Egon Schiele
Mi ero introdotto in quel circolo quasi per caso, spinto dalla curiosità e dal desiderio di confrontare la mia idea con le dottrine che allora agitavano le menti della gioventù russa. L’appartamento di Dergačëv era modesto, per non dire povero, saturo di fumo di tabacco e di un’eccitazione febbrile che si percepiva nell’aria ancor prima che le parole venissero pronunciate. Dergačëv mi accolse con una sorta di benevola indifferenza; era un uomo che pareva aver già risolto ogni dubbio e che si limitava a dirigere il traffico delle opinioni altrui. Attorno al tavolo sedevano diverse persone: alcuni erano studenti, altri sembravano impiegati o piccoli burocrati, ma tutti condividevano quella serietà cupa che è propria di chi crede di avere il mondo intero sulle proprie spalle. In un angolo, quasi in ombra, notai un uomo che non prendeva parte alla discussione, ma che osservava tutto con un’attenzione così profonda da sembrare dolorosa. Era Kraft.

Vasin, che mi aveva accompagnato, mi sussurrò qualche parola su di lui, ma io ero già ipnotizzato dalla sua presenza. Kraft non parlava, non gesticolava, eppure la sua figura dominava la stanza più dei discorsi accalorati degli altri. Mi sentivo come un intruso, un adolescente che giocava a fare l’uomo in mezzo a persone che avevano già rinunciato alla gioia in nome di una logica ferrea. Mi chiesi cosa potesse spingere un uomo così giovane a una tale immobilità spirituale.

Non dimenticherò mai il viso di Kraft: non c’era nei suoi lineamenti nessuna particolare bellezza, ma qualcosa di troppo gentile e delicato; mentre una dignità innata si rivelava in ogni suo gesto. Aveva ventisei anni; era piuttosto magro, di statura superiore alla media, biondo, con un viso serio, ma dolce, e in tutta la sua figura si intuiva una serena tranquillità. Eppure, se me lo chiedete, non avrei cambiato il mio viso, forse anche volgarissimo, col viso di Kraft, quantunque esso mi sembrasse attraente. C’era qualche cosa in quel viso, che non avrei voluto avere nel mio: una calma troppo assoluta, direi, nel senso morale, qualcosa di mistico, una specie di intimo orgoglio, forse ignoto anche a lui stesso. D’altronde, è probabile ch’io non fossi ancora in grado di dar su di lui un simile giudizio. Oggi mi sembra di averlo allora giudicato in questo modo; oggi, e cioè dopo gli avvenimenti accaduti nel frattempo.

Kraft, come seppi più tardi, era giunto a una conclusione logica terribile, una di quelle conclusioni che non lasciano spazio alla vita. Egli si era convinto, attraverso studi meticolosi e deduzioni matematiche, che il popolo russo fosse un popolo di secondo ordine, destinato soltanto a servire da materiale etnico per una civiltà futura, superiore, ma non a creare nulla di proprio nella storia universale. Per un uomo che amava la propria terra con una passione silenziosa e divorante, questa convinzione non era una semplice opinione intellettuale, ma una condanna a morte. Se la Russia non aveva missione, se la Russia era un vicolo cieco dell’evoluzione umana, allora la sua stessa esistenza individuale perdeva ogni significato.

Mentre gli altri parlavano di riforme, di rivoluzioni, di abbattimento del vecchio ordine, Kraft restava lì, come un uomo che ha già varcato la soglia di un altro mondo. Ricordo che qualcuno gli rivolse una domanda sulla questione agraria, ed egli rispose con una voce così sottile e controllata che parve venire da una grande distanza. Tutto questo non ha importanza, disse, se la base su cui costruiamo è fatta di sabbia che il tempo spazzerà via. I presenti si guardarono l’un l’altro, alcuni sorridendo con aria di superiorità, altri scrollando le spalle. Per loro, Kraft era un originale, un eccentrico che si perdeva in astrazioni metafisiche mentre c’era da agire. Io solo, forse a causa della mia stessa sensibilità esasperata, sentii in quelle parole il rintocco di una campana a morto.

Mi avvicinai a lui più tardi, mentre la riunione si scioglieva. Volevo dirgli qualcosa, forse esporgli la mia idea, ma quando incontrai il suo sguardo, le parole mi morirono in gola. Kraft mi guardò non come si guarda un ragazzo, ma come si guarda una creatura che deve ancora subire tutto il peso della realtà. Voi siete giovane, mi disse, conservate il vostro calore finché potete. La logica è un sole freddo che può accecare se lo si fissa troppo a lungo. Fu l’ultima volta che lo vidi vivo. Qualche giorno dopo, la notizia del suo suicidio colpì il circolo come una sferzata, ma anche allora, molti dei suoi compagni cercarono di spiegare l’atto con motivi materiali, con debiti o con un esaurimento nervoso. Nessuno voleva ammettere che un uomo potesse morire semplicemente perché non poteva più credere alla missione spirituale del proprio popolo. Kraft era morto di logica, vittima di quella verità che egli stesso aveva estratto dalle viscere del suo tormento. Eppure, quel suo viso calmo e mistico continua a perseguitarmi nei sogni, ricordandomi che l’intelligenza senza speranza non è che una prigione dorata dove l’anima si spegne in un orgoglio solitario e disperato.

Glossario
Crediti
 Fëdor Dostoevskij
 L'adolescente
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