Beni comuniSi dirà forse che il coltivatore è proprietario del fondo perché ha speso in esso il suo lavoro, il suo tempo, la sua fatica, i suoi anni? Ma allora bisognerebbe applicare lo stesso principio a ogni cosa: il medico che ha salvato la vita a un malato ricco ne diventerebbe forse proprietario? Il marinaio che traghetta un passeggero potrebbe reclamare la proprietà della nave? L’operaio che costruisce una casa per un committente ne sarebbe il padrone? È evidente che il lavoro dà diritto al prodotto, non al fondo, al valore aggiunto, non alla materia prima che appartiene a tutti. La giustificazione del dominio proprietario è stata in ogni tempo la disperazione dei giuristi, degli economisti e dei filosofi. Il principio dell’appropriazione è che ogni prodotto del lavoro appartiene di pieno diritto a chi l’ha creato, come un arco e le sue frecce; un aratro, un rastrello, una casa. L’uomo non crea la materia, ma si limita ad adattarla. Tuttavia, benché egli non abbia creato il legno con cui ha fabbricato un arco, un letto, un tavolo, delle sedie, e un bigoncio, l’uso vuole che la materia segua la forma e che la proprietà del lavoro implichi quella della materia prima. Si presuppone che questa ci sia per tutti, che non manchi ad alcuno e che ognuno possa appropriarsene.

Questo principio, per cui la forma implica la sostanza, si applica alla terra dissodata? È facile provare che il produttore ha diritto ai suoi prodotti e il coltivatore ai frutti ottenuti. È facile provare, anche, che egli ha diritto di risparmiare sui suoi consumi, di formare un capitale e di disporne a suo arbitrio. Ma la proprietà fondiaria non può derivare da ciò, essendo un fatto nuovo che esorbita dai limiti del diritto del produttore, il quale non crea la terra, che è comune a tutti. Ecco il punto in cui la dottrina dei giuristi si infrange contro lo scoglio dell’evidenza: essi hanno confuso il diritto di percepire i frutti, che è legittimo, con il diritto di possedere il fondo, che è illegittimo. Hanno preso l’accessorio per il principale, l’usufrutto per la proprietà, la servitù per il dominio. Hanno trasformato un diritto temporaneo e condizionato in un diritto perpetuo e assoluto. Hanno fatto del possessore un proprietario, dell’usufruttuario un padrone, del fittavolo un signore. E questo errore madornale è diventato la base del nostro diritto civile, il fondamento delle nostre istituzioni, il cardine della nostra società. Ma la verità prima o poi viene a galla, e oggi possiamo finalmente denunciare l’inganno: la proprietà fondiaria è un furto, non perché qualcuno abbia materialmente rubato qualcosa a qualcun altro, ma perché si è appropriato di ciò che non poteva essere appropriato, di ciò che per natura è di tutti, di ciò che è la condizione stessa della vita e del lavoro di ognuno.

E non si venga a dire che senza proprietà fondiaria nessuno avrebbe interesse a coltivare la terra, a migliorarla, a renderla produttiva. Questo è l’argomento dei pigri e degli avidi, di coloro che non sanno immaginare altra molla per l’azione umana se non l’interesse personale più meschino. La storia ci insegna il contrario: le civiltà più fiorenti, quelle dell’antico Perù, degli Incas, delle comunità primitive, hanno conosciuto forme di organizzazione collettiva della terra che non solo garantivano la produzione, ma assicuravano anche l’uguaglianza e la giustizia sociale. Il lavoro non ha bisogno della proprietà per essere fecondo; ha bisogno della sicurezza, della libertà, della garanzia di godere dei propri frutti. E tutto questo si può ottenere con il possesso, con l’usufrutto, con la concessione temporanea, senza bisogno di trasformare la terra in merce, in oggetto di compravendita, in strumento di dominio dell’uomo sull’uomo. Il possesso è giusto perché è limitato, temporaneo, condizionato all’uso effettivo; la proprietà è ingiusta perché è illimitata, perpetua, assoluta. Il possesso rispetta l’uguaglianza originaria di tutti gli uomini di fronte ai beni della natura; la proprietà la viola, la calpesta, la distrugge. Il possesso è sociale, è umano, è razionale; la proprietà è antisociale, è disumana, è assurda. Ecco perché io combatto la proprietà, ecco perché la denuncio come la fonte di ogni disuguaglianza, di ogni oppressione, di ogni miseria. Non per odio, non per invidia, non per spirito di distruzione, ma per amore della giustizia, per fedeltà alla ragione, per devozione all’umanità. La proprietà deve scomparire, perché sulla sua rovina si possa finalmente edificare una società di liberi e di uguali, una società in cui il lavoro di ciascuno sia la misura dei suoi diritti, in cui la terra sia di tutti e di nessuno, in cui la giustizia regni sovrana. Questa non è utopia, è scienza; non è sogno, è ragione; non è profezia, è deduzione necessaria dai principi. E verrà il giorno in cui gli uomini si meraviglieranno che si sia potuto vivere così a lungo sotto il regime della proprietà, così come oggi ci meravigliamo che si sia potuto vivere sotto il regime della schiavitù. Quel giorno, la libertà, l’uguaglianza, la fraternità non saranno più parole vane incise sul frontone degli edifici pubblici, ma realtà viventi nel cuore di ogni uomo e nelle istituzioni di ogni popolo.

Glossario
Crediti
 Pierre-Joseph Proudhon
 La proprietà
  Pubblicazione in Italia: 1978 - Traduzione di Antonietta Klitsche De La Grange
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Proprietà furto e origine della miseria ⋯ 
La proprietà, nel suo intimo, non è altro che il furto del lavoro altrui, la radice della miseria e delle disuguaglianze che affliggono l'umanità. È da questa ingiustizia fondamentale che nascono le sofferenze più profonde e il senso di oppressione che permea la vita di ogni individuo, in un mondo che, pur illudendosi di progredire, perpetua le stesse atroci condizioni che l'uomo si trova a subire, e che sono la vera causa della sua disperazione.
 Pierre-Joseph Proudhon  Filosofia della miseria (Sistema delle contraddizioni economiche o filosofia della miseria)
 Filosofo, Trattato politico/economico


L'abolizione della proprietà privata ⋯ 
La proprietà privata è un furto morale e politico perché si fonda sull'esclusione degli altri e sullo sfruttamento del lavoro dei deboli da parte dei forti. La sua abolizione è la sola via reale per restituire dignità all'individuo e garantire una distribuzione dei mezzi di sussistenza basata sulla giustizia e sull'autonomia del popolo comune ordinario.
 Pierre-Joseph Proudhon  Che cos'è la proprietà?
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Dalla legge al contratto ⋯ 
La legge è un atto unilaterale di imposizione che schiaccia la volontà individuale. Solo il contratto libero e commutativo può garantire che le parti restino sovrane e scambino valori realmente equivalenti.
 Pierre-Joseph Proudhon  Il principio federativo
 Politica, Filosofia


Dalla proprietà al possesso ⋯ 
Sopprimete la proprietà conservando il possesso e con questa sola modifica cambierete tutto nelle leggi nel governo nell'economia e nelle istituzioni.
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Proprietà collettiva è giustizia ⋯ 
Se la proprietà è un furto, allora la giustizia sociale non può esistere finché non aboliamo questa rapina fondamentale. Solo la proprietà collettiva, gestita dalla comunità, può garantire la vera uguaglianza e l'affrancamento dal giogo dello sfruttamento.
 Pierre-Joseph Proudhon  Che cos'è la proprietà? Indagine sul principio del diritto e del governo
 Filosofia, saggio


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