⋯

Negli studi di Derrida e di Ricoeur intorno alla metafora e all’interpretazione, appena si cita Nietzsche, tutto quanto si pensa, si pensa partendo da lui. L’influenza che il pensiero di questo filosofo ha prodotto nella mentalità dell’Occidente è così grande, che non è più possibile filosofare, senza le impressioni causate dalla sua opera. La prima cosa da notare è il passaggio che muove nel suo modo di fare filosofia. Un passaggio legato a ciò che è artistico, e che sposta le linee di forza della riflessione occidentale stabilite sull’epistemologia, per cedere il passo ad una considerazione che cerca l’estetica, intesa come una riflessione su stati e processi creativi, ed è questa la chiave, che apre alla comprensione di tutte le aree del pensiero umano, compresa la filosofia stessa.

Con Nietzsche, si inaugura un nuovo modo di interpretare il patrimonio culturale, con uno sguardo che non è più impostato verso il passato, per effettuare l’inventario delle conoscenze, né esclusivamente verso il futuro, per diventare la ricerca smarrita del visionario, ma con l’esercizio di una visione retrospettiva e proiettiva, contemporaneamente; in questo caso, dalle creazioni del passato verso quelle che nell’istante stanno gestendo il futuro, con uno sguardo creativo che recupera dagli antichi saperi, le possibilità del proprio valore e della propria efficacia. È sempre questo filosofo che per primo ha suggerito esplicitamente l’esclusione del concetto di “conoscere la verità“, come fosse qualcosa di estraneo a qualsiasi interpretazione, come una verità purificata, asettica, svincolata dagli interessi umani, lontana da ogni volontà di potere, e non invece messa in pratica attraverso la volontà di finzione. Questo “volere qualcosa” che Nietzsche chiama “interpretare“. Se la volontà di potenza è la volontà di una maggiore potenza, l’interpretazione di conseguenza, altro non è, che la specifica operazione di acquisizione del controllo sulle cose.

Nel suo voler crescere, la volontà di potenza delimita, stabilisce gradi, differenze di potere che si consolidano in quanto tali, in virtù del confronto con altre volontà che vogliono ugualmente dominare, in una sorta di volontà di appropriazione attraverso un attività che fa da cornice.

E così la definizione di verità come “un esercito mobile di metafore” equivale in Nietzsche all’affermazione che dobbiamo abbandonare l’idea di “rappresentare la realtà” attraverso il linguaggio e di scoprire un contesto unico per tutte le vite umane. Il suo prospettivismo equivale all’ affermazione che l’universo non ha un registro di incarichi (o cariche) che possono essere conosciuti, nessuna estensione determinata.

E quando gli viene chiesto, Nietzsche, cos’è la filosofia, se un’arte o una scienza, egli risponde che si tratta di un’arte nei suoi obiettivi e nei prodotti, ma i suoi mezzi di espressione, l’esposizione attraverso i concetti, è qualcosa che ha in comune con la scienza. Si tratta di una forma di poesia. Impossibile da classificare. Avremo sempre bisogno di inventare e caratterizzare una nuova categoria. NIETZSCHE, Consideraciones sobre el conflicto del arte y del conocimiento“. En El Libro del Filósofo. Madrid: Taurus, 1974, p. 32

Nietzsche, in diversi passi delle sue opere, ma soprattutto nel suo piccolo scritto sulla verità e la menzogna nel senso extra-morale NIETZSCHE, Friedrich, Sobre la verdad y mentira en sentido extramoral. En Obras Completas. Traducción de Eduardo Ovejero y Maurí, 5a edición. Buenos Aires: Aguilar, 1963 (che è stato rilasciato postumo nel 1903), chiarisce sempre più che la fonte originale del linguaggio e della conoscenza non si trova nella logica, ma nella fantasia. Nella capacità di radicale e innovativa della mente umana per creare metafore:

Cos’è allora la verità? Una serie di metafore, metonimie, antropomorfismi, insomma, una somma di relazioni umane che sono state migliorate, estrapolate e impreziositi poeticamente e retoricamente dopo un uso prolungato, una popolo considera ferme, canoniche e vincolanti. Le verità sono illusioni di cui si sono dimenticati ciò che sono; metafore che sono diventati logore e senza forza sensibile, monete, che hanno perso il loro taglio e non sono ora considerate monete, ma metallo“. NIETZSCHE, Friedrich, Sobre la verdad y mentira en sentido extramoral. En Obras Completas. Traducción de Eduardo Ovejero y Maurí, 5a edición. Buenos Aires: Aguilar, 1963, p. 245.

