Architetture ideali

Il mio progetto fotografico deriva da una ricerca di reinterpretazione e rielaborazione di alcuni elementi dell’arte rinascimentale come lo spazio ambientale fatto di spessore atmosferico e prodotto dalla variazione delle fonti luminose, unitamente ad una concezione della realtà attraverso il pensiero visionario.
Nelle immagini fotografiche i monumenti vengono decontestualizzati, inseriti in luoghi desertici e sconfinati, privi del disturbo urbanistico attuale.
L’unione del monumento con il territorio costituisce così una sorta di luogo ideale, si tratta di una visione e rappresentazione surreali, metafisiche di luoghi reinventati, immersi in atmosfere oniriche ed enigmatiche.
I monumenti, inseriti in luoghi solo apparentemente negativi, esposti al nulla e all’isolamento, al contrario vengono riportati in luce e salvati in uno spazio atemporale, valorizzando così l’espressione straordinaria dell’uomo. La memoria e la storia ridonano in questo modo un’identità superlativa, altrimenti confusa dall’ambiente reale della nostra frenetica vita quotidiana.
Il pensiero che vi si coglie fa dunque rivivere le epoche di un tempo passato, dove non esisteva ancora l’urbanizzazione moderna e si poteva camminare liberi e vagare in un territorio esteso in cui intravedere lo skyline senza ostacoli per lo sguardo. E in questo andar vagando l’individuo ritrova se stesso e rigenera il proprio spirito.
Di fronte ai templi dell’antica Grecia si prova un senso di armonia e di perfezione, grazie al rapporto che l’architetto ha saputo creare fra le diverse parti, in una ricerca di proporzionato equilibrio fra elementi verticali e orizzontali, fra pieno e vuoto. E proprio l’equipollenza tra spazi pieni e spazi vuoti crea quell’unità strutturale, inscindibile, in cui il vuoto assume lo stesso valore del pieno, divenendo anch’esso elemento architettonico importante, attraverso il quale è possibile scorgere e valorizzare l’ambiente naturale circostante. Tutto questo è classicamente ripreso nell’architettura rinascimentale, riprodotta da molti pittori nelle loro opere – un esempio significativo di tutto ciò si può trovare nel dipinto di Raffaello Lo sposalizio della Vergine.
Una classicità di tono particolare è quella di Andrea Palladio, che partecipa pienamente dell’ambiente che la circonda, raggiungendo effetti pittoreschi. Gli edifici palladiani raggiungono una bellezza assoluta, vivendo nella luce atmosferica. Il paesaggio entra otticamente a far parte dello spazio architettonico con bellissime viste, nelle quali alcune sono terminate, altre più lontane, ed altre che terminano con l’orizzonte (parole prese dal suo Trattato, 1570). Proprio per questo il Palladio è un artista da me spesso evocato.
Lo spazio vuoto diventa anche nella fotografia condizione indispensabile per creare l’armonia, come in un brano musicale la pausa, l’alternarsi di suono e silenzio contribuiscono a crearne il ritmo. Nella produzione delle immagini fotografiche alcuni elementi architettonici dei monumenti vengono selezionati, eliminando finestre, muri e tetti, cosicché si possano contemplare l’orizzonte ed il cielo. Con tale scopo il soggetto monumentale modificato assume una forma, una funzione ed un’estetica diverse da quelle originali, divenendo una sorta di reliquia archeologica, non disgregata dal tempo, ma da una scomposizione appositamente studiata, intatta nei suoi elementi principali portanti, in grado di creare una nuova identità del soggetto.
Il classico è visto come archetipo universale e, prendendo come modello le regole e la filosofia degli antichi architetti greci, le immagini fotografiche assumono anche un valore metaforico. La vista della natura, dello spazio e dello skyline attraverso il monumento fa sì che possiamo sentirci completamente accolti e rappresentati in esso. Queste architetture ideali fungono quindi anche da portali nei quali lo spazio ed il tempo interagiscono e si fondono per poi annullarsi in un mare infinito. Nella pura contemplazione delle opere innalzate dall’uomo-artefice, sognando ad occhi aperti, l’inizio della fine potrà diventare l’inizio di una nuova era.
Il monumento si staglia alla vista e alla mente di ogni fruitore accompagnato da un alone di mistero. Esso assume veramente il valore primigenio di ricordo, che fa coincidere la Memoria con l’Identità e, nella sua purezza essenziale, vuole rimanere eterno nella memoria di ognuno, superando l’hic et nunc.
