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Auguste Villiers de l'Isle-Adam - Più vero del vero
Questo breve testo, che fa parte dei Racconti crudeli di Villiers de l’Isle-Adam, non è altro che una doppia descrizione di ambienti parigini, da cui si stabilisce un’equazione semplicissima tra mondo degli affari (un caffè vicino alla Borsa) e mondo dei morti (un obitorio). Nei due casi la visione si ripete descritta con le stesse parole: procedimento che forse per la prima volta viene qui giocato intenzionalmente, e che tornerà a essere impiegato da scrittori d’oggi, come Alain Robbe-Grillet.
Villiers de l’Isle-Adam (1838-1889) mette al servizio dell’invenzione fantastica il suo gusto ironico per la crudeltà intellettuale e per le soluzioni d’effetto raggiunte con mezzi rapidi e taglienti.
In una grigia mattina di novembre percorrevo frettolosamente i lungosenna.
Nella fredda acquerugiola che bagnava l’atmosfera, si incrociavano le ombre nere dei passanti, nascosti da ombrelli di forme svariate.
La Senna limacciosa trascinava battelli simili a enormi maggiolini. Sui ponti il vento sferzava all’improvviso i cappelli dei passanti, e questi li contendevano allo spazio con gli atteggiamenti e le contorsioni il cui spettacolo è sempre penoso allo sguardo dell’artista.
Le mie idee erano incerte e nebbiose; il pensiero di un appuntamento d’affari, accettato il giorno precedente, mi assillava. L’ora incalzava: decisi di ripararmi sotto l’atrio di un portone da dove mi sarebbe stato più agevole chiamare un fiacre.
In quell’istante scorsi, proprio di fianco a me, l’ingresso di un edificio quadrato, d’aspetto borghese.
Era sorto nella nebbia come un’apparizione di pietra, e a dispetto dell’architettura rigida, del vapore tetro e fantastico che lo avviluppava, gli riconobbi immediatamente una certa aria di ospitalità cordiale che mi rasserenò lo spirito.
Senza dubbio mi dissi chi abita questa dimora è di costumi sedentari! La soglia invita a fermarsi; e la porta non è forse aperta? E con la maggior cortesia, con l’aria soddisfatta e il cappello in mano, meditando un madrigale per la padrona di casa, entrai sorridendo, e mi trovai di fronte una sorta di sala con il tetto a vetri, dal quale la luce del giorno filtrava livida.
Ad alcune colonne erano appesi abiti, sciarpe, cappelli.
Tavole di marmo erano disposte ovunque.
Le gambe allungate, il capo eretto, gli occhi fissi e l’aria assorta, alcuni individui sembravano meditare.
I loro sguardi erano vuoti di pensiero, i volti avevano il colore del tempo.
Vi erano portafogli aperti, giornali spiegati accanto a ognuno di loro.
E compresi che la padrona di casa, sulla cui gentile accoglienza avevo fatto conto, non era altri che la morte.
Certo, per sfuggire alle preoccupazioni dell’esistenza e ai suoi fastidi, la maggior parte di coloro che occupavano la sala aveva ucciso il proprio corpo, sperando in un maggiore benessere.
Mentre ascoltavo il fruscio dei rubinetti di rame murati alle pareti, per innaffiare ogni giorno quei resti mortali, sentii le ruote di un fiacre. Si fermò davanti all’edificio. Riflettei che chi aveva appuntamento con me mi aspettava e mi voltai per cogliere l’occasione che mi si offriva.
Il fiacre aveva in realtà scaricato davanti alla porta collegiali in festa che dovevano vedere la morte per credervi.
Fermai il fiacre deserto e dissi al cocchiere: «Passaggio dell’Opéra!» In seguito, sui boulevards, il tempo mi sembrò farsi più coperto, l’orizzonte svanire, e gli arbusti, scheletri vegetali, parevano indicare vagamente con la punta dei rami neri i pedoni alle guardie municipali ancora insonnolite.
Il fiacre affrettava il cammino.
Attraverso il vetro i passanti mi apparivano come acqua che scorre.
Arrivato a destinazione, balzai sul marciapiede e mi avviai nel Passaggio ingombro di passanti preoccupati.
All’altro capo scorsi, proprio di fronte a me, l’ingresso di un caffè – oggi distrutto da un famoso incendio (poiché la vita è un sogno) – relegato in fondo a una sorta di hangar, sotto una volta quadrata, di aspetto tetro. Le gocce di pioggia che cadevano sulla parte alta del vetro oscuravano ancora di più la luce del sole.
Era là che mi attendevano, pensai, il bicchiere in mano, l’occhio brillante e sfidando il destino, i miei uomini d’affari! Girai dunque la maniglia della porta e mi trovai subito in una sala dove la luce cadeva dall’alto attraverso il vetro, livida.
Ad alcune colonne erano appesi abiti, sciarpe, cappelli.
Tavole di marmo erano disposte ovunque.
Le gambe allungate, il capo eretto, gli occhi fissi e l’aria assorta, alcuni individui sembravano meditare.
E i volti avevano il colore del tempo, gli sguardi erano vuoti di pensiero.
Vi erano portafogli aperti, giornali spiegati accanto a ognuno di loro.
Scrutai quegli uomini.
Certo, per sfuggire all’ossessione insopportabile della coscienza, la maggior parte di coloro che occupavano la sala aveva da molto tempo assassinato la propria anima, sperando in un maggiore benessere.
Mentre ascoltavo il fruscio dei rubinetti di rame murati alle pareti, per innaffiare ogni giorno quei resti mortali, mi tornò alla memoria il rumore delle ruote del. fiacre.
Senza dubbio mi dissi il cocchiere deve essere stato colpito da una sorta di ebetismo, per avermi riportato, dopo tanto girare, semplicemente al punto di partenza! Tuttavia, lo confesso (se vi è stato errore), IL SECONDO COLPO D’OCCHIO È PIÙ SINISTRO DEL PRIMO!… Richiusi dunque in silenzio la porta vetrata, e tornai a casa, risoluto – qualsiasi cosa possa accadermi – a non occuparmi mai più di affari.

Crediti
 Italo Calvino
 Racconti fantastici dell'Ottocento
  A s'y meprendre!, 1883
  Il fantastico quotidiano
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