Bibbia per gli illetterati
L’Occidente cristiano (già a partire da Gregorio Magno e dai teologi di Carlo Magno) ha sempre cercato di attenuare questo potere assegnato alle antiche immagini religiose. Ha quindi conferito loro la famosa funzione di “Bibbia per gli illetterati“. Le immagini religiose servono a ricordare i grandi temi della fede, specialmente per quelle persone che, non sapendo leggere e scrivere, non possono leggere la Scrittura. Le immagini allora diventano in questo modo strumento di narrazione. Non hanno più la natura viva di un rapporto quasi personale. Sono strumento di rappresentazione realistica delle cose. L’immagine religiosa non è più una specie di sacramento (come l’icona) è una forma di linguaggio che anziché lettere e parole usa colori e disegni. La nuova immagine religiosa allora smette di essere un corpo con cui si comunica. Comincia in compenso a rappresentare il corpo così come esso è nella realtà. Questo passaggio si può vedere per esempio nel diverso modo con cui Cimabue e Giotto rappresentano il crocifisso. Il crocifisso di Cimabue è ancora molto stilizzato, bidimensionale, astratto. Quello di Giotto è un corpo vero, tridimensionale, gravido della sua pienezza plastica, realisticamente provvisto di tutti quei segni che qualificano un corpo umano che sta morendo. Da questo primo impulso tutta l’arte cristiana del rinascimento e della modernità sarà una gara alla migliore capacità nel rendere il realismo della figura. Da Leonardo e Caravaggio, da Raffaello a Guido Reni. Il corpo crocifisso di Cristo diventa il tema principale di una esercitazione umanistica sul corpo umano. Nello stesso tempo, questa epoca è anche quella nella quale la cultura artistica (ma si dovrebbe dire la cultura in generale) comincia a staccarsi dal suo legame con la fede cristiana. La raffigurazione umana comincia a essere oggetto di un interesse specifico. Si raffigura un corpo umano non perché è quello di Gesù, di Maria, di un Santo: ma semplicemente perché è il corpo di un uomo. L’essere umano, ogni essere umano, è diventato per sé stesso degno della rappresentazione artistica. In particolare evolve verso risultato mai raggiunti prima la capacità dei pittori di realizzare con incredibile perizia realistica il ritratto psicologico. Ritratti del volto di persone talmente corrispondenti al vero da trasmettere tutta la profondità interiore della persona ritratta. L’arte impara a mostrare l’anima attraverso il corpo. Torna dall’antichità anche il piacere di rappresentare la bellezza del corpo, soprattutto femminile, attraverso le figure di nudo (basta ricordare Tiziano). Ma intanto la cultura europea matura nuovi modi di comprendere l’esistenza umana e la natura del corpo. Un famoso quadro di Rembrandt ce lo fa capire molto bene. Si intitola La lezione di anatomia del dottor Tulp. Rembrandt dipinge l’istantanea di una lezione di anatomia dove il corpo umano viene mostrato nella sua inerme natura di macchina biologica. Anche l’arte si sente libera di far vedere che il corpo umano è anche un oggetto come tanti altri (la res extensa di cui parla Cartesio). Molti artisti si dedicheranno a mostrare l’aspetto fragile del corpo e dell’esistenza. Goya, per esempio, testimonierà le atrocità della guerra attraverso una specie di reportage fatto di schizzi in cui disegna corpi dilaniati da una violenza disumana. Gericault, alla fine dell’Ottocento, dipingerà una serie di ritratti di alienati, malati psichici rinchiusi negli ospedali psichiatrici dell’epoca, mostrando il loro turbine interiore attraverso una capacità artistica stupefacente.

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