Sono passati esattamente centouno anni da quando Marcel Duchamp decise, nel 1917, di firmare un orinatoio e collocarlo in un contesto artistico (fu pubblicato in una rivista ma non esposto in galleria), caricandolo di nuovi inaspettati significati.
Sicuramente un gesto provocatorio che aprì una strada completamente nuova all’arte moderna, le cui conseguenze sono ancora oggi in atto.
Come si sa l’idea di ready-made nasce proprio da quel gesto e anche un certo tipo di Fotografia, la Polaroid per esempio, è stata spesso assimilata alle operazioni di prelievo e decontestualizzazione che sono rese possibili da questo mezzo.
Il lavoro che Fabio Bolinelli porta avanti negli ultimi anni può, a mio avviso, essere considerato anch’esso appartenente a questa grande famiglia, che ha in Duchamp il padre fondatore.
Chi vive da tanto o da sempre in una città finisce col conoscerla come le sue tasche, la gira in lungo e in largo, in un certo senso la consuma visivamente e quindi fa fatica a stupirsi per una bella foto, perché ormai la città è stata vista in tutte le salse e da ogni possibile punto di vista.
Ma Bolinelli la re-inventa con una formula fotografica tutta sua e, improvvisamente, la città viene ri-scoperta o addirittura scoperta per la prima volta, perché magari non ci si era accorti di un certo scorcio o di una certa architettura.
L’autore realizza immagini fotografiche perfettamente dettagliate e realistiche, ma scontornate e trasportate in una dimensione altra, irreale e affascinante, perché frutto di una rielaborazione digitale di elegante qualità: un’opera di decontestualizzazione e spiazzamento, pratica tanto cara ai surrealisti, ma ripresa poi anche negli anni Sessanta da alcuni Pop-artisti.
Il lavoro si apprezza non tanto per i funambolismi di post-produzione (che comunque non sono cosa da tutti), quanto per la possibilità che ci viene data di gustare appieno degli oggetti architettonici liberati dal loro contesto urbano spesso soffocante o stridente, il tutto reinterpretato con raffinate cromìe.
Ecco che allora il Duomo di Milano o la Rotonda del Palladio ci appaiono ancor più affascinanti di quello che sono, perché vivono magicamente solitari in mezzo a ghiaie, terreni aridi o invasi dall’acqua. Portali, archi, tempietti e monumenti equestri trovano nuovo respiro e nuova vita grazie alla fantasia dell’artista.
Rivestiti da un’aura di mistero i pezzi architettonici si stagliano con smagliante nitidezza su cieli affascinanti, con ardite prospettive. Davanti al suo obiettivo si trasformano in qualcosa di sorprendentemente nuovo, collocati in grandi spazi aperti, con orizzonti a perdita d’occhio.
I monumenti perdono magicamente pesantezza: le finestre e gli archi vengono forati e lasciano intravedere cieli, nuvole e paesaggi, ci lasciano penetrare lo spazio in maniera mai sperimentata prima ed è come se la nostra vista acquistasse maggiore profondità mirando all’orizzonte.
In ultima analisi, poi, superata la piacevole esperienza di aver apprezzato con nuova gioia le bellezze del nostro Paese, il lavoro di Fabio Bolinelli ci porta a una riflessione: sino a che punto il vedere, il fotografare, può essere considerato un atto passivo, quasi automatico, viziato dalla quotidianità, e quanto invece possiamo noi modificare questo atto?
Quanto questo suo modo di proporci la realtà architettonica può essere un invito a superare il reale/banale per avventurarci invece in una diversa dimensione a noi sconosciuta e quindi affascinante?
L’immagine emblematica che chiude, almeno temporaneamente, questo ciclo di lavori è senz’altro Piazza Gae Aulenti, dove ci pare di percepire il crepitio di un fulmine che sembra squarciare in due metà l’edificio Unicredit, come se le due emergenze architettoniche avessero generato un forte campo elettromagnetico: la potenza di una nuova visione.


Crediti
 Guido Cecere
 L'idea di Marcel Duchamp funziona ancora
 Pinterest • Fabio Bolinelli Portale della Villa Pojana, Vicenza - Fontana dell'Olimpo, Treviso - basilica Palladiana, vicenza - Duomo di Milano - Palazzo Trissino - Fontana di piazza Italia, Maniago •