Aura
«Aura» per tutto l’Ottocento è una parola che sale facilmente alle labbra, si applica a nuovi usi con piacere e sollecitudine: un trattato del 1836 attribuisce all’aura del seme la fecondazione, aurea è denominato l’effluvio di punte metalliche cariche di elettricità, lo stordimento che precede l’attacco epilettico, e per estensione il delizioso smarrimento e la goduta paura che annunciano la possessione nella macumba e nel vudu. Di poi «aura» diventata una parola desueta, ed è avvenuto repentinamente, poiché ci si è accorti che oggi si vive fra persone e cose in serie, che per antonomasia non irradiano nulla; sottili mortificazioni, inesorabili appiattimenti spengono i luoghi e la gente.
Chi abbia consuetudine con la propria intimità, scorge le aure nel mondo esterno; chi si ignora, chi non abbia mai avuto un sogno fatidico, può passare accanto ad esse e neanche voltarsi. E vera anche l’inversa: di aure si nutre la vita interiore. Chi mai non ne incontri, non visiti mai un luogo geniale, non meravigli di esseri demonici, diverrà arido e inquieto, in attesa non sa nemmeno lui di che cosa, mendicherà emozioni, chiederà ebbrezza, meraviglia a comando all’alcool o alla droga. Un’esistenza interiore felice è un costante rimembrare gl’incontri con aure nella propria esperienza, se si è individui; nella vita della comunità, se si è creature di una stirpe. Preghiera per molti popoli è il ricordo di aure, epifanie, glorie nella loro storia; così sono tessute le orazioni bibliche. Per un Pueblo americano pregare significa evocare via via l’emersione della sua gente dal mondo primordiale «quando tutto era verde e rugiadoso», e quindi il succedersi dei momenti fatali fino a oggi; quando un giovane prega un anziano di dargli udienza, rammenta l’origine dei tempi, la storia del popolo, nella quale innesta la vicenda della sua famiglia, per concludere infine: «ed ecco, io vi sto dinanzi».

Crediti
 • Elémire Zolla •
 • Pinterest • Anka Zhuravlena  •  •

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