 ⋯ ste supposizioni danno la chiave per la risposta di Nietzsche alla domanda, riguardo l’impulso alla verità. “L’uomo è un animale sociale ed ha acquisito il compromesso morale di “mentire gregariamente, ma con il tempo e con il suo uso inveterato si dimentica […] della sua situazione […] e si trova quindi a mentire inconsciamente e in virtù di abitudini secolari e proprio in virtù di questa incoscienza […] di questa dimenticanza, acquisisce il sentimento di verità“. VAIHINGER, Hans, La voluntad de ilusión en Nietzsche. En Revista Teorema, 1980, 2 “Mentire ha smesso di essere qualcosa che appartiene alla morale e convertendosi in “deviazione cosciente della realtà che si trova nel mito, nell’arte e nella metafora.” Mentire nel terreno dell’estetica, è semplicemente lo stimolo cosciente e intenzionale dell’illusione: “La nostra grandezza risiede nella suprema illusione, perché è lì che diventiamo creatori…“. Conoscere è semplicemente lavorare con la propria metafora preferita. La costruzione di metafore e interpretazioni è l’istinto fondamentale dell’uomo.

Da qui il posto centrale che nel lavoro di Nietzsche occupa lo studio delle interpretazioni. Quello che in primo luogo troviamo, ciò che prendiamo come realtà, sono interpretazioni, molte di loro ricevute per socializzazione; ci scontriamo con esse, le troviamo “già” come qualcosa che ricopre la realtà e sembra che sia la realtà stessa; la sua inevitabile corteccia interpretativa. La storia, da questo punto di vista, appare come l’Organon della rimozione delle interpretazioni, del loro ritorno alla realtà che soggiace; non si tratta di “distruggerle” ma di riconoscerle come tali, di vederle nascere e originarsi, e distinguerle poi, dalla realtà di cui sono interpretazioni. Bisogna aggiungere qualcosa d’importante: ciò che noi chiamiamo percezione è condizionata dalle proprie interpretazioni; non c’è mai uno specifico funzionamento dell’apparato percettivo umano, che opera lungo un sistema di interpretazioni – un fattore chiave quando si tratta di affrontare i problemi relativi allo stato cognitivo di opere d’arte “astratta” e “figurativa” – al momento di discutere sulla possibilità di un a priori percettivo.

Per Nietzsche ci sono però, errori necessari: a volte abbiamo bisogno della cecità e dobbiamo permettere che certi errori e articoli di fede rimanghino intatti in noi poiché ci tengono in vita.
Diversi passaggi confermano questa convinzione nietzschiana:

Abbiamo organizzato un mondo in cui possiamo vivere supponendo corpi, linee, superfici, cause ed effetti, movimento e riposo, forma e contenuto; Senza questi articoli di fede nessuno sarebbe in grado di supportare la vita! Ma questo non vuol dire che qualcosa è già stato approvato. La vita non è argomento; poiché l’errore potrebbe essere una delle condizioni della vita.VAIHINGER, Hans, La voluntad de ilusión en Nietzsche. En Revista Teorema, 1980, 2.

La nostra concezione empirica del mondo, si basa su ipotesi fondamentalmente errate. In filosofia, soggetto e oggetto sono concetti artificiali, anche se circonstanziatamente indispensabili, quindi, ad esempio, causa ed effetto non dovrebbero pretendere lo status di categorie concrete, ma – solo – dovrebbero essere usate come finzioni convenzionali allo scopo di definire, capire e spiegare il mondo.

