
Quando arrivai in Giappone negli anni settanta, la prima cosa che mi colpì non fu tanto l’efficienza dei treni o la selva di grattacieli di cemento, quanto la silenziosa, onnipresente eppure invisibile forza delle donne. Le vedevo ovunque: eleganti signore in kimono che camminavano ⋯

In tanti anni di insegnamento in un’università frequentata per il 70 per cento da ragazze, ho avuto centinaia di studentesse. Ogni primavera, alla prima lezione del primo anno di corso, entrando in aula più che le loro facce vedevo le loro teste, che tenevano ⋯
In altri tempi non erano molte le donne che arrivavano a passare una vecchiaia serena. Le condizioni di vita erano difficili e la durata molto inferiore a quella attuale. Quando le bocche da sfamare erano tante per il capofamiglia e le risorse minime, pare ⋯

Vedo Akiko alla mensa, è seduta a un tavolo con due amiche e chiacchiera animatamente. Ha sciolto i capelli che le arrivano a metà schiena, mentre prima, quando è venuta nel mio studio, li aveva legati sulla nuca. Risatine, espressioni di marcato stupore, dinieghi ⋯
Nella primavera del ’90 Akiko è all’inizio del terzo anno di università (l’anno scolastico, come quello lavorativo, comincia ad aprile e finisce a marzo), e riesce a sostenere una semplice conversazione in italiano. Non è una studentessa particolarmente brillante, ma è diligente, studiosa, piena ⋯

La vita di quartiere in Giappone ha un carattere molto familiare, tutti si conoscono, chiacchierano volentieri, si dànno una mano gli uni con gli altri in diverse maniere. Le madri di bambini in età prescolare fanno a turno per sorvegliarli, i bambini più grandi ⋯