Se contro ogni previsione riusciremo in effetti a limitare il riscaldamento globale a 2 gradi:
• Il livello dei mari salirà di mezzo metro, sommergendo le coste di tutto il globo. Dacca (18 milioni di abitanti), Karachi (15 milioni), New York (8,5 milioni) e decine di altre metropoli diventeranno di fatto inabitabili. Si calcola che 143 milioni di persone siano destinate a diventare migranti climatici.
• Si stima che i conflitti armati aumenteranno del 40 percento a causa dei cambiamenti climatici.
• I ghiacci che ricoprono la Groenlandia saranno soggetti a uno scioglimento irreversibile.
• Dal 20 al 40 percento della foresta amazzonica verrà distrutto.
• L’ondata di caldo che si verificò in Europa nel 2003 – che costò la vita a più di settantamila persone, comportò tredici miliardi di euro di perdite nei raccolti e portò i fiumi Po, Reno e Loira ai minimi storici – diventerà la norma.
• La mortalità umana subirà un drammatico incremento dovuto a ondate di caldo, inondazioni e siccità. Asma e altre malattie respiratorie si diffonderanno a dismisura. Le persone a rischio di malaria aumenteranno di centinaia di milioni.
• Quattrocento milioni di persone dovranno affrontare carenze idriche.
• Il riscaldamento degli oceani danneggerà in modo irreparabile il 99 percento delle barriere coralline, alterando gli ecosistemi di nove milioni di specie.
• Metà di tutte le specie animali rischieranno l’estinzione.
• Il 60 percento di tutte le specie vegetali complessive rischierà l’estinzione.
• La resa del grano diminuirà del 12 percento, quella del riso del 6,4 percento, quella del mais del 17,8 percento, quella della soia del 6,2 percento.
• Si stima che il PIL pro capite diminuirà a livello globale del 13 percento.
Si tratta di statistiche sconvolgenti il cui impatto emotivo probabilmente non sopravvivrà fino al termine di questa frase. Vale a dire, la maggior parte dei lettori di questo libro prenderà atto del futuro terrificante che descrivono, però pochi ci crederanno. Mentre condivido questi numeri, spero che voi ci crediate. Ma io non ci credo.
Rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e vivere nel mondo che ho descritto rappresenta lo scenario migliore. I pochi esperti convinti che abbiamo qualche probabilità realistica di raggiungere quei traguardi o s’illudono oppure, più probabilmente, cercano di sfruttare l’ottimismo come arma per rendere l’impresa meno disperata. In realtà, anche se arrivassimo a spegnere tutte le luci e a mettere al bando tutte le automobili, senza il cambiamento di cui quelli come Gore sono ben consapevoli ma omettono di parlare, non abbiamo nessuna possibilità.
Quand’ero bambino, mio padre mi spiegò che il modo migliore per liberarsi di un’ape non era scappare, schiacciarla e neppure rimanere immobile, ma era chiudere gli occhi e contare fino a dieci.
«Funziona tutte le volte» diceva. «E se non funziona, conta fino a venti.» Funzionava, ma non sempre un consiglio che funziona è un buon consiglio.
Nella mia famiglia, quand’ero ragazzo, c’era un certo numero di argomenti di cui non si parlava, tra cui spiccavano le traumatiche conseguenze dell’Olocausto. Chi poteva biasimarci se chiudevamo gli occhi fino a che quella minaccia non fosse completamente scomparsa? Adesso che ho la mia famiglia, ho i miei argomenti tabù. Non mi sento in colpa perché voglio proteggere i miei figli (e me stesso) dal dolore. Questi atti di cecità intenzionale sono atti d’amore. Ma sarò costretto a sentirmi in colpa se chiudendo gli occhi permetterò a un dolore maggiore di crescere, esattamente come dovrò sentirmi in colpa se un giorno mi verrà diagnosticata una malattia che sarebbe stata curabile se fossi stato da un medico prima di avere sintomi conclamati. Pur considerandomi attento alla mia salute, non mi sottopongo a una visita medica da anni. Come voi, quando penso a me, vedo molte cose diverse, come se bastasse pensarle perché ci siano. Nel frattempo, mentre penso – mentre voi pensate, mentre noi pensiamo – le nostre azioni e inazioni creano e distruggono il mondo.
Immaginate questa scena: più di centocinquantamila soldati prendono d’assalto le spiagge della Normandia. È il più ambizioso sbarco anfibio mai organizzato. Anche nell’immediato se ne riconosce l’enorme portata storica. L’operazione è in corso adesso, 6 giugno 1944, perché la luna piena è necessaria tanto per la marea quanto per la visibilità. Pianificare lo sbarco ha comportato per gli Alleati la produzione di più di diciassette milioni di mappe; la formazione di quattromila nuovi cuochi per dare da mangiare a tutti gli uomini coinvolti; la riproduzione delle difese costruite dai nazisti lungo le spiagge per l’addestramento; la fabbricazione di centinaia di manichini – talvolta dotati di stivali ed elmetti, talvolta muniti di registrazioni di sparatorie ed esplosioni – da lanciare in vari punti per sviare l’attenzione dei tedeschi. I soldati che raggiungono la spiaggia arrivano da una quindicina di paesi. In teoria non dovrebbero avere meno di diciott’anni e più di quarantuno, ma ci sono uomini più giovani e più vecchi che si sono arruolati falsificando i documenti. I mezzi anfibi avanzano, sbarcando duecento uomini per volta nella tempesta della guerra.
Un padre di famiglia preme il grilletto del fucile, sente la detonazione dello sparo. Non si rende conto che ha appena sparato a salve.
Un soldato ebreo di Pittsburgh spara dieci colpi a salve al secondo da una mitragliatrice M1919.
La mano di un maestro di pianoforte trema con troppa violenza per sparare il primo colpo da una pistola interamente caricata a salve.
Un esterno molto amato dai suoi tifosi lancia una granata non più letale di una palla da baseball.
Il figlio di qualcuno imbraccia un fucile con in cima una baionetta che termina in un moncone smussato.
Nel caos del campo di battaglia, ogni soldato vive un’esperienza totalizzante e ha la sensazione di combattere, e così nessuno si accorge che si tratta solo della sensazione di combattere – che come soldato la sua efficacia è pari a quella dei manichini paracadutati dal cielo.
Chiudi gli occhi e conta fino a dieci.
Un consiglio che in apparenza funziona non sempre funziona.
L’ultima volta che ho chiuso gli occhi per liberarmi di un’ape, l’ape mi ha punto sulla palpebra.
Mi si è gonfiato l’occhio, non riuscivo più ad aprirlo. Come se il padre di quell’ape le avesse spiegato che il modo migliore per liberarsi di un essere umano è posarsi sui suoi occhi chiusi.
Possiamo salvare il mondo prima di cena
traduzione di Irene Abigail Piccinini
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