Qui risiedono le basi del prospettivismo di Nietzsche, così come uno dei suoi presupposti fondamentali: la natura fittizia della realtà. La realtà è una costruzione poetica, un simulacro, e le nostre interpretazioni sono una serie di ritocchi del mondo secondo i nostri particolari interessi vitali. Costruiamo le nostre narrazioni, e ci inventiamo una vita. La ragione narrativa è ciò che permette questa inventiva fondamentale, di fare della nostra vita un compito poetico, un itinerario aperto tanto alle forme estetiche che a quelle tragiche del vivere. In ciò si definisce la nostra possibilità e il nostro rischio.
A questo proposito, Derrida espone l’opportunità di elaborare una storia della scrittura assumendo l’incarnazione del se stesso scrittore nel suo lavoro, partendo dal presupposto che scrivere è scrivere-si, allo stesso tempo è interpretarsi e costituirsi un compito che coinvolge il senso dell’uomo stesso che lo effettua. Allo stesso modo, Nietzsche “sperava” che quando ci fossimo resi conto che il ‘mondo reale’ di Platone era solo una favola, avremmo cercato conforto nella morte, non trascendendo la condizione animale, ma nell’essere quel peculiare animale mortale che, nel mentre descrive se stesso con i suoi propri termini, si crea.RORTY, Richard, Contingencia, ironía y solidaridad, Paidós, Barcelona, 1991, Primera parte, 2.- La contingencia del yo, pp. 43 a 62.. Più precisamente, si sarebbe creata l’unica parte di se stessi veramente importante: la costruzione della propria mente. Anche perché, creare la propria mente è creare la propria lingua, molto prima di lasciare che l’estensione di questa, sia occupata dal linguaggio che altri esseri umani ha messo insieme. Nietzsche dunque, concepiva la conoscenza del sé, come creazione del sé. Questo processo di conoscere se stessi, di fronte alla propria contingenza, facendo risalire le cause alle sue origini, si identifica con il processo di inventare un nuovo linguaggio, e ideare nuove metafore, perché ogni descrizione letterale della propria identità – questo è, tutto l’impiego di un gioco ereditato dal linguaggio a tale scopo – necessariamente fallirà. E allora, non si farà risalire quell’insofferenza alla sua origine, ma semplicemente la si concepirà, come qualcosa non idiosincratica, come un esemplare in cui si ripete un tipo, una copia o una replica di qualcosa che già è stato identificato. Fallire come poeta è, quindi, per Nietzsche, fallire come essere umano, è accettare la descrizione che qualcun altro ha fatto di sé, eseguire un programma precedentemente preparato, scrivere, nel migliore dei casi, eleganti varianti di poesie già scritte. L’ unico modo per risalire all’origine delle cause del proprio essere, non può essere che quello di narrare una storia sulle cause di sé stessi in un nuovo linguaggio.

Questo bisogno di metafore Nietzsche lo rileva in tutti i campi dell’attività umana, sia nella conoscenza che nella lingua, diventando un impulso fondamentale dell’uomo, che non può farne a meno, anche quando i suoi concetti riguardano la scienza. Ciò è particolarmente evidente nella capacità artistica dell’uomo, nel suo desiderio di configurare il mondo esistente, rendendolo sgraziatamente irregolare, così inconseguente, così sconnesso, così affascinante ed eternamente nuovo, come è il mondo dei sogni.

La stessa natura del linguaggio è essenzialmente simbolica, figurativa o metaforica. Non possiamo oltrepassare i suoi limiti. Non esiste realtà – fondazione primaria al linguaggio che potrebbe essere il criterio della verità per distinguere un linguaggio letterale da un altro immaginario o retorico La differenza filosofia letteratura, se si potesse stabilire dovrebbe ruotare attorno al proprio linguaggio, che dovrà essere una differenza interna al testo..

Siamo animali di finzioni, abbiamo la possibilità di fare riferimento agli organismi della natura nominandoli con nomi sbagliati: sostanze, attributi, cause, effetto. In questo senso, per esempio, la fisica fa uso della teoria quantistica, anche se è lontana dal poter provare l’esistenza di universi alternativi, ma da essa deriva e ne alimenta la finzione, ed è una delle nostre costruzioni di maggior successo; in questo modo, la teoria fisica, serve allo scienziato come un comodo strumento, un’abbreviazione, dei suoi mezzi di espressione. L’ultimo dei filosofi dimostra la necessità dell’illusione. La consumazione della storia della filosofia è dunque, secondo Nietzsche, la filosofia dell’illusione: conoscere è semplicemente lavorare con la metafora preferita.

L’uomo è dunque, un creatore di finzioni, metafore e interpretazioni, il suo mondo è sempre un mondo in prospettiva e quindi fittizio. La cosa importante è essere consapevoli delle metafore che si stabiliscono e di non confonderle con la realtà.

La simulazione o, se si vuole, il simulacro più che una coscienza ermeneutica, è la prima cosa da considerare, quando si fonda un “relativismo positivo“, poiché, dal momento che la metafora smette di simulare, diventa credenza. In altre parole, il senso metaforico diventa senso letterale quando la simulazione si affievolisce, si dice così, che la metafora è una metafora morta. La metafora è viva invece, quando nella sua enunciazione, mantiene ancora la coscienza di un’inadeguata attuazione dei suoi termini. Trasformata in fede, abbiamo la metafora morta, che farà perdere alla ragione, il suo movimento genuinamente creativo e si verificherà la stagnazione. Come dirà Derrida:

