Artaud: scrittura/figura

Parola e verità – L’aspra salita cuore e labbro ha inaridito, pure ecco infine il dolce premio: sei riuscito! Del vero il tempio s’erge in sacro sito. Ma dal buio urla una voce: fatti indietro! Qui non riesce a penetrare alcun mortale: un gigante, il Verbo, è a guardia del portale.

• Arthur Schnitzler

Come parlare di Artaud? La domanda non è solo specifica (potrebbe esserlo per qualsiasi autore) ma, per così dire, semelfattiva (poco importa l’odore scientifico del termine): l’impossibilità di parlare di Artaud è press’a poco unica; Artaud è quello che in filologia si chiama un hapax, una forma o un errore che si incontra una sola volta in tutto il testo. Tale singolarità non è quella del «genio» e neppure quella dell’eccesso, non ha nulla di ineffabile, la si può anzi enunciare in maniera molto razionale: Artaud scrive nella distruzione del discorso; questa pratica presuppone una temporalità complessa: il discorso, per dar da leggere la propria distruzione, non può né essere stato distrutto (se così fosse la pagina sarebbe bianca), né soltanto annunciarsi come distruttibile (sarebbe ancora discorso); occorre, scandalo logico, che il discorso si rigiri contro se stesso anche con veemenza, e si divori alla maniera di un personaggio sadiano, consumatore dei propri escrementi. Senza dubbio l’imprecazione di Artaud, eternamente rivolta contro la sudiceria della scrittura, può essere incessantemente recuperata dal discorso stesso dell’imprecazione: è questo il pericolo in cui incorre ogni violenza: nulla è più fragile di essa: il codice la spia e il senso, finora, ha sempre trionfato sulla violenza (è per questo che, nei riguardi della distruzione del discorso – occidentale, cristiano, ecc. –, si può, tatticamente, preferire un discorso astuto a un discorso violento, Brecht ad Artaud). Di fronte a quest’altalena minacciosa (espressione semplice di un’alienazione storica della scrittura), spetta al lettore liberare il testo dall’istituzione letteraria: il lettore, cioè quel soggetto fragile, lacerato, pluralizzato, che si trova coinvolto nella comunicazione impostagli da Artaud (comunicazione che definisce il testo artaudiano e al tempo stesso la sua struttura retorica). Bernard Lamarche-Vadel è per noi tale lettore: ha scritto la propria lettura. Con quest’espressione non indichiamo un discorso critico o analitico; Lamarche-Vadel non ha, in senso proprio, censito delle idee, dei temi, delle forme, non ha sviluppato il nostro sapere su Artaud, non ha culturalizzato Artaud (e in ciò ha avuto bisogno di un certo coraggio, o fiducia, o innocenza, vista la destinazione universitaria che accettava di dare al proprio testo); la sua materia principale (il suo «soggetto», come si dice nella retorica scolastica) è stata la propria scrittura: e tuttavia in essa Artaud è più presente che in molte dissertazioni «su» Artaud. Questa riuscita dipende dal fatto che la scrittura di Lamarche-Vadel è più volte (a più livelli) citazionale. Il testo stesso di Artaud (il suo testo storico, filologico, editoriale) viene incessantemente coinvolto nel volume del testo di Lamarche-Vadel; sono come delle bolle di nutrimento che scoppiano nella piena luce del secondo testo; Artaud viene ricopiato nella sua coniazione, nella sua vocazione citazionale, nella sua energia di scrittura (ciò significa, secondo la terminologia attuale: come produzione e non come prodotto): smembrato, frammentato, può sciamare; si realizza così, con un paradossale ritorno, una conoscenza di Artaud superiore a tutto il sapere didattico, filologico, storico, che il discorso della scientificità potrebbe raccogliere su questo autore; andando fino all’estremo, si potrebbe dire: beato chi conoscesse Artaud soltanto in questa forma spezzata, disseminata, eraclitea (la «sudiceria della scrittura» non è forse altro che la sua continuità, quel flumen orationis in cui la retorica antica vedeva il valore supremo dello stile e che Flaubert, per sua grande fortuna, non è mai riuscito a raggiungere). Lamarche-Vadel cita Artaud in un modo diverso: non imitandolo, ma prendendo da lui quanto meno quelli che si potrebbero chiamare i movimenti del corpo; la scrittura (se si compie al di fuori della semplice scrivenza), è in effetti il corpo ri-generato di se stessi, tramite feticismo narcisistico e isteria collettiva: senza dubbio ciò che Lamarche-Vadel definisce è la figura. Lamarche-Vadel si immette nel respiro del corpo scritturale di Artaud; senza mai parodiarlo, ne ritrova, nella propria pratica, e non, ancora una volta, nella propria analisi, il totale eretismo, cioè le sensualità, le chiarezze, le sorprese, le rotture e, più in generale, il valore nuovo (un valore ricercato, qua e là, per quanto in modo timido): la scrittura-idea, l’idea scritta, la cui funzione attuale sta nel disperdere il discorso antecedente, filosofico o letterario, e nel confondere l’opposizione tra l’arte e il pensiero, la cosa enunciata e la forma enunciante. Ad un terzo livello, ciò che Lamarche-Vadel mette in scena, non è solo Artaud (nella sua lettera e nella sua figura), è ogni scrittura. La scrittura, in effetti, non è composta di «tratti» stilistici, ma di rigetti, disposti a zig-zag, di invenzioni, di concessioni e riprese; la scrittura, in breve, è uno spazio tattico, determinato in rapporto alla cultura anteriore, un brusco scivolare lungo la china della lingua millenaria, paterna. Qui, Lamarche-Vadel raggiunge ancora una volta esattamente Artaud; il suo testo è una rottura che riesce tuttavia a sottrarsi al gesto della castrazione: nel testo che si è sul punto di leggere c’è un sapore profondo (il sapore, non dimentichiamolo, è la figura stessa del combinatorio: il piacere che ne risulta non è idealista).Insomma, alla domanda: come parlare di Artaud? Lamarche-Vadel risponde: non parlarne, e neppure scrivere «su» di lui, bensì: scrivere con Artaud. In tal modo alla critica trascendentale (ossia al posar sopra al testo di un autore un discorso che lo «comprende») si sostituisce un scrittura concomitante, un carosello di testi, che non fa (o non farà) dell’autore (qui Artaud, Lamarche-Vadel) null’altro che un gesto abbozzato dal corpo ma continuato dalla massa.

• Roland Barthes

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