Afrodite Enide Prassitele
Quei legami, piacevoli se con donne esperte, diventavano conturbanti se erano belle. Studiavo le arti; mi familiarizzavo con le statue; imparavo a conoscere meglio la Venere di Cnido o la Leda tremante sotto il peso del cigno. Era il mondo di Tibullo e di Properzio: malinconia, ardori un po’ manierati, ma che stordivano come una melodia frigia, baci furtivi sulle scale, sciarpe fluttuanti sui seni, commiati all’alba, e serti di fiori lasciati sulle soglie. Di quelle donne ignoravo quasi tutto: la parte che mi donavano della loro esistenza stava tra due porte socchiuse; l’amore, di cui parlavano continuamente, a volte mi sembrava fatuo come una delle loro ghirlande, un gioiello alla moda, un accessorio costoso e fragile; e sospettavo che si dessero la passione insieme al rossetto. La mia vita non era meno misteriosa per loro, e non desideravano affatto conoscerla, preferivano sognarla a modo loro. Finivo per comprendere che lo spirito del gioco esigeva quei travestimenti incessanti, quegli eccessi nelle confessioni e nei rimproveri, quel piacere a volte ostentato e a volte dissimulato, quegli incontri studiati come figure di danza. Persino nei bisticci, si attendeva da me una risposta già prevista, e la bella in lacrime si torceva le mani come sulla scena. Ho pensato spesso che coloro che amano appassionatamente le donne sono sedotti dal tempio e dal rituale del culto quanto dalla dea in persona: si dilettano delle dita arrossate dall’henné, dei profumi, dei mille accorgimenti che danno risalto alla bellezza e a volte la costruiscono per intero. Idoli teneri, assai diversi dalle grandi femmine barbare, o dalle nostre contadine massicce e dure; esse nascevano dalle volute dorate delle grandi città, dalle arti del tintore o dal vapore rorido delle terme come Venere da quello dei flutti greci. Si stentava a dissociarle dalla dolcezza febbrile di certe serate d’Antiochia, dall’eccitazione delle mattinate romane, dai nomi famosi che portavano, da quel lusso di cui era l’ultima trovata era di mostrarsi nude, ma mai senza gioielli. Avrei desiderato molto di più: la creatura umana spoglia, sola con sé stessa, come a volte bisognava bene che fosse, per una malattia, o dopo la morte d’un primo figlio, o quando allo specchio appare la prima ruga. Un uomo che legge, o che pensa, o che fa calcoli, appartiene alla specie, non al sesso; nei suoi momenti migliori sfugge persino al concetto dell’umano. Ma le mie amanti pareva si facessero una gloria di non pensare se non da donne; lo spirito, l’anima, che cercavo, non era anch’essa che un profumo.