… Il termine ‘vecchio tema’ è un valre di esaurimento … di usura (usure), e per pronto per il suo utilizzo (usage); dell’uso o dell’utilità come essere utile o essere usuale, in una parola, tutto questo sistema semantico può essere riassunto sotto il titolo di utilizzo (use), avrà giocato un ruolo decisivo nella problematica tradizionale della metafora. La metafora non è forse solo un tema usurato fino all’osso, è un tema che avrà sostenuto una relazione essenziale con l’uso, o con la usanza (usanza è una vecchia parola, una parola fuori uso oggigiorno, e la cui polisemia richiederebbe un’intera analisi stessa). Ora, ciò che può sembrare logorato oggigiorno nella metafora è proprio questo valore d’uso che ha determinato tutta la sua problematica tradizionale: [il problema della] metafora morta o metafora viva.DERRIDA, Jacques, La desconstrucción en las fronteras de la filosofía. La retirada de la metáfora, Ed. Paidós, Barcelona, 1989..

 ⋯ Se si vuole superare quelle metafore, allora si deve dichiarare morte alcune di queste, quelle che richiedono un cordone ombelicale con il mondo, quelle parassite che bevono un elisir vitale per mettersi in moto. Per non sostituire con nuove mimesi le cose che nascondono più di quanto mostrano, si deve cercare di trovare una procedura la cui messa in scena produca ciò che rappresenta, e che, pertanto, già non rappresenti, ma semplicemente che sia. Una metafora viva, per parafrasare Paul Ricoeur; la traccia di Jacques Derrida che finalmente richiama al ritiro alla metafora, la trazione che provoca la sottrazione, come nella sua lettura decostruttiva di Heidegger, a proposito della differenza tra Denken e Dichten, tra pensiero e ‘poesia’… o piùttosto, il pensiero e ‘poiesis’ MASCAREñO, Aldo, “El Trazo y la Metáfora: ¿Qué puede aportar la Investigación Sistémica?“, En Cinta de Moebio No. 20. Septiembre 2004..

A questo proposito Derrida dice: “[Questa traccia] che apre le strade facendo una incisione che strappa, segnala la separazione, il limite, il margine, il marchio (…) è un taglio che si fa da qualche parte nel infinito, i due vicini, Denken und Dichten. Nella nicchia di quel taglio, si aprono, potrebbe dirsi, l’uno all’altro, si aprono dalle loro differenze (…) Questo ritaglio lega al uno con l’altro, ma non appartengono a nessuno dei due (… ) egli stesso non è nominabile in quanto è separazione, né letteralmente né propriamente o metaforicamente. Non ha nulla che si somigli come tale. (…) La sua iscrizione, come ho provato da parte mia si può articolare con l’impronta e con la differance, esso non raggiunge più che a cancellarsi.DERRIDA, Jacques, La deconstrucción en las fronteras de la filosofía, Ed. Paidós, Buenos Aires, 1997, pp. 67, 69..

Così, la metafora permette una nuova visione, una nuova organizzazione dell’universo, un nuovo ordine, ma ciò che davvero c’è di nuovo, sono le associazioni che permettono quest’ ordine. Inventare una metafora è creare nuove associazioni. Dare luogo a una metafora (aprire il luogo) è creare un senso. Lo stesso Freud “vede tutta la vita come un tentativo di rivestirsi con le proprie metafore“. RORTY, Richard, Contingencia, ironía y solidaridad, Ed. Paidós, 1986. Le spiegazioni psicoanalitiche dei sogni o delle fantasie hanno lo scopo di raccontare allo stesso sognatore, il significato segreto della sua propria esistenza. Un senso, d’altra parte, che non può essere espresso nel linguaggio della filosofia o della scienza più rigorosa, ma solo con il linguaggio della poesia o della metafora. Questa rivendicazione di un lessico letterario, anche se Freud cercò di decifrarlo attraverso il lessico della scienza positivista, rappresenta un punto di contatto con Nietzsche, che propone anche il poeta vigoroso, come modello dionisiaco all’altezza del suo tempo. Freud, d’altra parte, quando vincola le caratteristiche contingenti della personalità – patologiche o no – degli individui nel loro affanno per costruire sistemi filosofici o per esprimere una squisita pietà religiosa, rovescia le distinzioni tradizionali tra il più alto e quello più basso, tra l’essenziale e l’accidentale, tra il centro e la periferia. Egli non ci dice – e questo punto è di fondamentale importanza – che l’arte è in realtà sublimazione, o la costruzione di sistemi filosofici puramente paranoia, o la religione semplicemente un confuso ricordo del padre feroce. Non ci dice che la vita umana sia solo un ricanalizzazione continua di energia libidinosa. Non è interessato a invocare una distinzione tra realtà e apparenza, dicendo che una cosa è ‘solo’ o ‘in realtà qualcosa di molto diverso. Si propone soltanto di darci, una nuova descrizione delle cose per collocarle l’una accanto all’altra, un lessico in più, un altro insieme di metafore, che egli crede abbiano la possibilità, di essere utilizzate e quindi letteralizzate.

