato. Tuttavia egli ha lavorato e lisciato a tal punto il marmo, da renderlo una membrana sottile, del tutto simile alla pelle, in grado di mostrare anche quelle piccole pieghe che si formano ai fianchi quando si gira il busto. Quindi, non solo è riuscito quasi a trasmettere la vita al marmo, ma soprattutto è stato capace di comunicare la sensazione del movimento: Apollo è colto nel suo ultimo slancio verso l’amata ninfa, dopo averla a lungo inseguita, con la gamba sinistra sollevata, il mantello gonfiato dal vento alle sue spalle, ed i capelli mossi all’indietro, egli in realtà già affonda la mano sinistra nella carne della fanciulla, toccandole un fianco, tuttavia, la parte superiore del corpo, ed in particolare la spalla destra, non sembra naturalmente protesa in avanti, come il resto del corpo, ma piuttosto quasi volta in direzione opposta, come contratta per la sorpresa, mentre il suo volto non lascia trasparire emozioni forti, sembra piuttosto concentrato e pensieroso riguardo alla vicenda che si trova a vivere. Dafne è raffigurata invece nel momento in cui il suo corpo gira su stesso per sfuggire alla presa del dio, e proseguire la sua fuga: questo movimento viene perfettamente reso nella parte superiore della figura, nel busto, e soprattutto nel modo in cui i capelli ruotano al vento, tuttavia, è come se la parte inferiore del suo corpo non rispondesse più alla sua volontà, le sue gambe rimangono, infatti, fisse nel terreno, il piede sinistro ha perso quasi del tutto l’aspetto umano, ed è divenuto radice, e altrettanto sta accadendo al destro, che la ninfa cerca ancora di sollevare, inoltre la corteggia sta già avvolgendola, fondendosi in parte con la sua carne. Nello stesso tempo le punte delle sue dita sono divenute foglie d’alloro, così come le estremità di quei capelli che ruotano nel vento, ma Dafne non rivolge ancora lo sguardo in avanti, e quindi non può vederle, la sua testa sta, infatti, ancora compiendo quel movimento rotatorio, dettato dalla volontà di sfuggire al dio, che ha visto arrivare dietro di lei. Tuttavia, sul suo volto, caratterizzato dalla bocca semiaperta, sembra di cogliere non solo l’espressione di terrore per essere stata raggiunta da Apollo, ma anche, in un certo senso, il sollievo, come se Dafne presagisse la sua definitiva metamorfosi, come se già sapesse che il desiderio espresso al padre Peneo sta per essere esaudito. La scultura, tutta costruita secondo avvicinamenti e distacchi, si consideri, ad esempio, che mentre da un lato il braccio sinistro di Apollo è proteso in avanti ad afferrare il fianco della ninfa, a sua volta spinto all’indietro, dall’altro il braccio destro del dio è aperto in direzione opposta, e al contrario il braccio destro di Dafne è sollevato in avanti, si caratterizza, quindi, per il perfetto equilibrio delle sue parti, e per la sua capacità di rendere quasi reale il movimento dei due protagonisti: l’artista cimentandosi qui con un soggetto complesso e solitamente caro ai pittori, è riuscito a realizzare un’opera eccellente, perfetta traduzione visiva del racconto ovidiano. La presenza di questo gruppo scultoreo, raffigurante appunto un mito pagano, in casa di un cardinale, venne allora giustificata per mezzo di un distico moraleggiante, composto in latino dal cardinale Maffeo Barberini, ed inciso nel cartiglio alla base della statua dal Bernini stesso, il distico recita:

Quisquis amans sequitur fugitivae gaudia formae
fronde manus implet baccas seu carpit amaras

Chi amando segue le fuggenti forme dei divertimenti,
alla fine si riempie la mano di fronde e coglie bacche amare


Crediti
 • Elisa Saviani •
 • Pinterest •  Apollo e Dafne di Gian Lorenzo Bernini • 1622 - Galleria Borghese •

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