Le forme conosciute per “ricerca della verità“, in particolare quelle dei filosofi, metafisici e religiosi, non sono, al massimo, che bugie organizzate diventate rispettabili tentativi di fuga, istituzionalizzati, che sono riusciti a camuffarsi sotto le diligenti maschere della volontà di conoscenza. Tutto quello che fino ad ora pretendeva essere una strada per la verità, non è stato in realtà nient’altro che una unica strada: la strada per allontanarsi da essa! Una strada per sfuggire dall’insopportabile, verso la dimensione provvisoria dei sollievi, sicurezze, consolazioni e altri mondi! Dopo Nietzsche, difficilmente può essere tralasciato che una gran parte della filosofia finora non è stata molto più che un travestimento ontologico, e che con tutto il suo pathos di fedeltà alla verità, incorre al tradimento, tanto necessario quanto miserabile della verità insopportabile, a favore di un ottimismo metafisico o di una delle fantasie di liberazione che sollevano il loro punto di vista, al di là.

Nietzsche ci dà una nuova immagine del pensiero. La verità di un pensiero deve essere interpretato e valutato secondo le forze o il potere che la determinano a pensare, e a pensare questo piuttosto che quello. Quando si parla di verità “a secco“, di ciò che è vero come è in sé per sé, o anche per noi, dobbiamo chiederci quali forze sono nascoste nel pensiero di questa verità, cioè, qual è il suo senso e qual è il suo valore. Ricapitolando: il vero non è l’elemento [categoria propria] del pensiero. L’elemento del pensiero è il senso e il valore DELEUZE, Gilles, Nietzsche y la Filosofía, Ed. Anagrama, Barcelona, 1989, p. 147.. Le categorie di pensiero non sono il vero e il falso, ma il nobile e il vile, l’alto e il basso, a seconda della natura delle forze che prendono possesso del proprio pensiero.

Ci sono verità della viltà, verità dello schiavo. Al contrario, i nostri pensieri più alti tengono conto del falso; anzi, non rinunciano mai di dare al falso un potere elevato, una potere affermativo e artistico, che trova la sua realizzazione, la sua verifica, sul divenire vero nell’opera.

Così, il concetto di verità è determinato esclusivamente sulla base di una tipologia pluralista. E la topologia inizia da una tipologia. Si tratta di sapere a quale regione appartengono certi errori e certe verità, qual è il tuo tipo, chi lo formula e lo concepisce. Sottoporre la verità alla prova del basso, ma al tempo stesso, sottoporre il falso alla prova dell’alto: questo è il compito veramente critico e l’unico modo per essere riconosciuto nella “verità“.

Con Nietzsche e il suo prospettivismo, il pensiero si installa nella logica della pluralità, si apre alla logica del decentramento (non esiste una singola interpretazione) e alla logica della differenza. Il prospettivismo inverte il dualismo escludente, nell’affermazione della diversità, rende possibile un plus interpretativo, non cessa di arricchire la visione del mondo con nuove letture. Questo straripamento infetta tanto il mondo come la soggettività che cerca di auto-prodursi. La volontà si definisce dalla sua forza produttiva, per il ricorso creativo che si incarna nelle vicissitudini della sua biografia.

L’individuo è, certamente, un animale mimetico imitativo, che si costituisce in virtù della rappresentazione di se stesso in apparenze, d’istinti, di giudizi, di gusti, ecc. Ma solo l’animale del gregge fa il gioco di ruolo cui è tenuto a fare. È vero che l’uomo non è altro che una maschera, e che la maggior parte dei suoi comportamenti, non provengono da qualsiasi sfondo, ma dalla superficie. Tuttavia, imitando si può esercitare la forza creatrice, plasmando, inventando. I tipi che rappresentiamo sono alcune delle nostre possibilità. Siamo in grado di creare molti altri, senza rassegnarci alla noia della ripetizione passiva di ciò che è già noto. E assumendo la nostra condizione di commediante, che si trova di là dal bene e del male, disposto a viaggiare attraverso mille anime, vivendo successivamente una moltitudine di caratteri, provando, sperimentando su sé stesso, la creazione dell’uomo a venire, del super-uomo.


Crediti
 • Adolfo Vásquez Rocca •
 • Nietzsche y Derrida •
  • De la voluntad de ilusión a la Mitología blanca •
 • Pinterest •   •  •
 • Sergio Parilli •
 • Anna Maria T. •

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